L’illusione di una curva che mi rappresenti (ovvero la vita come un grafico)

di Veronica Galletta

© Nicolò Gugliuzza, Dunno.

Quando studiavo Analisi I mi sognavo elevata alla n.

Stesa sul letto, dormivo su un fianco, le mani sotto la testa, le gambe composte una sull’altra come una curva algebrica, il punto di flesso poco sopra le ginocchia. Dormendo mi vedevo dormire, elevata a potenza. Materiale onirico, materiale psicanalitico, materiale creativo. Lo stesso tipo di creatività che mi serve per scrivere. A volte un po’ sconnessa, spesso arbitraria, si nutre di correlazioni spurie e stanchezze, e da tutto attinge.

Quando c’è da mettere ordine, cerco i grafici. C’è un senso di attesa speciale, quasi sacro, mentre prendo carta e penna e traccio i due assi cartesiani – prima l’asse delle ascisse, poi quello delle ordinate –, e scrivo. La x con il suo movimento sinuoso che si tocca e si lascia, la y e il suo occhiello, fino allo zero. L’origine di tutto. Mi sembra, di fronte a quella porzione di foglio, a quel quarto di mondo così delimitato e orientato – le frecce puntano dritte, fiduciose –, che qualsiasi cosa vi si possa risolvere, che basti un piano cartesiano per chiarirsi le idee.

È il mio modo di mettere ordine, quando tutto attorno si muove. #mappesto, 37 mappe in pandemia, nata dal desiderio di esorcizzare la proliferazione di dati e di grafici prodotta durante la prima fase della pandemia della primavera 2020, è diventata giorno dopo giorno una forma di espressione, un modo per dare rappresentazione a parti del mio inconscio che neanche io in quel momento capivo bene.

Apro la pagina dove le ho raccolte tutte, guardo la prima (#mappesto 1| 25 marzo 2020| Coriandoli, di M.G. Pettinau). Nel Progetto di una manciata di coriandoli per terra, ne è rappresentato il lancio, ne sono graficate direzione e intensità del vento, classificati i diversi tipi, ne è studiata la densità della distribuzione una volta a terra. Non è un caso, mi dico, che sia una rappresentazione del caos. Non è un caso che il suo ideatore sia un ingegnere.

E poi la seconda, gli appunti sulle macchie delle farfalle in Nabokov (#mappesto 2| 26 marzo 2020| Nabokov used graph paper to plot the placement of macules on the wings). Nabokov aveva osservato, studiato, disegnato le ali delle farfalle. Aveva preso un foglio a quadretti, lo aveva diviso in riquadri, e per ogni riquadro aveva segnato le macchie di ogni diversa farfalla, cercando di tracciarne accanto l’andamento. Mentre guardo quei riquadri, quei puntini ordinati, qualcosa mi si muove dentro. Ho trovato un mio simile, qualcuno che come me ha cercato di mettere ordine alle proprie ossessioni graficando, studiando.

Il mio primo grafico è legato al laboratorio. Una canaletta, un battitore a simulare il moto ondoso, del materiale a simulare il fondo sabbioso, e io a scrutare il movimento di piccole forme di fondo in ambiente marino. Era la mia tesi di laurea: Indagine sperimentale sulla formazione e migrazione di ripples generati da moto ondoso.

Una tesi da provare sul campo, un’indagine sperimentale, con una tabella di prove, diverse condizioni al contorno, e poi misurazioni, variazioni. E ripetizioni. Un esperimento è tale solo se è ripetibile, così mi hanno insegnato.

«3. Nel linguaggio scient., operazione o sequenza di operazioni con cui si intende riprodurre, simulare e determinare concettualmente un fenomeno, in modo che le sue condizioni siano note e riproducibili (di solito in laboratorio) e quindi la procedura sperimentale risulti ripetibile, al fine di corroborare o smentire un’ipotesi, per lo più sulla scorta di valutazioni quantitative: esperimenti di fisica, di chimica; un e. ad alta quota, a bassa temperatura; gli e. di Mendel; e. mentale, quello eseguito in una situazione immaginaria perché non ottenibile con i mezzi di cui si dispone, ma con parametri e grandezze rigorosamente definiti, per saggiare un principio o una legge scientifici in casi limite o in un nuovo contesto; per l’e. cruciale, v. experimentum crucis. Il termine è talvolta usato come sinon. di esperienza, soprattutto quando acquista il valore di prova di una teoria, di un principio, ecc.»
© Nicolò Gugliuzza, Correggio.

Eppure, se ci penso, io forse non ci ho mai creduto. Ho dirottato i miei grafici altrove, verso mondi in cui il cherry picking, la correlazione spuria, il vedere pattern dappertutto potesse essere un plus, e non un minus.

