Impossibile da muovere. Le (im)possibilità del linguaggio tra verità e menzogna

di Alexandrina Scoferta

[ITA] [ENG]

© Barbara Cannizzaro
sono impossibile da muovere. senza niente al mio interno quindi impossibile 
        da muovere
con la forza di un uomo solo. come un enorme mobile da salotto.
come qualsiasi cosa che per sé stessa non vale niente. 
ma parlo. parlo finché mi scoppia la pelle delle guance.
non mi fermo mai.
tutta la mia forza si stringe come un arco nel profondo della bocca
e colpisce senza pietà suono dopo suono. frase dopo frase.
non mi stanco perché non capisco nulla di ciò che dico.
e non stanca nessuno perché non c’è più nessuno.
così sono nato. direttamente dalla terra direttamente impossibile da muovere
direttamente con le parole fuori da me. esattamente così.
come ogni altra cosa che per sé stessa non vale niente.

da “Ghinga” di Dan Coman, poeta romeno inedito in Italia

Mi capita spesso di avere nuovamente otto anni. Sono nella casa a Masi. Tra queste quattro pareti, in questa piccola casa circondata da questa fitta nebbia che mi appiccica i capelli alla faccia, devo riuscire a pronunciare due parole: bene, grazie. Spingo le parole fuori da me. Pesano, sono un ammasso di cemento in mezzo alla stanza. Dentro sto spingendo con una forza immane, fuori vedono la mia mano asciugarmi la guancia ma il suono della voce è quello di un animale da soma che trascina un carico troppo pesante.

“sono impossibile da muovere. senza niente al mio interno quindi impossibile
         da muovere.” 

Quando ho otto anni o dodici o quattordici, le mie parole sono pietre murate dentro la bocca. Muovo la lingua come se fosse uno scalpello, ma la lingua non è uno scalpello e fa male e le uniche parole che riesco a rimediare suonano come un lamento, non hanno la mia voce.

La maestra dice – Raccoglierai le parole come se fossero ciliegie e le metterai nel cesto. La voce è solo un contenitore. Dobbiamo prima rimpicciolirle abbastanza affinché ci stiano. Vedrai, le mangerai e più passerà il tempo, più saranno mature e gustose – così dice la maestra.

Il tempo scorre come l’acqua. Il tempo e la lingua scavano a otto anni e a dodici e a quattordici, ma la lingua fa sempre più male e diventa sempre più piccola, più debole.

La maestra dice – Corteggerai le parole con una lingua meno svilita, nuova, avrà il fascino del non sconfitto. Le accarezzerai fino a quando si innamoreranno e ti si daranno. Vedrai, le coglierai vergini e candide e ne godrai come ora non puoi immaginare – dice.

Quando ho quindici anni, della mia lingua è rimasto solo il tronco. Le persone sono picchi che pregandomi di parlare beccano e beccano e fanno male. Vorrei dire loro di lasciarmi stare, ma per lingua ho solo un tronco attaccato alla gola e le parole sono pietre sgretolate troppo vicine ai denti, così lontane non riesco a coglierle.

La maestra si mette la mano dentro la bocca strappandosi la lingua. Dice – non mi serve più – e me la dà.

“ma parlo. parlo finché mi scoppia la pelle delle guance.
non mi fermo mai.”

Quando ho quindici anni prendo la lingua della maestra e me la metto in bocca. Le sue radici si attaccano al tronco come un polpo allo scoglio. Con la lingua della maestra colgo le parole sgretolate dentro la mia bocca e le metto nel cesto, dico – Eccole, prendetene tutti – e gli altri le gustano, anche io le assaggio e mi piacciono, me ne innamoro. Mi innamoro della lingua della maestra che dice le mie parole.

tutta la mia forza si stringe come un arco nel profondo della bocca
e colpisce senza pietà suono dopo suono. frase dopo frase.”

