La ninna nanna di Miranda (e di tutte noi, piene di domande senza risposta)

di Elena Lo Muzio

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera pubblica @unite_azioneletteraria #unite #rompiamoilsilenzio

© Francesca Arena

Una volta, mentre stavo lavorando, uno sconosciuto mi ha infilato un righello dei pantaloni. No, non è un eufemismo, mi ha davvero messo un righello nello spazio posteriore dei jeans, tra le chiappe. Erano i primi Duemila e andava la vita bassa, erano scesi un po’ troppo mentre ero seduta. Il tizio non era nemmeno il mio capo, ma uno che passava di lì, forse un suo amico. Ho riso perché sembrava una gag divertente e poi mica potevo offenderlo. Un’altra volta un selezionatore a un colloquio ha giudicato il mio aspetto e non il curriculum che gli avevo consegnato, fitto di skills e di titoli di studio, perché secondo la sua opinione ero vestita troppo di sinistra e non andavo bene per il suo pregiatissimo negozio di articoli per la casa. Un’altra volta ho ringraziato perché mi avevano fatto fare tutta la maternità obbligatoria e non mi avevano licenziata, ero così grata che sono rimasta a lavorare così a lungo da farmi venire un esaurimento nervoso. Ho visto le mie lauree in un cassetto a prendere polvere, mentre dei diplomi di scuola superiore stavano appesi negli uffici dei miei datori di lavoro uomini. Al telefono erano tutti dottori, loro, mentre io ero la ragazza, poi la signorina, poi la signora. Ho annuito davanti a clienti che mi spiegavano la vita e come dovessi fare il mio lavoro. Mi sono sentita fare i complimenti per le mie capacità, con l’aggiunta «e pensate, è anche una mamma». Ho accettato manate sul culo da giovane, e al contempo fredda indifferenza da vecchia, ho adattato il mio abbigliamento secondo uno standard scelto da altri, le tette dei miei vent’anni richiedevano scollature attira-clienti, il mio corpo dei quaranta dei colori più sobri e dei capelli più ordinati. Io che non ho mai avuto la sindrome dell’impostore, mi sono trovata a chiedermi se fossi abbastanza qualificata per dire di sì a una proposta importante, per poi accettare e non dormirci la notte perché avevo da giostrarmi lavoro e famiglia.

Ma queste cose le sapete già. Le dicono tutte. Dai colloqui con le domande personali, al mobbing subito da molte, agli stipendi sempre più bassi, nonostante qualifiche maggiori. Le abbiamo sentite e risentite, dai dove sta la novità, dacci ciccia nuova, stupisci il pubblico con una nuova magia. 

© Francesca Arena

La nuova magia si chiama partita IVA, dopo anni di lavoro dipendente. Aperta nella speranza di costruirmi una carriera in un ambito sempre sognato e mai realizzato pienamente, mantenuta con un unico cliente fisso e pochi altri occasionali, mentre io vivo e lavoro in quell’interregno di chi ha figli grandicelli, ma non ancora autonomi, e genitori sempre più anziani, ma non ancora bisognosi di assistenza. Una sorta di adolescenza nell’età adulta, quella in cui i miei coetanei uomini occupano posti di rilievo o quantomeno lo stesso posto di lavoro da decenni e se cambiano lo fanno in meglio, mentre noi stiamo qua ad annaspare tra i colloqui della scuola e l’ennesima visita a cui accompagnare mamma e papà. Tra pediatra e geriatra verrebbe da dire, tra le carte Pokemon e la Carta Argento, a guardare la nostra carriera andare in pezzi.

Attenzione: non tutte. Come not all man pure in questo caso non è che tutte abbiano fatto scelte di questo tipo, né tutte si trovano ad annaspare, ma facciamo che siamo in un bel gruppo. Guardo la mia amica antropologa, con un lavoro di ricerca all’estero, ben avviato che torna a casa per qualche mese per la madre malata. Sono passati 15 anni. Dopo la madre è stato il turno del padre e lei nel mentre ha trovato lavoro in un altro ambito, ha avuto un figlio e poi l’hanno licenziata.

Fa le pulizie in uno studio medico, adesso. Perché non ha nessuno che le tiene il bambino se è malato. Il suo compagno lavora a tempo pieno «e, sai, non si può assentare».

