idolâtrie

di Damiana De Gennaro

© Alessio Urso

I.

  Ne Les inséparables, de Beauvoir scrive che per lei gli amori in cui ci si bacia non contengono alcuna verità. A Parigi, sul set che ricrea un salotto devastato, l’attrice che interpreta il ruolo dell’assassina confessa all’investigatrice che segue le sue tracce: mi masturbo spesso pensando a te. Fuori piovono gli strass che prima facevano agli angeli da occhi. 

  Le donne che amo usano questa scusa per respingermi: tu mi idealizzi dicono, portandosi alla bocca una sigaretta o un tè nero aromatizzato alla cannella. A quel punto, dopo aver bevuto l’ultimo sorso di tè o aver buttato via la cicca, si alzano in piedi, attraversano una soglia e scompaiono, inghiottite dalla cosmica onda anomala che le aveva generate. A me restano i simboli:

  giocattoli tristi da smontare, remixare: souvenir da altri mondi. La signora cactus, frontwoman della NHK, volata a Dalian per combinare in ikebana fiori raccolti dalla strada, annuncia una notizia: la ragazza è morta come un uccello sull’asfalto. Non è stato intenzionale, ma nemmeno del tutto un incidente. La città di Dalian è stata chiamata così dai russi, e vuol dire: la lontana

  La frontwoman vive lì da due o tre anni senza conoscere una parola di cinese. Ha i denti più storti che tu abbia mai visto e una risata oscenamente contagiosa. Il notiziario ti dà noia, e così cambi canale. La scena adesso mostra la donna amata ancora prima attraversare la piazza di un paesino giù nel Sud Italia, vanitosa & splendida & triste nel suo impermeabile max mara,

  apparentemente disegnato con l’intenzione che lei ordini un ginseng e flirti ad arte con la nuova collega di storia dell’arte, di cui non le importa affatto. Nel suo disperato ridere si legge: anoressia nervosa, medio-borghese desiderio, ora e sempre, di piacere. A chi? A che cosa? Da tre anni, non a me. La considero una prova inconfutabile del nostro non-amore.

  Lei sta alla donna amata adesso come mariantonietta sta a mononoke hime. L’arco e le frecce della seconda stanno rovesciando il salotto fantasma della prima. La mattina, intorno alle nove e mezza, guardi mononoke hime entrare nel bistrot dove lavora con ancora indosso il casco da motocicletta. Lì dentro, si fa chiamare solo chef. Devi saperlo, perché adesso anche tu lavori lì. 

  Il tuo guadagno all’ora è a dir poco imbarazzante. Neanche tu sai cosa diavolo ti spinga a impostare la sveglia alle cinque e quarantacinque, buttarti sotto la doccia mentre fuori è ancora buio, raccogliere la camicia bianca dallo stendi abiti nell’attesa che il caffè salga, precipitarti sul motorino mezzo rotto della tua adolescenza che in circa due minuti ti porterà a destinazione. 

  L’estate è ancora tiepida, ma presto comincerà a bruciare. Il ragazzo che avrebbe dovuto aiutarti a sistemare i tavoli fuori non si è presentato. La collega ritardata ti ha scritto un messaggio in cui dice che farà ritardo. Solo le statue di marmo, affacciate sulla piazza come ironici gargoyle, ti guardano tirare le corde difettose dei quattro ombrelloni con la scritta cafè letterario,

  e forse ridono del tuo associarle alle corde dello shibari; le corde tristi di una lira che riposa nella teca di un museo d’arte ellenica. Intanto si sono fatte le nove e qualcosa, le casse riproducono un brano di la femme, e non sai se, una volta liberata dal casco, La Donna Amata ti parlerà in giapponese o neolatino. A tutte loro, comunque, il ginseng sembra piacere. 

  Così tu, da neo-barista ora & sempre masochista, lo prepari. 

© Alessio Urso

II.

Devo avere una sorta di fetish, vagamente religioso, per le mani di chef. Sono mani tutt’altro che perfette, ma capaci di montare e smontare varie cose: granitori, macchinette del caffè e così via. Ogni volta che sento l’avvicinarsi di un pericolo o di un dolore inevitabile, l’immaginazione le proietta nella mia mente come una visione sacra, a cui aggrapparsi. 