Quando ho sedici anni e poi diciassette e poi diciotto, uso solo la lingua della maestra, tengo fermo il mio pezzo di muscolo attaccato alla gola. La lingua della maestra sembra la mia, con essa riesco a sedurre e a ingannare tutti. Ogni mattina mi sveglio, guardandomi allo specchio dico – Bene, grazie – e mi innamoro della mia voce. Io mi amo perché non parlo questa lingua straniera con la mia lingua. Qualche volta se ne innamora anche qualcun altro e vuole essere baciato da me. Io lo bacio con una lingua non mia e non glielo dico, sono una bugiarda. Nessuno può baciare la mia lingua-tronco che è completamente coperta dalla sua lingua-polpo. Io non posso più dire niente senza la lingua della maestra. Non posso più dire la verità.

© Barbara Cannizzaro
“non mi stanco perché non capisco nulla di ciò che dico.
e non stanca nessuno perché non c’è più nessuno.”

L’ultima volta che ho detto la verità in questa lingua straniera usando la mia lingua-tronco, il mio tronco, mi sono sentita ridicola, inascoltabile. Nessuno avrebbe potuto innamorarsi di me, io stessa mi facevo ribrezzo.

“così sono nato. direttamente dalla terra direttamente impossibile da muovere
direttamente con le parole fuori da me. esattamente così.
come ogni altra cosa che per sé stessa non vale niente.”

Ho ventisette anni e sto traducendo questa poesia prendendo tutto quello che mi è rimasto della mia lingua-tronco per metterlo nella lingua-polpo della maestra. Non sono sola. Finalmente qualcuno si è innamorato di me.

B dice – Non sei tu, sono le parole a essere puttane libere dal dover dire ciò che vogliamo – così dice B mentre andiamo al concerto di Guinga.

In questi ventisette anni ne sono contenuti almeno dieci di silenzio. Mi sono rifiutata di parlare veramente con le persone finché non ho potuto parlare nella loro lingua come se fosse la mia. A tutti questi anni ho consegnato la mia adolescenza. Sono lo straniero più vigliacco che conosco, l’unico che non ha mai avuto il coraggio di esserlo. Avevo un’occasione d’oro. C’è chi riesce a compiere lo sforzo di essere straniero nella propria lingua.

© Barbara Cannizzaro

Guinga ride spesso, la sua risata sembra far parte dello spettacolo. Alla fine glielo dico. A lui, non a Guinga – Pure quando ride, sembra che quell’uomo rida in portoghese.

Parlare in italiano mi sembrava infattibile come raccontare un sogno. Non ho potuto fare alcunché di questa enorme impossibilità della mia vita, fino a quando ho scoperto la poesia e cioè la possibilità di dire altro con altre parole.

Parlare è infattibile come raccontare un sogno. Raccontando il proprio sogno si cerca di descrivere un naufragio del quale tentiamo di essere spettatori distanti, come se il fatto che sia passato del tempo dall’atto di sognare ci allontanasse dal sogno stesso. Colleghiamo le immagini tra loro servendoci di concetti logici, ma il sogno in sé non permette alcuna logicità nella redazione del suo film, e quindi nessuna distanza è possibile: siamo noi le onde del naufragio che raccontiamo e ne siamo travolti sempre, anche nell’atto stesso del raccontare.

Tutto il mondo ride nella propria lingua – risponde.

Con gli anni ho scoperto che non sono solo io bugiarda, lo siamo tutti. Me lo ha suggerito Jean-Luc Nancy, in Essere singolare plurale, dicendomi che la parola non significa il pensiero: essa non lo nomina neppure, è solo il riconoscimento del fatto che il suo dire si cancella procedendo verso il detto. Nancy paragona l’uso della parola alla preghiera: attraverso la parola possiamo invocare ciò che diciamo, ma solo se non abbiamo la pretesa di poterlo pienamente definire. Lasciare libero quello che evochiamo significa corteggiarlo con le nostre possibilità comunicative e lasciare che l’interlocutore, insieme al messaggio, riceva anche l’evidenza di una mancanza, la mancanza di ciò che non riusciamo a dirgli, ma a cui rimandiamo, come se fosse una direzione che vogliamo percorrere insieme all’altro. L’essere può essere soltanto essendo-gli-uni-con-gli-altri. Circolando nel con, l’essere compie un viaggio verso gli altri, un viaggio lungo durante il quale la verità si fa bugia pur di assumere un senso dove possiamo accoglierci a vicenda. Senza rivolgerci agli altri non possiamo che implodere e impedirci di esistere.

