di Mihnea Mihalache-Fiastru
Traduzione di Clara Mitola

© Michelle Pulerà
Il racconto 21 dicembre 1989 è un estratto dalla raccolta di prose brevi Expres di Mihnea Mihalache-Fiastru edito nel 2019 da Curtea Veche Publishing, Bucarest e qui tradotto in italiano da Clara Mitola. Su In allarmata radura ne è già stato pubblicato qui un primo estratto, e qui un secondo, sempre tradotto da Clara Mitola. Purtroppo, nel febbraio 2025, l’autore è venuto a mancare. Il nostro modo di ricordarlo passa attraverso le sue parole.
In quel periodo bevevo tutto il tempo.
Avevo qualche amico con cui riuscivamo a bere enormi quantità d’alcol.
Quantità di cui oggi non ho più sentito. Da nessuno e neppure dalla generazione più giovane, come la tua.
Un anno, a Capodanno, con Victor abbiamo bevuto sessanta litri di vino. Era l’86 o l’87. Ci siamo incontrati il 30 dicembre in giornata e ci siamo separati il 2 gennaio, al mattino. Non abbiamo dormito e non ci siamo alzati da tavola se non dopo aver bevuto tutto quello che avevamo.
Dicembre era così in quegli anni. Non sapevamo cosa succedesse esattamente intorno a noi. Quando bevi così, l’ordine delle cose scompare e non riconosci più gli spazi. L’universo diventa atemporale. Così muoiono molti alcolizzati.
Dimenticano, non sanno dove sono o cos’è successo, o che giorno è, se fa freddo o fa caldo.
Eravamo così anche noi, solo a un altro livello. Eravamo alcolizzati di lusso. Appena sveglio, mettevo mano al bicchiere. Avevo anche un motto, che mi è rimasto da quel periodo:
Il valore si vede al mattino!
In un certo modo, questo faceva la differenza tra dilettanti e professionisti, tra bevitori, ubriaconi e alcolizzati. Gli ubriaconi si svegliano, mangiano una minestra, stanno male, hanno mal di testa fino a pranzo o per tutto il giorno. Gli alcolizzati sono diversi. Io mi svegliavo, alle 7 o alle 8 del mattino, e bevevo uno, due, tre bicchieri di roba forte. Iniziavo così la giornata. E andavo avanti così fino a notte. Tutto si faceva con l’alcol. Se dovevo andare in un qualche posto, mi domandavo se c’era da bere. Se si beveva, ci andavo, se no evitavo.
Mi ha colto così il dicembre del 1989.
Lavoravo al giornale, si avvicinavano le feste e come sempre c’era da scrivere, anche se gli argomenti non erano troppo consistenti.
Mi sono svegliato, ho bevuto un rum quella mattina, me lo ricordo, e sono uscito di casa ubriaco. Sono sbucato a Universitate, sono sceso in metropolitana e da lì verso la televisione, a prendere un autobus fino a Casa Scânteii.
Nell’89, dicembre è stato caldo, c’era il sole e quella luce chiara, forte, com’è in inverno. Niente pioggia, niente neve, soltanto asciutto e sole.
Il 21 dicembre è stato un giovedì.
Dovevo prendere del vino.
C’era un tizio della Gazzetta dello Sport che vendeva vino bianco, aveva delle vigne in campagna e faceva molto vino. Lo prendevo sempre da lui, era buonissimo. E questo tizio aveva promesso di portarmene due damigiane per Natale. Lui entrava in redazione alle 14:00 o alle 15:00, non ricordo più esattamente.
Ero con Victor al giornale e a un certo punto, intorno alle 12, è iniziata il comizio di Ceaușescu.
Sono iniziati i fischi, l’agitazione.
Siamo stati informati subito. Abbiamo continuato a ricevere notizie fino alle 14:00. Sapevamo si fossero raccolti dei gruppi di persone in Piazza Romana e che avessero raggiunto anche Universitate. Ad ogni modo, non credevamo sarebbe successo niente d’importante.