È capitato mentre sedevo in un bar insieme a mia madre. Il suo equilibrio psichico è precario, e sovrappone le mie alle sue ombre con spettrale abilità. Se fosse un animale selvatico, sarebbe un coccodrillo: il corpo squamoso, semisommerso in un tranquillo specchio d’acqua. Nel bar che adesso è una palude, spalanca le sue fauci e aspetta che io mi posi fra i suoi denti

per rimuovere lo sporco, i brandelli di carne putrefatta. Potrebbe sembrare la trappola perfetta, e forse lo è davvero. In un libro illustrato che ricordo, si racconta la storia di un coccodrillo che si finge amico dei bambini di una comunità africana per poi mangiarli tutti. Loro giocano con lui senza curarsi del pericolo, e ognuno sembra divertirsi per davvero, fino al momento in cui

qualcuno arriva a svelare l’inganno e trarre tutti in salvo, cacciando il coccodrillo lontanissimo. A me il finale non piaceva, e chiedevo che me ne venissero raccontate varianti sempre nuove. Doveva esserci un sistema per sopravvivere all’inganno, salvare sé stessi e il coccodrillo. Mia madre non ha mai provato a uccidermi, o comunque non direttamente. 

Prova invece a ridurre in mille pezzi la mia individualità. Seduta al tavolo del bar, mi parla di come tanto tempo fa lei abbia fatto a pezzi la sua, di come non c’era niente di sbagliato, che bastava abituarsi. Poi inizia a lamentarsi, dicendo di sentirsi giudicata dai miei occhi, ma i miei occhi in quel momento non la vedono. Sono puntati sulle mani di chef nell’azione di raccogliere 

i frammenti del mio animo, ricostruirlo pezzo dopo pezzo. Allora sono l’uccello in equilibrio sui denti della bestia, porto via lo sporco, la carne putrefatta, e un attimo prima che la trappola scatti, provi a uccidermi, volo via, volo lontanissimo: e se dall’alto mi volto indietro vedo solo il coccodrillo ancora vivo; il sangue colare dalla mascella; le sue lacrime di plastica. 

Una volta, mariantonietta si è allontanata dicendo: non ami davvero me, ma l’immagine di me che hai costruito dentro di te. Sarà stato vero? In ogni caso, un amore del genere continua a bruciare anche quando le persone fisiche scompaiono senza lasciare alcuna traccia. La metamorfosi in uccello non dura ancora a lungo, così ti posi sul primo ramo che trovi,

che si dà il caso sia il bistrot. Lì dentro riesci a camuffare le tue ombre tra tutte quelle dei colleghi. C’è il tossicodipendente che nei momenti di allegria ti considera una figlia. C’è l’ex hikikomori che tratti come un fratellino, anche se ha qualche anno più di te. C’è la prostituta bielorussa che si riferisce a te come tesoro, le labbra piegate in un sorriso bianchissimo,

e poi c’è chef: le sue mani un poco gonfie, così amate. Proprio adesso, la guardi sollevare la campana di vetro sotto cui riposa una angel cake. La dichiara solennemente ammuffita, e così la butta via. Non sa che, ai tuoi occhi, sta buttando via mariantonietta, che tu, da sola, non sai ghigliottinare. Comunque, la leggenda vuole che il demone-lupo sappia mordere anche dopo il taglio della testa.

Le frecce sono conficcate nel salotto, nel fantasma della festa.

Lascio l’impermeabile all’ingresso, sul bracciolo del divano nero in pelle. La stanza avrebbe molta luce, se le tende non fossero tirate sulle finestre. Tuo figlio passa sotto gli occhi del ritratto di donna appeso alla parete, tenendo in mano una copia de I paradisi artificiali. Tu appari poco dopo, scendendo le scale del piano superiore. Sul tavolo c’è un vaso pieno di fiori, che perfeziona la posa assunta dal salotto.