E io – gli domando – in che lingua rido io?

Quando raccontiamo un sogno, non potendo fare a meno di servirci del linguaggio, non facciamo che plasmarlo e renderlo comprendibile camuffandolo. Non esiste altro modo di affacciarci su di esso, perché non possiamo averci a che fare se non nelle stanze del nostro linguaggio, stanze molto strette, fuori dalle quali rimane escluso tutto quello che non entra dalla porta. Raccontiamo a noi stessi e agli altri il nostro sogno rendendolo altro da quello che è, ma diciamo la verità, perché è da esso che tiriamo fuori il contenuto poi manipolato dalle parole.

Come suona ridere in moldavo? – dice B.

L’unica parte di verità che possiamo dare agli altri è la fonte dalla quale prendiamo le parole. L’unica via della sincerità che posso percorrere è quella che mi ha insegnato Roland Barthes nel Brusio della lingua: lasciare che la mia voce si inceppi quando non mi arrivano le parole giuste e vivere il mio balbettio come una prova: il malfunzionamento della lingua dice la verità, la verità di non poterla dire.

Suona come uno sputo – gli rispondo e mi ammutolisco.

© Barbara Cannizzaro

Un paradigma di disconnessione/scissione, riflessione del sé e incomunicabilità è il film Persona di Ingmar Bergman: una delle due protagoniste sostituisce il “sembrare di essere” («poiché ogni parola è menzogna, ogni sorriso una smorfia, ogni gesto falsità») con il totale silenzio, decidendo di non parlare più; ma la scelta del silenzio sembra a sua volta una maschera che tenta di soffocare la necessità umana di raccontarsi: nemmeno il silenzio risulta essere una verità possibile. Il dialogo che ci vietiamo con gli altri diventa un dialogo con la nostra stessa persona. Alejandra Pizarnik ha scritto che tra il dicibile / che equivale a mentire / (tutto ciò che si può dire è menzogna) / il resto è silenzio / solo che il silenzio non esiste. Accusiamo, compatiamo e puniamo il riflesso di noi stessi, con o senza gli altri.

Persona, il titolo del film, deriva dall’etrusco «φersu»: «φersuna» indica il personaggio mascherato, sarebbe un adattamento del greco «πρόσωπον» (prósōpon), che indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera dell’attore e il personaggio da esso rappresentato. Ci sentiamo minacciati da quell’io in cui non ci riconosciamo, che è l’unica concezione che il mondo esterno ha di noi e senza la quale, probabilmente, non esisteremmo.

Cerco di spiegarmi meglio – Quando parlo in moldavo io non parlo, non costruisco delle frasi, non coniugo verbi, improvviso, sono libera come quando mi prude la schiena e mi gratto, perché non mi vergogno di nessuno, in barba alla buona educazione, in barba alla correttezza. Parlare in moldavo per me è come sputare a terra davanti a tutti, senza che questo sia maleducato, perché ho qualcosa dentro da tirare fuori e la tiro fuori così come la cosa vuole venire al mondo.

In fondo, il linguaggio è la menzogna necessaria affinché la verità possa esistere; il fatto di dover celare o mascherare suggerisce che vi è qualcosa dietro la maschera. Così come solo il pensiero sa riflettere sé stesso (si può pensare il pensare), l’impossibilità del dire è l’unica possibilità che può essere detta. Non possiamo che essere attraverso un personaggio, bisogna solo scegliere quale. Io ne ho scelto uno che parla in italiano, fuma sigari e si intende di filosofia e tabacchi per pipe. Capita che qualcuno mi faccia dimenticare la parte da recitare, sbagliare i tempi scenici, balbettare. Quando accade uso parole sbagliate, fuori dal contesto, il mio repertorio diventa un miscuglio disordinato di lemmi che non riesco a pescare. La lingua della maestra scompare improvvisamente e rimango sola con la mia lingua-tronco in un imbarazzo che ora, a differenza degli anni passati, mi fa godere. Rimango con lo sguardo inchiodato negli occhi del mio interlocutore e mi innamoro del potere che ha su di me: so che non riuscire a farlo innamorare rendendomi così ridicola è l’unico modo che ho di essere onesta con lui. È bellissimo.

