di Livia Del Gaudio

© Davies Zambotti, Racconti del fiume
commiseratio
di Livia Del Gaudio
«Credo che in lei ci fosse molta compassione, troppa poca commiserazione1»
Nella disambiguazione tra compassione e commiserazione – il cui significato sembra mettere in crisi i maggiori vocabolari consultabili in rete – è la seconda a portare il peso di una cattiva reputazione. La compassione, recita l’AI del motore di ricerca, dal latino cum patior (soffrire con), è la percezione emotiva e razionale della sofferenza altrui che spinge attivamente ad alleviarla. A differenza della commiserazione, spesso passiva e percepita come superiore o condiscendente, la compassione è un’azione etica che annulla la distanza tra sé e l’altro. Se dunque compatire è un sentimento nobile, dalla sfumatura eroica, costantemente teso verso l’evoluzione, commiserare è un affetto piccolo borghese, sociale, tipico di chi si cela nella massa e da essa non vuole distinguersi se non come portavoce della norma che vige al suo interno.
Nell’accezione contemporanea, la distinzione tra i due termini risiede nella dicotomia attivo/passivo: la commiserazione è intesa come passione triste; l’inattivismo di cui si fa vessillo è condannato senza pietà anche dalla più recente religione di stato, la mindfulness, che le preferisce il termine compassione. A riprova della tesi basta girare in forma riflessiva i vocaboli: se l’auto compassione è parte integrante del percorso di consapevolezza che ogni individuo dovrebbe intraprendere, l’auto commiserazione è sinonimo di vittimismo, la porta d’accesso a una pigrizia senza scampo. Eppure non è stato sempre così. Quando Leopardi rivolge il suo pensiero alle creature nella loro interezza parla di commiserazione. Spinoza utilizza il termine latino commiseratio e lo stesso fa Schopenhauer. In tutti questi casi l’accento è posto sulla sventura, unica comune dell’esistenza umana, capace di farci immedesimare nell’altro e quindi non solo di sentirlo (così come indica l’etimo di compassione) ma di sostare con lui nel dolore.
Abbiamo paura dei sentimenti tristi. Abbiamo paura della paralisi, della non-azione: il demone sociale che cerchiamo di evitare è la depressione che, in ultima analisi, si configura come immobilità assoluta. Commiserare significa essere deboli e condiscendenti, sottilmente ipocriti; esercitare compassione significa essere attivi nel mondo, e rischiare così di cadere nella trappola del controllo: che ci piaccia o meno, abbiamo bisogno di entrambi i vocaboli, di mantenere intatte le sfumature di significato, di tenere in equilibrio entrambe le istanze. Come in quel Miserere cantato da Zucchero e Pavarotti nel 1990 – canzone che nessuno cita e di cui tutti conosciamo le note: il riconoscimento della comune miseria è attestato di imperfezione umana da cui nessuno è esente.
- Aurora Dell’Oro, Lo sconosciuto che ti attende. Del destino, o della necessità, In allarmata radura ↩︎