Ho chiamato anche il tizio del vino che ha detto di essere in ritardo, che sarebbe arrivato per le 16:00 al giornale. La sua redazione era su Strada Pitar Moș. Siamo rimasti ancora un’ora, abbiamo bevuto del cognac. Intorno alle 15:00 so di aver detto a Victor:
– Andiamo anche noi a vedere che succede in centro, che si dice, così prendiamo anche il vino. Poi andiamo a lasciarlo da mia sorella e vediamo cosa fare.
E siamo usciti. A piedi. Ci siamo diretti verso l’Arco di Trionfo su Bulevard Kiselef e da lì su Calea Victoriei.

© Michelle Pulerà
Era tutto vuoto e c’era una quiete perfetta. Di tanto in tanto passava un’auto. L’aria si era fatta molto fredda, sentivo l’odore dell’inverno e il cielo era terso. Siamo arrivati in Piazza Victoriei. Tutti quei bloc all’incrocio non erano ancora terminati. Si distingueva uno strano vociare, non sapevamo da dove provenisse. Forse da Strada Ana Ipătescu, ma non si vedeva niente da Victoriei. Abbiamo imboccato rapidamente Calea Victoriei, abbiamo pensato che il trambusto provenisse da quei bloc in costruzione e che, se fosse successo qualcosa, sarebbe stato meglio averli già superati e non ritrovarceli di fronte. Abbiamo raggiunto l’incrocio con Bulevard Dacia. Le voci si sentivano sempre più forti, ma non riuscivamo ancora a capire da quale direzione.
Abbiamo pensato provenissero dal Comitato Centrale, dove c’era stato il comizio di Ceaușescu. Siamo andati ancora avanti su Calea Victoriei con l’idea di avvicinarci al C.C. e poi prendere Strada Rosetti, attraversare Bulevard Bălcescu tagliando dal teatro Scala, girare a sinistra su Pitar Moș e andare dal tizio al giornale, a prendere il vino.
E così abbiamo fatto. Siamo arrivati di fronte all’Ateneo, dove c’era molta gente che si affrettava in tutte le direzioni. Per terra c’erano cartelloni di tutti i tipi e i bidoni dell’immondizia erano stati rovesciati. Ma non sembrava niente di pericoloso. Abbiamo imboccato Strada Rosetti e abbiamo superato la chiesa Boteanu.
Abbiamo guardato a destra, verso Universitate, e abbiamo visto una marea di persone correre nella nostra direzione, verso Piazza Romana. Dall’altra parte, da Romana, diversi camion si dirigevano a tutta velocità verso Universitate. E alle nostre spalle, da dove eravamo usciti noi su Strada Rosetti, la gente si allontanava di corsa dalla Piazza del Comitato Centrale. Gridavano che si stava sparando, che qualcuno era stato colpito.
Victor mi ha afferrato per un braccio e ci siamo infilati nel portone di un bloc di fronte alla chiesa Boteanu, quello che aveva il negozio UNIC al pianterreno.
Abbiamo visto riempirsi altri portoni vicino a noi, gli ingressi dei negozi, molta gente cercava di ripararsi ai margini della strada. Poi ne sono arrivati altri a nascondersi con noi nel portone del palazzo.
– Rimani qui che ci sparano! mi ha detto Victor in quel momento.
– Perché? gli ho domandato.
Non mi ha risposto. Era spaventato. Non l’avevo mai visto così, era sbiancato.
Allora ho capito che sapeva qualcosa.
La gente si è fatta da parte quando sono arrivati quei camion a tutta velocità. Ne sono passati due o tre, dopo di che ne è passato un altro a velocità ridotta; un tizio si era arrampicato sullo sportello di destra.
– Forza voi, seguite il camion, muovetevi!
Gridava talmente forte che lo si sentiva su tutto il bulevard. Aveva 35 o 40 anni, era alto e indossava una giacca nera o comunque di colore scuro, con una riga rossa.