Allora no – dice – non è in moldavo che ridi.

I miei dieci anni di silenzio e verità non sono stati che un laboratorio dove fabbricare menzogne che racconto sempre con la lingua della mia maestra di italiano. Qualche volta nel laboratorio qualcosa si inceppa ed ecco che la verità diventa un raro refuso della narrazione con la quale mi do agli altri.

E poi aggiunge – Tu non ridi in nessuna lingua.

Alexandrina Scoferta nasce nel 1995 in un paesino della Moldavia. Si trova in Italia dal 2004, qui scopre una lingua dalla quale è terrorizzata e se ne tiene lontana per anni. Sì arrenderà poi alle parole sfogando la paura e l’attrazione per la lingua negli studi filosofici. Ha pubblicato traduzioni e racconti su riviste online  e cartacee. Collabora con  “il Maradagàl” , quadrimestrale di critica letteraria edita da Marco Saya edizioni. Dopo una ventina d’anni nel nord Italia, ora lavora nella libreria più antica di Reggio Calabria.

Impossible to move. The (im)possibility of language between truth and falsehood

by Alexandrina Scoferta

Traslated by Aurora Dell’Oro

It is not possible to move me. having nothing on my inside, so impossibileIt is not possible to move me. having nothing on my inside, so impossibile 
to move
with the strength of a single man. as a huge piece of furniture in the living room. 
as anything which has no value on its own.
I speak, though. I keep on speaking until the skin of my cheeks bursts open. 
I never stop. 
all my strength tightens in the deep of the mouth like a bow 
and strikes sound after sound with no mercy at all. sentence after sentence. 
I don’t get tired because I don’t understand anything of what I’m saying. 
and it doesn’t tire anybody because there isn’t anybody out there. 
so I was born. from the very earth so impossible to move, 
with the very words outside of me. just like this. 
just like everything else which has no value on its own. 

From “Ghinga” by Dan Coman, a Romanian poet unpublished in Italy

It often happens to me that I am 8 again. I am at the house in Masi. Among these four walls, in this little house embraced by fog so thick that it sticks the hair on my face, I must succeed in uttering two words: fine, thank you. I push the words out of me. They are heavy, they are a pile of concrete in the middle of the room. I am pushing with all my strength. On the outside they see my hand wiping out my cheek, but the sound of my voice belongs to a pack beast which has been loaded too much.

It is not possible to move me. Having nothing on my inside, so impossibile 
        to move

When I am 8 or 12 or 14, my words are walled stones inside the mouth. I move the tongue as if it were a chisel, but the tongue is not a chisel and it hurts and the only words I can gather sound like a lamentation, they don’t have my voice. My teacher says: “You’ll pick up words as if they were cherries and you’ll put them in the basket. The voice is just a case. First, we have to shrink them enough to make them fit. You’ll see, you’ll eat them and over time they’ll ripen and become tasty”,  so the teacher says.

Time flows like water. Time and language dig at 8 and at 12 and at 14, but the tongue hurts even more and it becomes smaller and smaller, weaker. 

The teacher says  “You’ll court the words with a less vile tongue, a new tongue and it shall have the glamor of the undefeated. You’ll caress them until they fall in love and they give themselves to you. You’ll see, you’ll pick them up, virgin and innocent and you’ll take your pleasure from them, in a way that you cannot imagine now” she says.

When I was 15, the trunk was the only thing left of my tongue. People are woodpeckers who peck over and over again and they hurt, praying for me to speak. I’d tell them to get off me, but my tongue is just a trunk glued to the throat and words are crumbled stones too close to the teeth. They are far away, so I can’t pick them up. The teacher put her hand inside her mouth and she rips off the tongue. She says “I don’t need it anymore” and she gives it to me. 