Sediamo nella cucina già avvolta dalla semioscurità. Accendi il bollitore, dalla credenza prendi la tazza decorata con i versi di Shelley: può la primavera essere lontana? che una volta ti avevo regalato. Sul tavolo, una angel cake imita una forma di dolcezza. Se la vergogna avesse una forma, per me sarebbe quella dei miei seni. È per questo che tu, amore, hai seni piccolissimi, 

e la tua schiena è quella di un cavaliere in una miniatura medievale. Una volta al mese circa, come oggi, scendo dal treno quattro stazioni prima della mia per venire ad ascoltare un tuo monologo. Se mi dicessi che non ti va, non verrei più. Ma non lo fai, compri invece una confezione di fragole: la mia frutta preferita. Guardo il tuo caschetto accompagnare la teatralità delle parole. 

Anche oggi spieghi a disco rotto cosa sia la leggerezza. Nomini la favola di Amore e Psiche con un tono che ti dona. Dici cose che già so, parli come a una bambina: te stessa, bambina, alla mia età. Il rossetto sulle mie labbra cerca di dirti che non sono più quella di prima, ma tu non sembri farci caso. Hai un marito morto e un nuovo finto amore, io un ragazzo fragile e lunare. 

Di nuovo ti siedi, questa volta non di fronte, ma di lato a me. Incrocio le gambe per convincerti di essere a mio agio. Il pomeriggio scorre identico a tutti gli altri pomeriggi in cui vengo a farti visita: c’è il tè alla vaniglia, ci sono i consigli su come sarebbe meglio vivere, ecc. Oggi, però, portando una fragola alla bocca, dici di esserti accorta del mio amore sin da subito

Potrei rispondere che quel subito adesso ha sette anni, ma rimango in silenzio. L’amore per la prima volta detto a voce alta galleggia tra il tavolo e il lavello, più reale della tazza in cui stai versando il tè. La cucina rivela adesso il suo aspetto di laguna. Piccoli esseri subacquei hanno iniziato a pizzicarci i piedi. Tre piani sotto di noi c’è un parcheggio collegato con le scale alla tua villa. 

Un giorno eri venuta a prendermi in biblioteca con la macchina, e, scesa nel garage, per la prima volta avevo respirato l’aria in cui tuo marito si era ucciso. Avevo amato così tanto quel breve passaggio in macchina. Era la dimostrazione oggettiva del fatto che forse un po’ mi amavi. Mi avevi chiesto di preparare insieme una lezione. Nel tuo studio riconoscevo tanti oggetti che negli anni ti avevo regalato. 

Mentre cercavo cose intelligenti da dire, questi oggetti splendevano nel buio come rivelazioni in una lingua straniera. I fiori nel salotto sono immobili, non disfano la posa. Alla finestra sentiamo il ticchettare delle frecce, che però ancora non possono raggiungerci. Da sole nella cucina non ancora fantasma, una di fronte all’altra, corriamo il rischio di essere felici.

Siamo in piedi, ci guardiamo: io ho esaurito le parole, tu ne hai troppe. Anche a me è capitato, dici, anche io mi sono innamorata di una donna, una volta. Il tuo sorriso, al tatto, darebbe l’impressione di un tessuto sintetico. La donna amata sono io e non sono io, come il gatto nella scatola è vivo e morto insieme. So che è il momento giusto per baciarti – l’unico che esiste – e anche tu sembri saperlo.

Però, invece di baciarti, ti chiedo un bicchiere d’acqua.

© Alessio Urso

III.

shibuya fiorita – shibuya piovosa – shibuya che vuoi vendermi qualcosa – shibuya sciamana, adescatrice – shibuya-lolita che aspetta il professore – shibuya spettro, coda di sirena – shibuya masticata, deglutita, risputata – quante linee della metro attraversano shibuya? – quante primavere servono a colmare una voragine? – ci incontriamo a shibuya, a mezzogiorno? 