– Che facciamo? ha gridato qualcuno sulla sinistra.
– Chi è quello? ho domandato.
– Dan, ha risposto qualcun altro.
– Quale Dan? ho insistito.
– Dan Iosif.
– Dan Iosif? mi sono meravigliato.
Sapevo bene chi fosse Dan Iosif, anche se lo conoscevo solo di vista.
Era un tipo noto in città, molti lo temevano. Si diceva non fosse proprio sano di mente e che non avesse paura di nessuno. E che gli piacesse menare le mani.
Nel periodo in cui faceva a botte, era in gamba. Erano in molti allora, Coco Anghel e il clan degli sportivi, Fane Spoitoru, Cezar Nichita, Cibilan. E dall’altra parte, in zona Dorbanți-Floreasca, c’era Dan Iosif che stava con tutti, con i furbi e i delinquenti, con i poveri e gli alcolizzati.
– Questo è il Dan che ha picchiato Nicu Ceaușescu, ho sentito dire al tizio che prima aveva gridato contro il camion su cui si era arrampicato Dan Iosif.
– Come lo conosci? gli ho domandato.
– Lo conosco da molto, siamo andati insieme al Caragiale, al liceo. Lui era più grande. Ma era sveglio già allora. Non ha paura e conosce tutti. E ha fatto nero anche Nicu Ceaușescu, lo sanno tutti.
– Perché l’ha picchiato?
– Perché Nicu Ceaușescu faceva lo spaccone. E con Dan non gli è andata bene.
– Questo non ha fatto altro che entrare e uscire di galera, mi ha detto Victor in quel momento.
– E gliele ha suonate, non ci ha scambiato nemmeno due parole, ha continuato l’uomo.
– Non è successo niente, Nicu non l’ha detto a nessuno, nessuno è andato a prendere Dan. Perché alla fine, anche Nicu è un bravo ragazzo, a prescindere che è figlio di… insomma, lo sai?! ha aggiunto.

© Michelle Pulerà
Sul bulevard c’era grande scompiglio e molto panico. La gente non sapeva in che direzione andare, si erano incontrati tutti all’incrocio del teatro Scala. Certi tizi, che avevo già visto in città, procedevano verso Universitate seguendo il camion di Dan Iosif, e gridavano agli altri:
– Ehi, venite qui! Da questa parte!
Alcuni li hanno seguiti ma la maggior parte è rimasta dov’era. La gente stava incollata ai palazzi e per lo più rimaneva a guardare cosa succedeva.
Non so che ora fosse, so che ho incontrato tua madre quando si è fatto buio, probabilmente erano le 17:00 o le 17:30. Alla fine della strada, a Universitate, all’altezza del palazzo Ciclop e della Dalles, è lì che è iniziato il caos. Non si capiva più niente. Dan Iosif aveva rovesciato un’auto, si lanciavano oggetti, non sapevamo cosa stesse succedendo. La confusione si era già spostata dall’altra parte, verso Romana. Allora, dalla strada dell’hotel Lido, è apparsa tua madre, non c’eravamo più visti da almeno due anni, da quando c’era stato l’incontro per i dieci anni dalla laurea. Ci siamo incontrati e ci siamo raccontati come fossimo arrivati lì. Lei veniva da Aviației, dalla scuola in cui insegnava, sempre a piedi come noi. Aveva visto il camion quando era in Piața Victoriei. Ci ha detto che sul camion c’era un tizio che vendeva il pesce nella sua scuola:
– Come si chiama? le ho domandato.
– Dan, mi ha risposto.
– Dan Iosif?
– Forse, non lo so.
– Lo conosci? le ho chiesto.
Ero un po’ invidioso di Dan Iosif, da quando l’avevo visto su quel camion.
– Beh, è del quartiere, dove c’è anche la mia scuola, voglio dire. Lo conosco perché passa sempre di fronte alla scuola e va a pescare al parco Bordei.
