Ridere: antropologia filosofica di un cedimento. Ipertesto

di Adele Bilotta

© Lilia Beda

Le parole sono parole

di Adele Bilotta

«C’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento», così inizia il celebre monologo di Franca Rame. Diventato spettacolo nel 1981, Rame racconta del 1973: quando venne sequestrata da cinque uomini e caricata su un furgone. 

«Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce, la parola»; il monologo, nonché spezzone della sua vita, si chiama Lo stu-p-ro di Franca Rame.

Scritto sillabato: se per Rame scrivere e recitare questo pezzo, totalmente immobile e gelida su una sedia, fu parte della sua battaglia socio-politica, allora scrivere questa parola sillabandola, con i trattini, sarà la dimostrazione grafica e visiva di quanto la censura, l’algoritmo e le parole possano fare paura.

Ma non esistono parole brutte e cattive, come nelle favole, dove il brutto e cattivo non ha mai il suo lieto fine: le parole sono parole, il vero potere sta nella bocca dei soggetti parlanti.

«Perché la radio? Perché ora l’abbassano? Forse perché non grido». 

È gelata, quasi sorpresa: non grida, non piange. Franca Rame racconta e, attraverso queste spaventose parole, parla del suo cedimento. 

Non ci sono eroi o eroine, non c’è la morale, né il lieto fine. Non c’è il mostro, i “brutti e cattivi”. Rilegare chi compie un atto del genere a queste parole – mostri, brutti, cattivi – è graficamente e visivamente un favore che viene loro fatto: restano uomini. Persone che credono di avere un potere, un diritto, ma ugualmente esistono persone che raccontano e lo fanno senza sillabare.

«Mi viene da vomitare»; quando il corpo non sa come rispondere, e la verbalizzazione sembra lontana dalle proprie facoltà, ci si aggrappa a funzioni primitive. Il vomito, il pianto, il riso. Abdicare al linguaggio non è una perdita di razionalità, è una risposta, una proposta: ci si affida al corpo e si resiste, si ride o si piange per comunicare – senza sillabare – che si è ancora presenti.

E allora Lisa Malagoli scrive: «…non è la fine della paura, è consapevolezza. Quando ci rompiamo qualcosa in noi conosce la via del ritorno. Ridere, piangere, cedere, e poi tornare interi; abbastanza interi da ricominciare».

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