al bistrot, shibuya era il mio soprannome. Questo la signora cactus non lo sa: per lei shibuya è solo un posto in cui incontrarsi, un po’ scomodo, per la verità. Non sa nemmeno di essere la signora cactus, anche se forse lo intuisce. Il nostro amore si regge sul mio non dire e sul suo non domandare. Abbiamo cose più importanti a cui pensare, come i missili della Corea del Nord annunciati

stamattina al telegiornale. La diverte il fatto che un poco mi spaventano: si vede che sono appena arrivata e mi devo ancora abituare. Poi c’è la questione dei prezzi che salgono, e che solo il 20% delle aziende assicuri l’aumento degli stipendi ai dipendenti. La gente ancora fa fatica a immaginare viaggi all’estero, si scelgono destinazioni entro i confini nazionali, in cui spostarsi

togliendo la mascherina solo per bere e per mangiare. La televisione suggerisce alcuni paesi del Sud-Est Asiatico da ammirare, tra le varie cose, per la rapida crescita economica. I ciliegi domani raggiungeranno la piena fioritura, ma la signora cactus non ha tempo per guardarli. È così impegnata, è così stanca. Io le dico di non sforzarsi troppo, che presto o tardi moriremo

per un missile lanciato per dispetto, un terremoto devastante, o la fine silenziosa di un amore immaginato. Lei sorride il suo sorriso storto: così so che in parte il nostro è salvo. Subito dopo aver pranzato più o meno dolcemente, iniziamo la lezione. Non è che tu abbia dimenticato il giapponese, dice, è solo che è scivolato sul retro del cervello, e bisogna rievocarlo

come lo spirito di un morto. Mentre sediamo al tavolo del family-resu e facciamo i nostri esercizi-rituali, penso che il problema non sia tanto la lingua in sé, quanto il fatto di non sentirmi più sessualmente attratta da lei: l’unica persona con cui abbia mai desiderato comunicare veramente. Questo lo sappiamo bene entrambe, ma non possiamo dirlo,

e così diamo pacificamente la colpa all’incidente. Quando lei pronuncia la parola incidente a me viene da piangere, ma riesco a trattenermi. Vorrei dirle: quel giorno una parte di me ha provato a uccidermi, e ci è quasi riuscita; un’altra parte, subito prima, aveva provato a baciare chef, che però amabilmente rifiutava: con un bacio sulla guancia e uno schiaffo sul sedere:

perché ci tiene molto a considerarsi una fedele; un’altra parte ancora voleva mettersi al riparo dalle ossessioni di mia madre, da alcuni commenti di mio padre al mattino presto come ad esempio: vorresti fare carriera nella ristorazione?, dalla mail in cui un professore si diceva deluso dalla tesi anche se mi era stato attribuito il massimo dei voti

e anche la lode, dalla delusione mai espressa ad alta voce da parte delle donne di famiglia; del silenzio di mariantonietta che dura da quasi quattro anni, dal mio non voler interpretare la parte della vittima: tutto questo vorrei dirle, ma lei aspetta solo che scelga quale verbo aggiungere nello spazio bianco lasciato tra parentesi, se la a., la b., la c., o la d.

shibuya, vorrei dirle, è morta con l’estate.

© Alessio Urso

IV.

  Il mio cuore è carta da acquerello: vuole assorbire il tuo colore e trattenerlo – è un caleidoscopio impazzito di luci – acqua salata che riflette il dettato incostante del cielo – roccia vulcanica su cui germogliano fiori di cappero – nera pietra lavica – bianca pietra pomice. Tu che tieni in mano come un sasso il mio cuore-paradosso, mi diresti se, lanciato tra le onde, resta a galla, o se sprofonda?

  Sul traghetto ascoltavo una playlist city pop. C’era un gruppo di ragazzi che giocava a carte, un uomo con la camicia gialla che dormiva da seduto, una bella donna che leggeva un libro la cui copertina faceva pensare a un best-seller, due innamorati stesi su un materassino. Appena dopo la partenza, si era diffusa quest’aria da campeggio, resa ancora più allegra

  dal cinguettio di un canarino che non vedevo. Il temporale estivo era terminato. Le mie scarpe erano ancora bagnate fradice, e così sarebbero rimaste fino alla fine del viaggio. La città adesso era solo una pennellata blu profondo e sporco, su cui passavano le lucciole. Il vecchio elastico bordeaux che portavo tra i capelli, ancora umidi di pioggia,

  apparteneva a mononoke hime. Me l’aveva prestato uno degli ultimi giorni di lavoro, prima della pausa di Ferragosto. Quella sera c’era stato un insolito pienone. Io e Irina ci davamo il cambio al banco bar, sceglievamo a turno le canzoni ed era come se ci conoscessimo da sempre. Lei e Maurizio avevano deciso che quella era la serata giusta per me e chef,

che proprio adesso usciva fuori per fumare. Se fossimo riusciti a chiudere per un orario decente, diceva, saremmo uscite insieme. Tra i tavolini illuminati dalle lampade passava in quel momento un artigiano che vendeva origami rossi piccolissimi. Gli occhi di chef non erano mai stati così liquidi, e così avevo eletto una di quelle minuscole gru rosse amuleto del mio amore.