Siamo scoppiati a ridere, sia io che Victor. Ho avuto sempre una buona intesa con tua madre e con il suo gruppo di amiche dell’università. Lei faceva romeno-inglese, io romeno-francese. Quando abbiamo finito l’università, un giorno prima della seduta di laurea, i professori le hanno detto che c’era non so quale errore nella sua tesi. Era complicato all’epoca, si batteva a macchina. Dovevi trovare una macchina da scrivere. Ho preso io la sua tesi e l’ho riscritta entro il giorno dopo. Anche lei mi ha aiutato in molte cose.
– E chiacchieriamo così, del più e del meno, mi chiede una sigaretta ogni tanto. Non l’ho più visto da un pezzo! ha detto.
– Cosa sai di lui?
– Non so niente, cosa dovrei sapere?!
Siamo rimasti a parlare qualche minuto, dopo di che ha attraversato la strada verso il teatro Scala e ha imboccato strada Rosetti, verso Moșilor. E sempre più o meno in quel momento, ho sentito i primi spari. Oppure, non so, dei rumori. Erano fortissimi, la gente ha iniziato a correre in tutte le direzioni. Abbiamo saputo subito dopo che avevano sparato a qualcuno alla Dalles. Ho proposto di attraversare la strada, di andare a vedere chi c’era alla redazione, se il tizio col vino era arrivato.
Abbiamo attraversato e abbiamo visto che a Universitate bruciava qualcosa. Quando ha costruito le barricate a Universitate, Dan Iosif ha rovesciato un camion e gli ha dato fuoco. Non ricordo più l’ora e neppure se stesse bruciando quando abbiamo attraversato la strada, ma ho visto qualcosa e ho sentito i rumori degli spari.

© Michelle Pulerà
Siamo arrivati alla Gazzetta, il tizio non aveva portato il vino. Ci ha domandato cosa stesse succedendo fuori, gliel’abbiamo raccontato. Ricordo di avergli chiesto se conosceva Dan Iosif. Ci ha risposto che lo conosceva perché erano dello stesso quartiere, che anche lui era di Floreasca, e che viveva lì anche ora. Anche lui ha detto che andava spesso in galera e che era disoccupato, ma di tanto in tanto lavorava quando sentiva dire in giro che lo stavano cercando. Era conosciuto come l’uomo degli stagni a nord della città. Ci ha raccontato che una volta l’ha visto in un campo a Floreasca, di fronte all’ingresso di un lido. Si era costruito una baracca lì. Gli sembrava strano che un uomo conosciuto da tutti in città e con molte amicizie importanti, dormisse in un campo a Floreasca. Pare che quello fosse stato un periodo piuttosto alcolico. Beveva țuica e stava tutto il giorno allo stagno, a pescare oppure a nuotare.
– Sai che è scampato all’incidente del ’67?!
– Quale incidente del ’67?
– Quello in cui si è capovolto il vaporetto nel lago Tei, al lido!
– Ah sì, ma sapevo non fosse sopravvissuto nessuno, gli ho risposto.
– Ho sentito che c’era anche lui sul vaporetto e si è tuffato in acqua prima che si rovesciasse, mi ha detto.
– Però non ricordo più esattamente com’è andata e cos’è successo, ho continuato.
– Era una domenica d’estate, molta gente in riva al lago, una marea di gente. E, a un certo punto, le nuvole si sono radunate e sembrava che presto sarebbe iniziato un temporale, e tutti si sono lanciati sul vaporetto per raggiungere l’altra sponda e tornare a casa. Sono saliti in troppi, ha iniziato a piovere, la gente in preda al panico si è raggruppata su un lato del vaporetto. L’imbarcazione ha iniziato a ondeggiare, si è rovesciata e sono caduti tutti in acqua. Panico generale, e sono morti tutti tranne lui, il comandante e ancora un paio di persone. Questo si diceva in giro per il quartiere.
