L’illusione di una curva che mi rappresenti (ovvero la vita come un grafico). Ipertesto

© Nicolò Gugliuzza, Dunno.

Vite illustri

“Tutto, in natura, ha un’essenza matematica, un destino statistico, un’esistenza compulsiva.”

(nn.)

Tra bugie innocenti e sonori plagi abbiamo riscritto le vite di Vladimir Nabokov, Emil Julius Gumbel e Janina Turek, tutti in qualche modo legati allo Spiraglio di Veronica Galletta, L’illusione di una curva che mi rappresenti (ovvero la vita come un grafico). Stabilire se quanto affermiamo sia vero o meno non è importante. Dopotutto, la realtà è l’ultimo e il più coriaceo degli inganni

Vladimir Nabokov

di Aurora Dell’Oro

L’apprendistato avviene nelle foreste di Vyra. È​​ il modo in cui lui, Vladimir Nabokov, reclama l’eredità di famiglia: i nomi sono nei libri della nonna, il movimento è nel polso paterno, la distesa d’ali è nella precisione della madre. Che infine gli insegna ad appuntare gli spilli. 

Poi San Pietroburgo viene sbattezzato. 

Prima migrazione: una nave che si chiama come la speranza lo porta in Grecia; poi c’è Cambridge e c’è Berlino. La traiettoria ha una sua logica interna. Funzionale. Ma prima che abbia finito di sbozzolarsi c’è la fuga a Parigi – confligge la natura, sua e di Vera, con le mutate condizioni ambientali della Germania. Nel 1940, finalmente, la metamorfosi, ed è America. Seconda migrazione.

Studiando, studia se stesso e, insegnando, s’indaga. Le foreste dell’Oregon gli ricordano casa. Sa che non lo sono, la Russia è lontana quanto l’infanzia, ma continua a collezionare; farfalle, che non sono mai solo farfalle. Dietro le scaglie sovrapposte delle blues e le palpebre chiuse delle Vanesse ci sono fiori, cespugli e fanciulle-crisalidi. Osserva al microscopio organi minuscoli, poi li disegna e non può farlo senza approssimare. Le dita dell’uomo sono grossolane, anche se le linee sono fini e il congegno perfetto: lock-and-key. Si scopre appagato, senza poterlo essere veramente. Capisce: «la realtà è un’infinita sequenza di gradini, di livelli di percezione, di doppi fondi e per questo inestinguibile, irraggiungibile» (da Intransigenze, trad. Gaspare Bona, Adelphi, 1994).

Da vecchio adulto vuole un paese bello di paesaggi e efficiente nel servizio di posta, perciò è Svizzera. Pensa, nell’appartamento dell’hotel in cui vive, che dovrebbe togliere la polvere dalle ali; il pensiero fa uno scarto e vede. È​​ una farfalla senza nome che non ha nessun motivo per non esistere: immaginaria, ma congruente. Come la sua caduta. Lo tradisce il movimento di polso appreso tra i pioppi di Vyra, il meccanismo s’incastra, come il retino tra le rocce. La ferita è al piede. 

S’impupa definitivamente. Terza migrazione. 

Emil Julius Gumbel 

di Antonio Russo De Vivo

Nacque alla fine del secolo lungo e visse lungamente il secolo breve, non abbastanza per vedere la rivoluzione della pace. Questo non aver visto, questo non aver vissuto, questo mancato evento, sarebbe stato il suo cruccio ossessivo nel mondo dell’eternità.

Aveva vissuto, Gumbel, da tedesco poi, la Grande Guerra e la seconda guerra mondiale. Infatti. E prima dei due eventi era giovane, e dopo i due eventi era vecchio. Ciò, si direbbe, è tutt’altro che fortunoso. Si capisce così, in quest’uomo, l’anelito militante alla pace. Un anelito vano quanto la vita umana, necessario quanto l’istinto animale. E Gumbel, ormai vecchio, ebbe a dire cosa troppo oscura (per ragioni ovvie solo a chi come lui) agli uomini giovani che avrebbero fatto, poi, quella rivoluzione della pace cui lui non ebbe la ventura di arrivare:

“La guerra, non la si fa; è lei che fa noi”.

Uomo fatto che aveva preceduto gli uomini in divenire, uomo forgiato da ben due estremi eventi della Storia, giunto al terzo evento estremo, personale, la morte, fu colto, come tutti gli uomini presi proprio sulla linea di confine – la linea dell’inappartenenza – da una di quelle dense e fagocitanti illuminazioni che fanno dell’uomo vivente l’uomo storico:

“I due eventi che ho vissuto, eccezionali e epocali, erano probabilità quanto e diversamente da questo terzo e ultimo evento che precede l’eternità per voi tutti improbabile, e per me ugualmente probabile”.

Così disse al suo gatto, e glielo disse ben sapendo che lo avrebbe lasciato a coda alta, quello – lui morto, non pacificato.

Ewa Janeczek Janina Turek 

di Livia Del Gaudio

Nasce a Cracovia, di  martedì. Il cordone ombelicale che la lega alla madre  – Janina Turek  – è così stretto attorno al collo che l’ostetrica dubita che sopravviverà. Ewa Janeczek sopravvive.

A quattro anni, una vicina di casa le domanda cosa vorrebbe fare da grande. Il mondo è impegnato nella conquista della Luna; il conflitto si sposta nel cielo e contamina il desiderio, lo rende più piccolo: farà l’astronauta. A ventun anni si sposa. Diciotto mesi più tardi, il primo figlio: dell’alta quota resta solo l’abitudine all’apnea, che lei scambia per senso pratico.

Nei successivi vent’anni telefona alla madre ogni giorno. Si raccontano cosa hanno fatto, chi hanno visto, cosa hanno mangiato. Poi la madre invecchia, e il 12 novembre 2000 muore. Nel mettere ordine tra le sue cose, Ewa Janeczek apre un armadio: e qui la storia si ferma, fa una capriola, torna indietro.

Ottobre 1946: Janina Turek sta pensando a certi sbagli irrimediabili che ha fatto, quando scrive: ricette provate, 862 (diventeranno 5786 il giorno della sua morte). 

21 luglio 1976: Janina Turek è certa che non vedrà mai il Giappone. Il diario riporta: trovati per strada un paio di calzini elasticizzati da bambino non usati. 

7 dicembre 1985: Janina Turek pranza con una zuppa di funghi e pastina, spezzatino con contorno di patate e barbabietole rosse stufate, uva per dessert (forse il suo ex marito ha ragione, non ha mai fatto qualcosa di davvero disinteressato per nessuno. Il suo prendersi cura è stato un esercizio di potere).

Dentro l’armadio della madre Ewa Janeczek trova 745 quaderni. Scritti con inchiostro blu scuro, solo nelle pagine destre. I giornali titolano: la casalinga polacca che catalogò l’esistenza.

Janina Turek diventa famosa.

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