  L’avevo stretto nella tasca per tutta la serata, e forse mi aveva portato fortuna per davvero. O era stato merito del sorriso malizioso di Maurizio? O ancora, magari, dell’accento con cui Irina convinceva il tavolo di turisti russi a fare un altro giro di super-alcolici? Si stava nel cuore dell’estate. L’aria doveva essere infestata da un’invincibile allegria. Questo pensavo, mentre salivo per la prima volta

  sulla sua motocicletta senza indossare il casco, né il passato, né il futuro. La madonna con l’aureola a neon in equilibrio sulla colonna di Via Salvatore Tommasi deve aver immaginato il mio sospetto verso tutti gli dèi presunti tali, ma persino lei, nel vederci risalire la strada in quella strana trance acquatica, deve aver detto fra sé e sé qualche illecita preghiera.

Davanti a due kebab, a due birre peroni, sedute ai tavolini plastificati di un locale ancora meno credibile del nostro, la gioia mi si era piazzata sullo stomaco. La possibilità di mangiare, dopo un così vergine digiuno, appariva inverosimile. Ragionavamo sulla differenza tra il sesso con l’uomo e con la donna, sulla triste insensatezza del farlo rimorchiando gente sulle app,

e, apparentemente, non lo facevamo. Tuttavia, mentre chiudevo il portoncino alle mie spalle e mi giravo un’ultima volta per guardarla, lei, già di spalle e pronta per partire, aveva i suoi occhi liquidi fissi su di me. Rigirando il vecchio elastico bordeaux da un polso all’altro, mi immergevo nell’immagine di lei che come me, adesso era in viaggio verso un’isola.

Il mare era violetto, e sebbene io sembrassi sola, non lo ero.

© Alessio Urso

V.

Casa dei musicisti: qualche attimo al tramonto. La pianta di lavanda quasi secca, il ventilatore che si sposta da destra a sinistra e viceversa. Dopo essersi sfidati a briscola, i ragazzi iniziano ad accordare un basso, una chitarra e un pianoforte. Le note introduttive di Samarcanda riempiono la stanza. In fondo si vede l’isola di Stromboli, il mare orizzontale azzurrissimo. 

L’ombra dei capelli ricci di Adriana è proiettata sul muro dalla luce obliqua che entra dalla finestra. Indossa un top lilla, una collana di conchiglie, jeans strappati e scarpe da ginnastica dorate. Racconta di aver tentato il primo anno di psicologia insieme all’amico jazzista lì presente, facoltà poi accantonata da entrambi a favore del comune sogno della musica. 

Un tatuaggio riporta, in numeri latini, l’anno di nascita della nonna, deceduta la scorsa primavera. Gli altri se li è fatti da sola. Mentre i due amici cantano della nera signora, Adriana, come sotto l’effetto di un’ipnosi, posa la chitarra sul divano e mi prende per un braccio, portandomi fino alla terrazza dove mostruosi insetti estivi si agitano nell’aria color miele. 