I speak, though. I keep on speaking until the skin of my cheeks bursts open. 
I never stop. 

When I am 15 I take the teacher’s tongue and I put it in my mouth. Its roots cling to the trunk like an octopus to the cliff. I seize the crumbled words inside my mouth with the teacher’s tongue and I put them in the basket, I say “Here, take them, y’all” and the others taste them and I too take a sample and I like them, I fell in love with them. I am in love with the teacher’s tongue which says my words. 

all my strength tightens in the deep of the mouth like a bow 
and strikes sound after sound with no mercy at all. sentence after sentence. 

When I am 16 and then 17 and then 18, I only use the tongue of the teacher, but I still keep my piece of muscle stuck in the throat. The teacher’s tongue seems to be mine, I can seduce and fool everybody thanks to it. Each morning I get up and look at myself into the mirror. I say “Fine, thank you”, and I fall in love with my voice. I love myself because I don’t speak this foreign language with my tongue. Sometimes somebody else falls in love with it too and he wants to be kissed by me. I kiss him with a tongue which isn’t mine and I don’t tell him, I am a liar. Nobody can kiss my trunk-tongue which is completely covered by her octopus-tongue. I cannot say anything without the teacher’s tongue. I cannot tell the truth anymore. 

I don’t get tired because I don’t understand anything of what I’m saying. 
and it doesn’t tire anybody because there isn’t anybody out there. 

The last time I told the truth in this foreign language using my trunk-tongue, my trunk, I felt ridiculous, unbearable. Nobody could have fallen in love with me, I disgusted even myself. 

so I was born. from the very earth so impossible to move, 
with the very words outside of me. just like this.
just like everything else which has no value on its own. 

I am 27 and I am translating this poem, gathering all I have left of my trunk-tongue and I put it in the teacher’s octopus-tongue. I am not alone. Eventually someone fell in love with me. 

B says – It’s not you, the words are whores who don't say what we want them to say - so B tells me while we are going to Guinga’s concert. 

Of these 27 years, at least ten are made of silence. I refused to speak to people until I could get myself to speak in their language as it were mine. I gave my youth to all these years. I am the most cowardly foreigner that I know, the only one who never had the courage to be a foreigner. I had a golden chance. Someone succeeds in making the effort to be a stranger in their own language. 

Guinga often laughs, his laugh seems to be part of the show. At the end of it, I tell him. Him, not Guinda - Even when he laughs, that man seems to laugh in Portuguese. 

Speaking in Italian seems to me to be improbable, like explaining a dream. I couldn’t do very much with this huge impossibility of my life, until I discovered poetry, that is the possibility to say something else with other words.  

Speaking is unfeasible like telling a dream. When you tell your dream, you struggle in describing a shipwreck we try to be far distant witnesses of. As if the fact that time passed, since the dreaming took place, can bring us away from the dream itself. 

We combine the pictures through the means of logic concepts, but the dream in itself doesn’t allow the use of any logic instrument in the making of its movie. As such, no distance is possible: we are the waves of the shipwreck we are telling and we are wiped away forever, even in the very moment we are describing it. 

All the world laughs in its own language – he answers.

Over the years I found out that I’m not the only liar, we all lie. Jean-Luc Nancy suggested it to me, in Being singular plural, telling me that the word doesn’t mean ‘thought’: it doesn’t even name the content of thinking, but it just recognizes that the thinking disappears when it is uttered. Nancy compares the use of words to a prayer: through the words we can call upon what we are saying, but only if we don’t aim to give any definition of it. To set free what we evoke means to court it with our communicative skills and let the interlocutor receive the evidence of the absence of what we cannot tell him, together with the message. We refer to it, as if it were a direction we want to walk together with him. The being can only be if it is a being-ourselves-with-the-others. Going around inside the with, the being makes a journey towards the others, a journey during which the truth becomes a lie, as to gain a meaning where we can welcome each other. If we don’t turn to the others, we cannot help but implode and prevent ourselves from being alive.