– Ma quindi lui come si è salvato?
– Tutti erano terrorizzati quando si è rovesciato, per giunta erano al centro del lago, perciò le persone in acqua hanno cominciato a salire una sull’altra cercando disperatamente di salvarsi, e chi non sapeva nuotare si è aggrappato a chi sapeva farlo e così, fino alla fine, sono annegati tutti. All’epoca è scoppiato uno scandalo enorme però, insomma, non è apparso sui giornali, perché quelli ci hanno messo la coda. Però la notizia è uscita sui giornali stranieri. Sono morte circa cento persone. Dan era vigoroso, è saltato per primo e poi, dall’acqua, si è arrampicato sugli altri, ha fatto qualche bracciata e si è allontanato di corsa dal gruppo. Bene, lui lo conosceva, quello era il suo lago. Si è fatto largo tra gli altri e ha nuotato fino a riva, durante il temporale. E comunque, avrebbe potuto nuotare quanto voleva.
– E chi pensi l’abbia mandato qui?
– Non lo so, mi ha risposto.
– Quindi non hai niente? gli chiesto pensando al vino.
– Non ho portato niente, sono venuto di corsa, volevo sapere cosa stava succedendo in centro.
Gli ho detto di venire con noi da un conoscente in un bloc a Universitate che di certo aveva da bere e da dove avremmo potuto anche guardare, vedere che succede per strada.
E siamo usciti. Erano le 18:30. Io, Victor e il tizio della Gazzetta.

© Michelle Pulerà
Non sapevamo più che deviazioni fare per non arrivare lì, nel bel mezzo degli eventi. L’abbiamo presa da dietro, per strada Batiștei, siamo usciti su Hristo Botev e dopo abbiamo tagliato per Doamnei e Academiei, poi attraverso il passaggio di Architettura, e abbiamo raggiunto il bloc. Ci siamo entrati dall’ingresso posteriore, abbiamo raggiunto l’appartamento al quinto piano e siamo usciti sul balcone. Abbiamo visto che si sparava e tutto il resto. Vedevo Dan Iosif in cima alla barricata che aveva costruito sul bulevard. Sono apparsi anche i blindati. Con la barricata hanno risolto presto, credo intorno alle 23:00. Poi hanno sparato a Universitate, verso l’ospedale Colțea, per quanto riuscivamo a vedere da lì.
Quella notte abbiamo bevuto tutto quello che il mio amico aveva in casa e non abbiamo dormito per niente. Siamo rimasti sul balcone, ci siamo scolati sia il vino che il triple sec. A un certo punto volevamo andar via ma il padrone di casa ha tirato fuori i liquori, vodka e vișinata.
Abbiamo finito anche quelle.
Al mattino, intorno alle 8:00, siamo usciti dalla porta principale del bloc e abbiamo deciso di andare nella piazza del Comitato Centrale.
Di fronte all’Intercontinental c’era Dan Iosif, montato su un carro armato, con due mitragliatrici AKM al collo. Dietro al carro armato c’erano centinaia di persone. Operai, ho capito dopo. Ci siamo avvicinati al margine del bulevard e in quel momento lui ha sollevato le mitragliatrici e si è messo a sparare in aria.
Ha sparato qualche colpo, la gente ha iniziato ad agitarsi e a gridare, erano tutti su di giri. Non riuscivo a immaginare da dove fossero arrivati. Quando ha finito di sparato, ha abbassato una mano, mentre l’altra, in cui teneva la mitragliatrice, è rimasta in alto e l’ho sentito gridare alla gente intorno:
– Brutti figli di puttana, se non mi seguite, vi ammazzo tutti! Avete capito?!
Dopo di che ha sparato qualche altro colpo in aria.