Quel che è successo dopo ha a che fare con la profondità dell’arcipelago e dell’anima. Mentre le parlo di un saggio filosofico sul tiro con l’arco, mi bacia molto forte. Sull’isola avanza il colore della sera, che si posa sulla vegetazione come un’azzurra divinità subacquea. In quei baci puoi sentire il magma delle cacciatrici: l’urgenza, l’intuito

necessari per colpire un bersaglio immerso nel buio. Un tocco senza corpo, un tiro senza tiro. Adriana ha ventun anni: gli occhi e le ciglia lunghe che si hanno a ventun anni. Con lei, non nomino mai mononoke hime. Quando ci stendiamo, tuttavia, il magma è completamente prosciugato. Cerco lo stesso di essere un’amante dolce,

ma il fantasma tra di noi adesso ha un respiro gelido e distante, è la perfezione bianca di un satellite. Mentre guardo il profilo della ragazza addormentata, ripenso alla conversazione di qualche sera prima al bar sotto casa con mononoke hime. Senza davvero volerlo, ho appena contraddetto l’idea di non contattare una persona qualsiasi tramite una app

con la sola e tutto sommato innocente intenzione di scopare. Tuttavia, più che aver mentito alla persona che amo e non posso avere, ho la sensazione di inabissarmi nel sentimento che mi lega a lei ancora più radicalmente. In una poesia intitolata cose nascoste, Kavafis scrive: dalle cose che feci o dissi / non cerchino d’indovinare chi fui. Ho l’impressione che 

il tradimento, a volte, è una questione di conoscenza: svela verità sensibili che scavalcano la tirannia del raziocinio. Prima di sedermi a tavola con i musicisti, non sapevo che Il postino era stato girato per metà a Salina e per metà a Procida, dove adesso mononoke hime sta trascorrendo le vacanze. Ancora una volta sola, nell’aria dorata, 

scendo fino alla spiaggia attraversando un sentiero costellato di cactus. Al silenzio delle rocce confido la mia gioia. Il giorno in cui entrambe rientriamo al bistrot e le restituisco il vecchio elastico bordeaux, chef sorride a proposito della famosa scena delle metafore, e dice come devo fare con te? – mentre io la guardo dritto negli occhi, come per dirle –

come farò quando non sarai più qui?

© Alessio Urso

VI.

La messinscena dell’incidente si è svolta più o meno così. Era l’ultimo giorno d’agosto, l’ultimo giorno in cui avrei lavorato lì al bistrot. Non che ci fosse un contratto in scadenza o qualcosa del genere. I documenti me li avevano chiesti e io glieli avevo dati. La cosa era però finita lì, nel buco nero delle burocrazie mai portate a termine. Se avessi potuto, avrei continuato all’infinito.

Ma non potevo. Le crisi isteriche di mia madre c’entravano fino a un certo punto. Persino io capivo che non aveva senso continuare a sopravvivere lì dentro, non dopo l’estate. Eppure, c’era una forza che mi teneva legata a persone e cose, un sentimento che avrei potuto descrivere come una platonica, bassissima pulsione. La violenza, lì dentro, aveva una forma chiara e semplice.

Non era fatta di non detti. Se pure ci fossero stati dei fantasmi, li avresti uccisi come scarafaggi, buttati fuori con la scopa. Il punto era questo: con tutte le sue lussuriose disfunzionalità, il bistrot era diventato la cosa più simile a una casa che io avessi. La fatica di ogni giorno consisteva nell’allestire un set fittizio le cui regole avevo imparato a interpretare.

So solo che vorrei sparire con il vapore dell’estate. Ecco la frase che avevo scritto sul diario nel mese di giugno, mentre evitavo il contatto visivo con le cose, e che, a rileggerla nel mese di ottobre con le stampelle e tutto il resto, assumeva l’amarezza di un presagio. È questa che mi spinge a pensare che l’incidente non sia stato solo un incidente, ma la scena di chiusura di un balletto macabro. 

Bottle crash. È questo il titolo di una performance che si è tenuta in Piazza Dante nel 2006, a cura dell’artista visivo Shimamoto Shōzō. L’azione consisteva nel rovesciare sulla piazza un numero spropositato di vasetti di colore. L’uomo era sollevato su una gru che lo sovrapponeva all’orologio del convitto. I colori lanciati sotto gli occhi delle statue volevano rappresentare

qualcosa di paradossale, delle armi per la pace. Qualcuno aveva anche messo un pianoforte al centro della piazza, ma la musica che si sentiva era in filodiffusione. Al momento della performance, il bistrot non era lì. Il lavapiatti ancora non sapeva che da lì a poco si sarebbe chiuso nella sua stanza per non uscire quasi mai, se non per fare la spesa qualche volta,

chef aveva già lasciato gli studi e stava per sposare l’uomo da cui avrebbe divorziato molto presto, già guidava la motocicletta e collezionava medaglie di tiro con l’arco. Aveva il coraggio di cambiare. I colori cadono sotto gli occhi delle statue, sotto gli occhi della gente. Non è stato intenzionale, ma nemmeno del tutto un incidente. O forse è stata colpa delle radici affioranti dall’asfalto? 