And what about me – I ask him – In which language do I laugh?

When we tell a dream, we mold it and we make it comprehendible in a camouflage, as we cannot leave the language aside. There is no other way to look at it, because we cannot deal with it outside the rooms of our language. Very narrow rooms, outside which there are all the things that cannot enter the room. We tell our dream to ourselves and others, making it different from what it is, but we are telling the truth, because it is from the dream that we pull out the material transformed by words.  

How does it sound to laugh in Moldovan? – B. asks.

The only part of truth we can give to others is the source which we take the words from. The only road towards honesty that I can follow is the one Roland Barthes taught me about in The Rustle of Language: letting my voice conk out when I cannot find the right words and liveìing my stammering as an evidence: the malfunctioning of the language tells the truth, the truth is that it cannot be told. 

It sounds like a spit - I answer him and I shut up.

The movie Persona by Ingmar Bergman is a paradigm of disconnection/split, reflection on the self and incommunicability: one of the two characters substitute the “appearance of being” (because each word is a lie, each smile is a grimace, each gesture is falsehood) with the complete silence, deciding not to speak anymore. However, the choice of silence seems to be a mask which tries to choke the human need to tell: neither the silence turns out to be a possible truth. The dialogue we forbid ourselves to have with others becomes a dialogue with our very persona. Alejandra Pizarnik said that between the sayable / which means to lie / (everything that can be said is a lie) / the rest is silence / but the silence doesn’t exist. We accuse, we pity and punish the reflection of ourselves, with or without the others. 

Persona, the title of the movie, derives from the Etruscan «φersu»: «φersuna» is the masked character. It is considered to be an adaptation from the Greek «πρόσωπον» (prósōpon), which means face, but both the actor’s mask and the character he embodies. We feel threatened by the ego we don’t identify with. But it is the only conception the outside world has about us and without it we wouldn’t exist. 

I try to explain myself better – When I speak in Moldovan I don’t speak, I don’t build sentences, I don’t conjugate verbes, I play it by ear, I am as free as when my back stitches and I rub it, because nobody can make me feel ashamed, and who cares for good manners and decency. For me, speaking in Moldovan is like spitting on the ground in everybody’s face, but I don’t consider it to be improper, as I have something inside and I pull it out as it is, just like the thing wants to come into the world”. 

After all, the language is the lie the truth needs to be alive; the urge to veil or hidden means that there’s something behind the masque. As only the thought can reflect itself (you can think to be thinking), the impossibility of saying is the only possibility that can be named. We can only exist through a persona, we just have to choose which character we want to be. I picked up one who speaks in Italian, smokes cigars and knows about Philosophy and tobacco for pipes. Sometimes, someone makes me forget the part I have to act and I get the wrong scenic times, I stutter. When it happens, I use the wrong words, out of context, my repertoire becomes an unruly mixture of words I cannot fish. The teacher’s language abruptly disappears and I am left alone with my trunk-tongue in a state of embarrassment that now, unlike what happened in the past, delights me. I look without blinking into the eyes of my interlocutor and I fall in love with the power he has on me: I know that not managing to make him fall for me, exposing myself to ridicule, is the only way I can be honest to him. It’s so beautiful. 

Then no – he says – it’s not in Moldovan that you laugh.  

My ten years of silence and truth were nothing else but a laboratory where I was making up lies I always tell in the language of my Italian teacher. Sometimes in the lab something gets stuck and – there it is – the truth becomes a rare typo in the narrative I tell to give myself to others.

And so he adds – You don’t laugh in any language at all. 

Alexandrina Scoferta  was born in 1995 in a little Moldovan village. She’s been living in Italy since 2004 and here she found a language that terrified her. She stayed away from it for years. Eventually she surrendered herself to words, venting the fear and the attractions for languages in philosophical studies. She published translations and short stories online and in journals. She collaborates with “il Maradagàl”, a quarterly journal of literary criticism published by Marco Saya. After having lived in North Italy for almost twenty years, she now works in the oldest bookshop of Reggio Calabria.