No, certo ci mancherebbe.

Ho in mente quell’altra che avrebbe voluto diventare commercialista, ma al momento dell’assunzione le hanno preferito il collega uomo, perché non dà problemi. Lei ha trovato un appagante tempo indeterminato che avrebbe potuto fare con il diploma di ragioneria, ma avendo una laurea e un master fa trovare al capo il lavoro praticamente fatto, manca giusto la firma. Quando ha comprato casa le hanno chiesto pure una garanzia per il mutuo, magari quella di suo padre. Non ha avuto figli, lei, ma come tante sta aspettando al varco il decadimento dei genitori e mette da parte i soldi per poter pagare in futuro una badante senza dover rinunciare al lavoro.

Sono esempi tediosi, ne convengo, ma la situazione è la seguente. Uno stuolo di persone con alte specializzazioni che fanno i numeri da circo per conciliare lavoro, famiglia e interessi personali. «Avanguardia pura» direbbe una di quelle donne che ce l’ha fatta1, almeno nella finzione, ma che si trova comunque a gestire due figlie gemelle insopportabili e si deve comportare come un uomo per risultare credibile. Non ne usciamo più. 

© Francesca Arena

A scuola, da bambine, ci vogliono brave e ordinate e forse lo siamo, o lo diventiamo, ci prendiamo gusto e diventiamo eccellenti, ci istruiamo a livelli sempre maggiori, poi basta niente e dobbiamo rivedere i piani. Beh niente. È un niente fatto di aspettative sociali, giudizi morali, desideri personali e divari salariali. Un niente che se ti va bene devi solo organizzare la baby-sitter e la badante, se ti va male devi fare tutto da sola, mentre comunque lavori e devi cercare di lavarti per non puzzare.

È un niente fatto di permesso, scusa e grazie, le tre parole che pronunciamo più spesso, e non nel senso originario dei termini, ma con significati nuovi. Permesso, non per entrare, ma come richiesta. Da quelli lavorativi a quelli coniugali, «posso uscire con le amiche, stasera?» si trovano in molte a dire ai mariti, i quali, nel frattempo, hanno riempito l’agenda dei loro impegni senza quasi avvisare. Dicendo scusa per tutto, non solo quando si chiede il perdono per un torto o uno sbaglio, «scusami se ti disturbo» o «scusa sono in ritardo» o scusa ma devo dire la mia e non voglio sembrare troppo assertiva. E poi i grazie. I dannatissimi grazie che ti sembra di dover dire e rimarcare. Grazie nonni che tenete i bambini, grazie capo che mi hai dato le ferie, grazie che ho un lavoro e anche se non mi piace me lo tengo. Grazie per avermi accreditato lo stipendio anche questo mese.

Ho detto grazie quando mi hanno concesso un permesso di due ore per poter presenziare al primo giorno di scuola di mio figlio, quando la mia collega ha accettato un cambio turno perché mia madre veniva operata, quando mi sono sentita male in ufficio e mi hanno concesso di uscire prima. Ho ringraziato perché mi hanno permesso di avere ciò che è mio di diritto. E mi ritengo fortunata, perché io ho un marito che se c’è bisogno manda una mail all’ufficio personale dicendo che si prende delle ferie o esce un paio d’ore prima. Tempo impiegato per la richiesta due minuti, ringraziamenti nessuno.

Nell’ufficio dove lavoravo le impiegate dovevano andare di persona a parlare con il capo, sedersi, spiegarne i motivi, riorganizzare le scadenze con le colleghe per coprire l’assenza. I nostri colleghi uomini mandavano un messaggio o bussavano brevemente alla porta del boss e senza manco entrare lanciavano un «domani entro alle dieci». È colpa nostra? È colpa loro?

Quello che mi manda in bestia è non riuscire a risolvere questo nodo: la disparità di trattamento è colpa del genere o di un atteggiamento auto imposto? Sono le donne che scelgono di stare un passo indietro o è chi sta sopra di noi che decide?

È una mescolanza di fattori, una matassa da cui non si estrae più il bandolo. È nato prima l’uovo o la gallina? È nato prima il senso di colpa o la donna? Il gap salariale esiste perché non ci hanno insegnato a parlare di soldi?