Lasciate stare gli alberi. Che le radici provino a ucciderti è nella natura delle cose. Trentuno agosto: che la ragazza sia morta per un incidente in motorino è una notizia falsa. L’ha uccisa mariantonietta nel suo salotto fantasma. O sarà stato un missile della Corea del Nord, mentre passeggiava con la signora cactus? Che l’abbia uccisa mononoke hime con le sue mani, e che questa

per lei sia stata la più dolce delle morti? Trentuno agosto: che la ragazza sia morta per un incidente in motorino è una notizia falsa. L’ho uccisa io. La ragazza era mariantonietta, ghigliottinata e poi resuscitata. La ragazza era la signora cactus, perforata dagli aghi del suo ridere. Era una freccia scoccata da mononoke hime. La ragazza-uccello, morta sull’asfalto, si risveglia in un letto

d’ospedale. Dalle lenzuola pende la coda del coccodrillo.

post mortem

Una volta ho immaginato i partner reali delle donne che amo con irrealtà seduti a uno stesso tavolo, discutere e fare qualche pettegolezzo alle mie spalle. Si interrogavano sulla natura del qualcosa che mi legava alle loro donne, e cercavano insieme di capire cosa diavolo fosse. L’imponente restauratrice, del segno della vergine, diceva: è senz’altro alla ricerca di una figura materna;

L’architetto calvo, la cui omosessualità repressa si può intuire dalla fissazione per i nudi di Michelangelo, sottolineava l’aggravante che non ho più l’età per essere considerata un’adolescente problematica. Solo l’ex regista di documentari per la NHK taceva e dentro di sé mi perdonava, e mentre gli altri due continuavano a trarre un senso di conforto

  nel descrivere i miei disagi psichici, notava, sotto il tavolo intorno a cui sedevano, gli ex mariti delle attuali compagne dei parlanti trasformati in bambini. Uno è morto e l’altro è vivo, ma entrambi si stanno divertendo. Quello che da grande farà l’informatico mostra al non-ancora medico suicida un videogioco che simula il volo di astronavi, e dice –


guarda – quella, forse, è la Via Lattea.

Damiana De Gennaro scrive e traduce dal giapponese. Ha pubblicato Aspettare la rugiada (Raffaelli, 2017) e Shibuya Crossing (Interno Poesia, 2019). Sue poesie compaiono su: Poeti italiani nati negli anni ‘80 e ‘90. Vol. I (Interno Poesia, 2019), Abitare la parola. Poeti nati negli Anni Novanta (Ladolfi, 2019), Versi Vegetali (Homo Scrivens, 2021). In traduzione, su Cuaderno de traducción. Veinte voces de la poesía italiana contemporánea (Colecion Anverso, 2021) e Sombra escrita. Diecisiete poetas italianas (Vaso Roto, Madrid, 2023).

Alessio Urso, nato a Catania nel 1996, è laureato magistrale in Filosofia della cura presso l’università di Verona.  La sua ricerca si concentra particolarmente su questioni etiche e morali legate alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità,  alla differenza culturale e di genere, esplorando diversi approcci interpretativi. L’interesse per la filosofia è stato preceduto e accompagnato dalla passione per la fotografia analogica. Quello per la pellicola è un amore ben preciso, infatti Alessio ha sempre e solo scattato in analogico, imparando da autodidatta in quel processo senza fine che è l’apprendimento. Sin dai primi rullini, Alessio è stato particolarmente affascinato dalla possibilità di sperimentare, specialmente attraverso l’esposizione multipla, nella quale ha trovato un metodo che permette di praticare la nozione di performatività mettendo in atto un processo di diffrazione, cioè  la possibilità di riscrivere le storie, comporre qualcosa di inesplorato.

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