Del primo grafico mi rimane la sensazione di quando misi i dati su un piano, le misurazioni in canaletta trasformati in punti, segnati a matita sul blocco da laboratorio. Riguardo i disegni di Nabokov – la sua classificazione delle macchie delle farfalle –, capisco perché mi piacciono così tanto: le curve che ne risultano assomigliano alla curva di quel mio primo grafico. Quando trovai una correlazione fra i punti, provai l’emozione della creazione.

Mentre il mio professore ragionava di pubblicazione su riviste, di una possibile prosecuzione, di citation index, convegni a cui mandarlo e abstract in inglese, io osservavo lo schermo, in silenzio. Avevo creato un mondo, avevo prodotto qualcosa che prima non c’era.

I grafici diventano consolazione, ordine dentro al rumore del mondo, desiderio di controllo, cura. Ma è tutto finto, un darsela a intendere. Basta conoscere un po’ di statistica per sapere che con una piccola serie di dati in mano, anche sconnessa, anche imperfetta, si riuscirà, una volta posizionata su un piano, una volta tracciati gli assi che delimitano una parte di mondo, a creare un senso. Trova una linea di tendenza, si chiama sul foglio elettronico la panacea a ogni male, e lo apro, così, adesso, mentre scrivo, solo per guardarci dentro. Leggo: lineare, esponenziale, logaritmica, polinomiale, potenza, media mobile. Rimango per qualche secondo sulle parole, tentata dal lasciarmi trasportare, saltare da un’associazione all’altra, immaginare. Ma no, cerco ordine oggi. Così batto una serie di numeri casuali su due colonne, ne traccio il grafico, scelgo la linea di tendenza – lineare –, interrogo il coefficiente di regressione: quanto più si avvicina a 1, migliore è la correlazione fra i dati e la curva scelta.

I miei numeri casuali sul piano si trasformano in cattivi punti, con una regressione poco sopra lo zero: 0,117 – ma oramai il meccanismo mi si è innescato, devo continuare. Anche a partire da numeri casuali, devo analizzare. Forse ho sbagliato curva. Lo sapevo che lineare non fa per me, mi dico. Ho sbagliato curva. Del resto sbaglio sempre curva, quando ne cerco una per descrivere la mia vita, che faccia aumentare questo maledetto indice di regressione. Se ci penso, non sto mai sopra 0,5: allineata con la mia curva, ma solo a metà. La verità è che nessuna curva mi va bene, nessuna linea di tendenza mi descrive come desidero. Lineare la trovo banale. Esponenziale troppo chiassosa. Logaritmica bugiarda, con quel suo modo di appiattire. Polinomiale figuriamoci, tanto vale tracciare come capita. Potenza per carità, quasi più volgare di esponenziale. E media mobile? Una sconfitta. Forse sbaglio curva. Mi sento curva aperta, e sono invece curva chiusa. Sono un’ellisse immaginaria, non ammetto soluzioni reali.

C’è però qualcosa di ipnotico nelle serie di dati e nel tentativo di rappresentarle per me. Sarà la formazione, l’ingegneria idraulica che ha così bisogno della statistica. La formazione che è diventata deformazione.

© Nicolò Gugliuzza, Maddalena.

Così traccio serie. Creo mappe, le conto, me ne beo. Le 103 mappe de Le isole di Norman, le 37 della serie #mappesto, le classificazioni dei miei post su Facebook. Invidio chi ha fatto della propria vita una lunga serie. Penso a Janina Turek, descritta così bene da Mariusz Szcygiel in Reality: 33 categorie, ciascuna dedicata a un tema: c’è quello delle colazioni (4.463), delle cene (5.986), delle telefonate (3.819), delle volte in cui è andata a teatro (110), dei libri letti (3.817). L’ultimo: Lolita di Nabokov (ecco che le farfalle ritornano). Anche Janina ha fallito. Per cinquant’anni della sua vita ha elencato, messo in ordine, sistematizzato. Non ha mai rielaborato.