Quella ragazza che ero accettava uno scherzo di cattivo gusto come parte del lavoro. Sarebbe stata diversa se non le avessero inculcato l’accondiscendenza come stile di vita? E le altre avrebbero realizzato i loro sogni se non si fossero sentite chiamate a occuparsi della cura di familiari e figli? O se non avessero imparato a non pretendere troppo, a non occupare gli spazi, a non prendersi tutto?

© Francesca Arena

Siamo tutti uguali, ci dicono. Lo impariamo alle elementari che ogni essere umano ha valore, dignità e diritti, poi il banco salta. Le donne sono in media più brave a scuola dei loro coetanei uomini, hanno un’istruzione di livello più alto, ma nel mondo del lavoro i pezzi di carta ottenuti diventano stracci, i curriculum si assottigliano per non sembrare troppo qualificate per le posizioni a cui facciamo domanda. Ho letto che, secondo una ricerca fatta dai siti per la ricerca del lavoro, la gran parte degli uomini risponde ad annunci che corrispondono al 60% del loro profilo, mentre le donne si candidano solo se le loro qualifiche arrivano al 90% delle richieste. Non credo che la mancanza di spavalderia e incoscienza siano tratti iscritti nei cromosomi, quindi deve esserci dell’altro. Odio dare la colpa alla società, preferisco dare la colpa alle scelte di vita, ma è un circolo vizioso in cui le donne finiscono, scegliendo di demansionarsi per poter portare avanti il lavoro di cura frutto delle loro scelte, mentre gli uomini se ne fregano e semplicemente vivono quel che devono vivere. 

E così mentre lui continua a godersi i vantaggi di un lavoro stabile, con indennità, ferie, permessi, malattie e buoni pasto, lei si adatta e se va bene trova un part time, se no si apre una Partita Iva convinta di essere padrona del suo tempo, balle. In questo periodo su Instagram mi appare spesso una pubblicità, un’illustrazione di una donna al computer che sorride, ha in braccio un bambino di pochi mesi. «Cerchiamo trascrittori!» recita la didascalia, come se sbobinare intere ore di parlato fosse una cosa che puoi fare mentre allatti, accudisci e fai altro. Perché l’immagine di una donna che lavora da casa non è quella dell’imprenditrice digitale, ma quella di una casalinga di Voghera con il vezzo di avere una professione. Come se il lavoro che mi sono scelta, la scrittura, la creatività fossero mansioni da fare a tempo perso, mentre giro il ragù o passo lo straccio.  E poi c’è chi rinuncia del tutto e si occupa della casa e dei figli, costa meno che prendersi la baby-sitter, se i bambini si ammalano o se ci sono le vacanze estive. Molte, troppe, abbandonano una carriera promettente, altre perseguono i loro obiettivi e si trovano con il costante giudizio, implacabile. Sei un’egoista. 

Non perché ti sei mangiata tutta una torta, o perché a Natale hai speso i soldi per comprare regali a te stessa, non perché hai rifiutato un aiuto a chi ne aveva bisogno. No, solo perché stai facendo il tuo lavoro e vuoi farlo al meglio possibile. Mi viene in mente la dottoressa Miranda Baely, una delle protagoniste di Grey’s Anatomy. Nelle prime stagioni questa donna è madre di un bambino piccolo, e ha anche una carriera a cui tiene visceralmente, dovendo imparare a giostrarsi in questa sua nuova dimensione. La vediamo, a un certo punto, telefonare a casa, dove insieme al bambino c’è una baby-sitter, e cantare, quasi in lacrime, la ninna nanna al piccolo via telefono, per poi tornare a salvare vite umane. Nessuno ha mai visto il dottor Derek Shepard fare la stessa cosa, nonostante a casa ci fossero due infanti con il suo cognome. Miranda si sente in colpa, mentre Derek si sistema il ciuffo e va a rispondere a una chiamata del Presidente degli Stati Uniti che lo vuole in un progetto iperfigo di ricerca. Certo è fiction, non pensiamo sia una sacra verità scritta nella pietra, ma l’arte imita la vita, sapete com’è.

