Sul celarsi (quasi un manifesto)

di In allarmata radura

© Marcello Chieffi.

A proposito di Rive: nulla sappiamo di lei, all’infuori delle poche parole con cui ha voluto presentarsi. Non sarà, questa, la rivelazione di un’identità che nasce nascosta e che intende rimanere tale, quanto una riflessione sulla necessità di celarsi dietro a un nome diverso da quello con cui si è chiamati nel mondo ordinario. 

Partiamo da una constatazione banale. Rive non è certo la prima a compiere questa scelta. Dalla fine del Settecento, la storia letteraria è piena di casi simili. Le fa compagnia una nutrita schiera di autrici che ricorsero all’eteronimia, o all’anonimato, per sfuggire al giudizio di una società che attribuiva valore alla modestia femminile, alla remissività della donna di casa, grata di cedere al marito, al padre, al fratello o al figlio la responsabilità del pensiero. 

Ann Radcliffe, antesignana del romanzo gotico, pubblicò anonimo il suo primo romanzo; l’avrebbe imitata Mary Shelley per le prime edizioni di Frankestein. Noto è poi il caso delle sorelle Brönte, che si firmarono Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton Bell (Anne), per sfuggire «al pregiudizio: avevano notato che la critica usa, per condannarle, l’arma della personalità e, per lodarle, una lusinga che non è vero apprezzamento», «senza sospettare che il loro modo di scrivere e pensare non è quel che si chiama “femminile”», cioè strettamente autobiografico e incline al sentimentalismo. A usare uno pseudonimo fu poi Louise May Alcott, che si firmava A. M. Barnard, mentre Jane Austen preferiva un ironico “A Lady”, benché fosse risaputo, entro la sua cerchia, quale fosse la sua occupazione preferita; Mary Ann Evans divenne George Eliot, Amantine Aurore Lucile Dupine, invece, si ribattezzò George Sand. 

Questo accadeva tra XVIII e XIX secolo. Che oggi una donna scriva non suscita più nessuno scandalo, per fortuna, né si pretende che i suoi ambiti d’azione, letterariamente parlando, debbano restringersi al romanzo di genere. Ma allora perché ricorrere, ancora, a un nome de plume? Non sarebbe meglio – più responsabile, addirittura più onesto – esporsi al pubblico mantenendo la propria identità?  

Lo sarebbe, se non fosse una scelta a cui corrisponda anche un rischio maggiore di attirare commenti inopportuni, battute fuori contesto e, in generale, una curiosità rivolta non tanto alla tematica affrontata, ma piuttosto alla persona, alla donna, che vi si è dedicata, al suo aspetto, alla sua vita privata. Le dinamiche dei social rivelano, purtroppo, come ci sia ancora una larga fetta della popolazione maschile, e non solo, che è incline a leggere l’interesse femminile nei confronti di determinati ambiti, ad esempio quelli della letteratura erotica, o delle pratiche BDSM, come un chiaro segnale di una certa disponibilità o, come si usa dire, facilità di costumi. Spesso è qualcosa di più di una semplice inclinazione: è una radicata convinzione, contro a cui nulla valgono rimostranze, prese di distanza o silenzi. Perché rispondere significa che si sta al gioco; non farlo è indice di superbia. Insomma, in un modo o nell’altro, non si riconosce il fatto che la scrivente sia una donna con un vivo interesse intellettuale nei confronti dei tempi in cui vive, o che sia, in senso lato, una persona che vuole esprimersi liberamente coltivando le proprie passioni.  

Dunque: perché usare uno pseudonimo? Per un’esigenza di legittima difesa. Perché non vogliamo ricevere molestie che una parte del mondo continua a interpretare come attenzioni lusinghiere. Perché non vogliamo rischiare che le nostre parole o il nostro stile di vita ci rendano bersaglio del discredito o dell’ossessione altrui. Non vogliamo più attingere alle nostre riserve di resistenza, e di coraggio, a cui già ampiamente attingiamo nella vita quotidiana. 

Scegliamo, perciò, di essere sfuggenti. Di proteggerci e anche di proteggere chi ci sta intorno. Lo rivendichiamo come un diritto che continueremo ad applicare, almeno fino a quando smetteremo di sentirci così stanche.

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