Cercare una serie di dati, cercare una curva che li descriva. Rappresentare tutto, la vita intera come fenomeno. Calcolarne i parametri, osservarne gli scarti. E ancora. Applicare un metodo, senza derogare. Rimanere al di fuori dell’osservazione, per non comprometterla. Applicare un metodo, senza giudicare. Raccogliere dati, e proseguire. Così si muove la mia scrittura. Tutto si fa osservazione: il numero di battute in un giorno, la media settimanale, le parole più usate in testo, tracciate in una nuvola. E poi gli schemi. Il grafico dell’andamento della trama, il numero di pagine di ogni capitolo segnato a lato, il numero di pagina in cui tutto cambia, i capitoli in cui appaiono i diversi protagonisti, di nuovo la nuvola di parole da studiare, il taglio della revisione, giorno dopo giorno, il numero di battute giornaliere, quante battute in più, quante in meno, calcolarne la percentuale, e poi di nuovo le parole più usate, sempre le stesse, maledetta me che ho un vocabolario che ne comprende ottocento, la frequenza parola per parola, quanti giorni in media mi servono per una prima stesura, quante parole al giorno, in che periodo, meglio cominciare a maggio o a ottobre, e tutta questa serie di dati finisce per inghiottirmi, non è più lei che serve a me, sono io al suo servizio. Mi sovrasta, mi schiaccia. Vorrei la mia vita come un brevetto (#mappesto 28| 21 aprile 2020| Moka. Brevetto Alfonso Bialetti, 1933), la sezione chiara in tratto doppio, le campiture ortogonali e precise, e invece sono le afferrature, una mappa marina con un fondale sempre in movimento e i contorni variabili, fitta di relitti spaventosi (#mappesto 33| 26 aprile 2020| Alto Tirreno. Mappatura delle afferrature).

Allora poggio tutto, lascio stare. Smetto con le liste e i conti. Io sono la mappa n. 10 (#mappesto 10| 3 aprile 2020 —-), il buco nero. Il dato mancante. È che conosco i dati, conosco la statistica. So, per esempio, che non tutte le serie sono uguali, e ugualmente valide. Che c’è, dietro a determinate parole così di moda, come moda appunto, o media, o norma, una rappresentazione precisa della realtà, una campana gaussiana dai flessi morbidi e feroci, le cui ali possono essere opportunamente tagliate, ridotte, amputate. È una curva simmetrica, la gaussiana. Modella la vita nella sua rappresentazione più rassicurante: un marito, una moglie, due figli: un maschio, una femmina – ed ecco che le due ali sono marginali, poco importanti. Sono varianze, e al loro succo, alla radice, diventano scarti. Scarti quadratici medi. Diffido della rappresentazione gaussiana della realtà perché so che è una rappresentazione fallace e finisco per farne le spese, io, con i miei picchi mal rappresentati, marginali, inevitabilmente segati. Voglio essere una nuvola di punti, i coriandoli di Pettinau, e che nessuno tocchi i miei picchi.

© Nicolò Gugliuzza, Know thyself REak.

Abbandono le serie, lascio stare i calcoli. Prendo una matita, mi metto a disegnare. Lavoro a mano libera, schematizzo le piante delle case dove immagino i miei protagonisti, ricalco le isole che voglio raccontare, aggiungo promontori, taglio istmi, invento fiumi. Disegno sulla carta che trovo, malamente, strappo le frecce agli assi cartesiani, trasformo gli assi stessi in fili, pilastri, complicati ghirigori, strappo gli assi e lascio la mia mappa alla deriva, navigare senza una meta divertendomi a inventare toponimi, tratteggio banchi di nuvole dietro i quali far apparire gli indiani. Affondo nei toponimi, sono sia il topografo che il contadino che Franco Farinelli racconta in Geografia: invento le mie Somìa.

Io sono a testa in giù, come un pipistrello: sto così, comoda a osservare (#mappesto 29| 22 aprile 2020| Veduta d’Italia, in La Geografia a colpo d’occhio, tav. XVI, Litografia Corbetta, Milano, 1853).

Ma il pensiero non mi abbandona, ritorna. Non mi abbandona il desiderio, l’illusione che ci sia da qualche parte nel mondo una curva che mi rappresenti, che riesca a raccogliere ogni mio dato sparso sul piano – a partire dalla ragazza che si sognava elevata alla n –, ogni mio movimento, cambiamento, ogni mio fallimento, una curva che accolga la mia serie sgraziata di punti e mi dica ecco la tua vita interpretata in maniera coerente, con un indice di regressione alto, altissimo. 0,98. 0,99. 1. Desidero curve che mi accolgano, mentre disegno isole impossibili dai confini mutevoli, mentre traccio stanze deformi, mentre schizzo ombre per case di lamiera lucenti come la pancia di un pescecane, lunghe case verticali su palafitte sottili e storte come zampe di gallina, case che si fanno piante immerse nel bosco e cambiano a seconda di chi le guarda. Disegno, e il mio cervello strabico vaga, disegno, e penso alle serie idrologiche, alla distribuzione di Gumbel per descrivere gli eventi estremi – forse a lui dovrei affidarmi, a Emil Julis Gumbel: pacifista, socialista e oppositore al regime nazista; statistico, sopra a ogni cosa. Io la sua serie idrologica, io evento estremo, necessito di altre rappresentazioni, e mentre lo penso mi tranquillizzo: passo a uno stato di quiete come se dormissi pur senza la n sopra, ma con un numero finito a cui arrivare. Non l’unità della regressione, impossibile asintoto, solo: Veronica elevata. Al quadrato, alla terza. Veronica evento estremo, ma di valore finito.