Ho così tante domande, per me stessa, per le altre donne e nessuna risposta chiara. Solo una selva di interrogativi a punteggiare queste pagine, fino alla fine, con un’ultima questione, che racchiude tutte le altre. Ne usciremo mai?

Editing di Viola Carrara

Elena Lo Muzio, quarantenne, scrive da prima che esistesse internet. Autrice di spettacoli teatrali, tra cui CordeRosa – Trame di donne in vetta sul ruolo femminile nel mondo della montagna, monologhi per la televisione e webstar decaduta. Ha pubblicato due romanzi (Non chiudo mai la porta a chiave – Sesat edizioni e Ex-perience, siamo fatti della stessa sostanza dei nostri Ex – Bookabook). Tra gli organizzatori del festival di musica e teatro nei rifugi Sopra di me | La Grigna e lavora nel mondo del circo stando molto dietro le quinte, ma per questo sogna di scrivere la biografia di Moira Orfei.

  1. Miranda Priestley, il personaggio interpretato da Meryl Streep nel film Il diavolo veste Prada ↩︎

Sei brava: hai un segno maschile. Questo è il complimento che, negli anni Settanta, veniva rivolto alla prima disegnatrice di comics in Europa, Lina Buffolente, la Signora del fumetto. Nata a Vicenza il 27 ottobre 1924, Buffolente iniziò a lavorare nel mondo dei fumetti nel 1941; non aveva l’aspetto di Nadia, una delle sue eroine più famose: le foto che la ritraggono reperibili in rete – a dire il vero, poche – mostrano una donna già avanti con gli anni: spumosa capigliatura bianca, mano ferma, espressione decisa. Un’immagine che sta agli antipodi dallo stereotipo di dannati come Paz, Bonvicini, Magnus. 

Le donne del fumetto sono poche, emergono nel contemporaneo ancora come rarità, specie se si muovono nel piano del comico lasciando alle colleghe – e più spesso ai colleghi – riflessioni su relazioni, lavoro, crescita personale affrontate in chiave più intimista.

Cosa ci aspettiamo da una donna che per lavoro sceglie la satira? Cosa tolleriamo ci mostri di noi stessi; quanto le concediamo di essere implacabile; fino a che punto ci aspettiamo che mostri nudo il corpo del re? Queste sono le domande che emergono osservando le illustrazioni di Francesca Arena, fumettista che ha scelto la strada impervia della caricatura per mostrare il suo segno.

A lungo ritenuta un genere minore, la caricatura si fa risalire a Leonardo Da Vinci. Prosegue con Annibale Carracci e Gian Lorenzo Bernini, fino a esplodere nel Settecento: nata come eccezione all’interno della storia del ritratto, si rivela nell’età della ragione uno strumento di indagine psicologica. Prima di Freud, è stata la caricatura a piegare la maschera della persona esponendola al grottesco. E di questo Arena sembra consapevole: l’eccesso rivela il carattere. L’unica cosa che serve per renderlo evidente è capacità di osservazione e un tratto sintetico.

Da queste consapevolezze deriva il segno di Francesca Arena: un’urgenza sintetica che porta verso una linea spezzata, spesso lasciata aperta, che cerca nel colore il proprio confine. Anche la ripartizione classica tra parola e illustrazione viene qui spesso aggirata attraverso l’utilizzo del lettering o dell’integrazione tra lettera e disegno; come se per oltrepassare il limite tra foglio e realtà – percorso necessario affinché la freccia della satira colpisca l’obiettivo – fosse prima di tutto necessario rompere il recinto della tecnica.

Livia Del Gaudio

Francesca Arena è una illustratrice e fumettista. Nata e cresciuta tra Roma e Genova, da lungo tempo vive e lavora a Milano. Ama disegnare in miniatura, disegna esclusivamente a mano e scrive principalmente fumetti umoristici. Collabora con diversi magazines e quotidiani come Corriere della Sera, Süddeutsche Zeitung Magazin, Zeit Magazin e New York Times e lavora alla produzione di fumetti indipendenti. Nel 2023 è uscito il suo primo libro da autrice con Rizzoli Lizard, Potevo essere Giorgia e nel 2025 ha illustrato Le parole fanno il solletico di Daniel Pennac e Stefano Bartezzaghi, edito Salani.

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