Distruggere, con gli occhi di Marguerite. Ipertesto

di Livia Del Gaudio

© Stefano Sgambati

Nessuno è solo come uno scrittore

La danza del rimosso in Hiroshima mon amour

di Livia Del Gaudio

Nel 1958 Marguerite Duras lavora alla sceneggiatura della trasposizione cinematografica di un suo romanzo, Hiroshima mon amour, che un anno dopo uscirà nelle sale con lo stesso titolo, sotto la direzione di Alain Resnais.

Non è la prima volta che la scrittrice si occupa di cinema; il cinema è anzi corso parallelo alla sua maturazione artistica, spesso sostituendosi all’attività letteraria. Ha incarnato un’alternativa ma anche un conflitto, così come nelle parole di Duras: Il film allontana, si può dire, l’autore dalla sua opera; la scrittura, intessuta di silenzio, di assenze, ve lo getta, irrimediabilmente, dentro. Nessuno è solo come uno scrittore. Ho fatto dei film, spesso, per sfuggire a quel lavoro terribile, lungo, infelice; eppure, ho sempre avuto voglia di scrivere più che di ogni altra cosa1.

Il successo di Hiroshima mon amour, capace di segnare un immaginario (con buona pace della trasposizione cinematografica dell’opera più famosa di Duras, L’amante) parte dall’esperienza del Nouveau Roman per approdare all’estetica della Nouvelle Vague.

La trama, scarna, è quella dell’incontro tra un architetto giapponese e un’attrice francese; una rapida stagione d’amore impossibile a cui fa da contraltare il trauma recente del bombardamento nucleare: Hiroshima come punto d’incontro tra catastrofe e relazione, come nelle corde di Duras. Amore e morte, dunque, condensati in un iconico bianco e nero nel quale lutto rimosso colpa e vergogna si incalzano nell’incessante botta e risposta tra i protagonisti, chiusi in un dialogo dal sapore psicanalitico che sta al tempo come il suo riflesso, una camera oscura.

In Hiroshima mon amour, la parola, ridotta a cantilena (LEI: «Perché parlare di lui piuttosto che di altri?»; LUI: «Perché?»; LEI: «No, perché?»), è la chiave d’accesso all’opera; un continuo entrare e uscire da ricordi, immagini ed emozioni che solidifica nei fotogrammi di una città sospesa tra rovina e rinascita.

La frammentazione, l’attenzione per il dettaglio, il focus sempre riportato su di un corpo guardato più che toccato agganciano lo spettatore dentro una danza del rimosso esauribile in un’unica maniera: la dimenticanza.

«Passerà del tempo, tempo solamente» dice a un certo punto la protagonista. Ed è forse questa la constatazione più dilaniante: il tempo assottiglierà fino a far sparire ogni cosa, le rovine della guerra come quelle dell’amore.

  1. L. Pallotta della Torre, Marguerite Duras. La passione sospesa, cit., p.79 in A. Morino, Il Cinese e Marguerite, Sellerio editore, Palermo, p.49 ↩︎

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