Metto da parte i pastelli e la gomma pane, prendo un foglio bianco e ricomincio. Traccio il primo asse, poi il secondo. Fisso le frecce del mio mondo ritrovato, oriento la mia mappa, segno la x e la y. Accetto la costrizione, posso riprovare.

Veronica Galletta è nata a Siracusa e vive a Livorno. Ha un dottorato in ingegneria idraulica, un marito e un figlio. Ha scritto diversi racconti pubblicati su riviste online (Colla, L’inquieto, Abbiamo le prove). Con il monologo Sutta al giardino ha vinto nel 2013 il premio per monologhi teatrali PerVoceSola del Teatro della Tosse di Genova. Nel 2017, con Pelleossa, è stata finalista alla III edizione del Premio Neri Pozza. Le isole di Norman finalista della XXVIII edizione del Premio Calvino, è in libreria da aprile 2020 per le edizioni ItaloSvevo e si aggiudica il Premio Campiello Opera Prima. A ottobre 2021 è uscito per minimum fax il suo secondo romanzo, Nina sull’argine.

Il termine glitchè usato in elettrotecnica per indicare un picco breve e improvviso in una forma d’onda, causato da un errore non prevedibile. In arte visiva consiste nel modificare il codice alfanumerico del formato dell’immagine (JPEG, TIFF, etc…) inserendo al suo interno un nuovo testo. L’errore che in questo caso diventa tecnica – trasforma l’immagine, la contamina, la parcellizza, la moltiplica rivelando all’improvviso ciò che esiste al di là dello schermo: un universo visibilecomposto da lettere.

Questo è l’ambito in cui si muove la poesia visuale di Nicolò Gugliuzza. La scelta dell’artista di manipolare immagini della tradizione artistica tra Rinascimento e Manierismo rende ancora più efficace l’operazione, portando la riflessione sull’identità dal piano soggettivo a quello collettivo. Come nel caso del Noli me tangeredi Correggio in cui il glitch agisce accentuando l’impossibile contatto tra Cristo e Maddalena: il corpo del Dio-uomo, nel suo essere replicato, sottolinea il rifiuto al quale l’amante terrena risponde con la frammentazione. Una frammentazione che dissolve la supplica e la trasforma in possibilità non colta (la santa e il paesaggio si fondono rivelando l’inestricabile legame tra donna e Natura; mentre il corpo dell’uomo rimane, pur nella sua deformazione, integroe quindi artificiale). Maddalena torna protagonista della riflessione di Gugliuzza nella rilettura dell’omonimo dipinto di Tiziano. Se l’opera originaria del maestro veneto pone l’accento sul corpo i seni, i capelli, la bocca umida dischiusa raccontata da John Berger nelle sue riflessioni sulla carnalità della pittura di Tiziano (in Riga n.32, Marcos y Marcos, 2012) la sua trasfigurazione digitale muta la donna in codice, ripetizione di pixel, il ritmo della preghiera che annulla l’ego aprendolo alla vibrazione.

La selezione di immagini che qui proponiamo non intende esaurire l’intero lavoro di Gugliuzza, ma si pone come breve indagine sull’immagine femminile: un’immagine in continua tensione nel dialogo tra fuga e inseguimento. È un viaggio attraverso lo specchio del desiderio.

Nicolò Gugliuzza (1992) comincia la sua attività letteraria nel 2012 quando si avvicina alla scrittura sperimentale e alla poesia performativa. Di formazione antropologica, fa della poesia strumento di impegno sociale: negli anni successivi è animatore di progetti di poetry slam per adolescenti, migranti e giovani detenuti. Membro di diversi collettivi e blog letterari, nel 2015 contribuisce alla fondazione del gruppo di poesia sperimentale Zoopalco, della rivista Neutopia e alla nascita del progetto di poesia, musica elettronica e arti visive Waiting for Godzilla. Parallelamente sperimenta i territori della poesia asemica e verbo-visiva, prendendo parte a pubblicazioni, esposizioni personali e collettive. Nel 2020 esce la sua prima opera in versi Tra ciliegi e robot per le Edizioni Del Faro. Nicolò Gugliuzza attualmente vive e lavora a Bruxelles dove è membro del collettivo di poesia Slameke e anima atelier multiculturali, promuovendo la diffusione della poesia orale e visiva.

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