Il corpo di Barbara Cannizzaro è un corpo vulnerabile. L’esposizione non è risultato finale di un processo ma ne è premessa: un patto di fede tra sguardo e oggetto osservato.

La fiducia che chiede alle sue modelle è la stessa che accorda a se stessa quando la fotografa utilizza l’autoscatto; una fiducia che si concretizza nell’immagine di pieghe e dettagli, che si avvicina con rispetto e assenza di giudizio alla pelle, alle cicatrici, alle parti molli del palato.

L’utilizzo di elementi naturali – foglie, pesci, spighe di grano – e superfici di contatto di origine industriale è funzionale ad accendere un dialogo tra occhio e carne che porta la ricerca fotografica di Cannizzaro dentro l’universo della narrazione; le sue immagini possono essere lette come storie, o meglio fiabe, che hanno come protagonista la donna, indagata nei suoi aspetti iniziatici.

È così che una piuma non è mai soltanto una piuma, e un fiore non si riassume nella descrizione dei suoi petali: sono tutti frammenti interrotti, briciole da raccogliere lungo la via. Il tentativo di disegnare una mappa in continuo mutamento che riporti la donna alla sua casa.

The body of Barbara Cannizzaro is a vulnerable body. The exposition is not the final result of a process, but its assumption: a deal of trust between the gaze and the observed object. 

The trust required from her models is the same the photographer requires to herself when she uses the self-timer; a trust which displays itself in the details of the image, in the lack of judgment with which she comes near to the skin, the scars, the soft parts of the palate. 

The use of natural elements – leaves, fishes, ears of wheat – and industrial surfaces aims to start a dialogue between the eye and the flesh. The photographic research of Cannizzaro goes deep down into the narrative, as her pictures can be read as stories, or fairy tales, whose main character is the woman in her initiatory aspects. 

As such, a feather is never just a feather and a flower isn’t summed up by the description of its petals: they are fragments, crumbs to pick up along the way. The attempt to draw a map which is constantly changing to bring the woman back home.

Barbara Cannizzaro (1973) nasce e vive a Roma. Ha studiato c/o O.fotografiche di Roma e il Centro di Fotografia Sperimentale Adams di Roma. Adora i dettagli, l’invisibile. Ciò che solitamente non viene colto, che passa inosservato ad un occhio poco attento. La sua grande passione è l’autoritratto non come gesto egocentrico, come descrizione e raffigurazione sterile di se stessa ma come veicolo di espressione e liberazione di stati d’ animo e pensieri Ama,inoltre,fotografare le donne nella loro semplicità e unicità, il ritratto ‘sbagliato’, fuori dagli schemi e dai canoni classici. Studia ed elabora progetti che abbiano come protagoniste donne normali(ma cos’è poi la normalità?) senza dar peso alla perfezione del corpo, all’ omologazione che ci rende tutti vuoti e infelici. Sceglie temi sociali e di valenza psicologica per rendere la sua fotografia di concreto aiuto e possibile sostegno. Ha ideato e realizzato diversi progetti sui disturbi alimentari (in collaborazione con l’agenzia di moda inclusiva I’mperfettaproject), body shaming e body positive. Ha vinto diversi premi nazionali ed esposto in gallerie nazionali ed internazionali.

Barbara Cannizzaro (1973) was born and lives in Rome. She studied at O.fotografiche and at the Adams Center of Experimental Photography in Rome. She adores the details and the invisible. The things that aren’t usually seen by an inattentive eye. Her great passion is the self-portrait, not as an egocentric act, as a sterile description of the self, but as a means of expression and freedom from thoughts and states of being. Besides that, she loves to photograph women in their simplicity and uniqueness, the “wrong” portrayal, outside the classical rules. She works on projects which put “normal” women at the center (as long as the concept of “normality” can be defined) and she doesn’t care about the perfection of the body and the homologation which makes us all empty and unhappy. She chooses social themes which have psychological values to give concrete help through her photography. She followed a number of projects about eating disorders, body shaming and body positivity in collaboration with the inclusive fashion agency imperfetta project. She won several national rewards and she exhibited her works in national and international galleries.

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