Mihnea Mihalache-Fiastru (1982 – 2025) ha portato a termine la facoltà di psicologia e ha vissuto e lavorato a Bucarest. È stato giornalista dal 2002 al 2011, e tra il 2012 e il 2016 ha pubblicato saggi per riviste e giornali culturali (District 40 e Dilema Veche) e piattaforme online (Sub25, Scena9). Ha inoltre avviato un progetto di antropologia video sulle piscine all’aperto di Bucarest, dal periodo interbellico ad oggi (Ștrăndooț) e una serie di docu-ficion online (Șușanele), proiettata in numerose gallerie d’arte e spazi culturali. Nel 2018 ha pubblicato Tecnologia dell’Esposizione Universale (Tehnologia Expunerii Universale, Ed. frACTalia, Bucarest 2018), sugli empori di Bucarest alla fine degli anni ’80 visti dalla prospettiva di un bambino che soffre di una sindrome ossessiva non diagnosticata.
Clara Mitola (1979) è traduttrice letteraria dal romeno, appassionata di lingue flessive e agglutinanti, poesia e prosa breve. È anche un’immigrata in controtendenza e dal 2010 vive a Bucarest, città ancora sorprendente. Ha tradotto e pubblicato l’opera di alcuni poeti romeni contemporanei come Mariana Marin, Ioan Es. Pop e Virgil Mazilescu, un romanzo dello scrittore moldavo Dumitru Crudu e saggi degli storici Neagu Djuvara e Lucian Boia. Ha inoltre debuttato come autrice di versi in lingua romena all’interno di una raccolta di poesia ecologica.





La rappresentazione pone di fronte a un’assenza. Dove l’immagine naturale appare solo in presenza di ciò che mostra – uno specchio non riflette nulla che non gli sia fermo di fronte –, l’immagine artificiale rivela qualcosa che non c’è: è in assenza che fa apparire il soggetto e lo sottopone al giudizio dello sguardo. Secondo la definizione proposta da Emmanuel Alloa: «La rappresentazione pone davanti ai nostri occhi quello che si sottrae alla presenza, all’orizzonte immediato del presente: la rappresentazione si attua in absentia, in assenza della presenza, per sostituzione o vicarietà1».
La fotografia, come la pittura e ogni altra forma di arte visuale, è rappresentazione: agisce per sostituzione, fa risorgere ciò che è sparito: come tale è un effetto perturbatore della realtà perché si mostra più vera del vero, più reale della vita che pretende di sostituire. Gli scatti di Michelle Pulerà rivelano questo specifico aspetto della fotografia, pongono l’osservatore in presenza di un’assenza. Il tema della vecchiaia, indagato in maniera allegorica, senza sottrarsi alla ripetizione e all’effetto cliché, più che patetico (nel senso etimologico del termine) appare estetico. È nel gioco dell’immagine che appare e scompare, che si sofferma sul dettaglio oppure lo aggira che si rivela lo sguardo della fotografa, la sua personale sostituzione della realtà con una rappresentazione più vera del vero. Qui il volto della donna anziana, soggetto della serie, perde individualità per farsi simbolo della vita che consuma se stessa attraverso lo svolgersi del tempo. Corrucciata, osserva con severità noi viventi, si chiude fino a stringersi su un’altra mano, altrettanto anziana e segnata. Non sappiamo nulla di lei e nemmeno siamo spinti a chiederlo: osserviamo l’immagine, stiamo nell’illusione, tolleriamo l’assenza.
Livia Del Gaudio
Michelle Pulerà (1998). Cresciuta tra libri e disegni lasciati a metà, ha trovato nella fotografia il punto d’incontro tra il suo mondo interiore e la realtà che la circonda. Il suo percorso l’ha portata verso la fotografia analogica, riscoprendo una dimensione materica che dà valore all’attesa e alla sperimentazione. In un mondo che va troppo veloce per i suoi standard, scelglie il tempo della lentezza come elemento essenziale per la sua espressione artistica.
- E. Alloa, ¿Antropologizar lo visual?, in Pensar la imagen II, Antropología de lo visual, E. Alloa editor, Santiago de Chile, 2022 ↩︎