Sollevare la vernice: l’immaginario borgese in “Fiorirà l’aspidistra” di G. Orwell. Ipertesto

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© Cloro

Shooting an elephant

di Elisa Bonfanti

And it was at this moment, as I stood there with the rifle in my hands, that I first grasped the hollowness, the futility of the white man's dominion in the East.

E fu proprio in quel momento, mentre ero lì in piedi con il fucile in mano, che capii per la prima volta la falsità e la futilità della sovranità dell’uomo bianco in Oriente.

(G. Orwell, Shooting an elephant, New Writing, 1936, trad. a cura dell'autrice)

Sono gli anni ’20 del Novecento, siete un ufficiale della polizia imperiale in Birmania e davanti a voi c’è un elefante. Esatto, avete capito bene. Un elefante in carne e ossa che, fuggendo dal recinto del suo padrone, ha scatenato un pandemonio per le vie del villaggio uccidendo un paio di persone. Dopo tutto quel trambusto, la scena ora è statica, immobile: ci siete voi con il vostro fucile .44 Winchester, fermi davanti all’elefante. Lo avete a tiro, è lì davanti a voi mentre la folla osserva in silenzio e aspetta che voi facciate qualcosa, perché tocca a voi fare qualcosa. Ma cosa? Abbatterlo, anche se non avete nessuna intenzione di farlo. Avvertite gli sguardi silenziosi ma eloquenti della moltitudine riversata in strada come un fiume in piena. Il silenzio è assordante, nessuno parla, forse perché la tensione e l’adrenalina sono davvero prepotenti o forse perché è stato insegnato loro a non parlare? 

Siete l’uomo bianco e dovete agire, tocca proprio a voi il compito di far tornare le cose alla normalità. Il fardello dell’uomo bianco è sulle vostre spalle. Tutti in quel villaggio del sud-est asiatico si aspettano che voi agiate. Voi siete la minoranza che in quella parte del mondo disprezzano, ma non dovete (e non potete) mostrare titubanza perché A white man mustn’t be frightened in front of “natives”; and so, in general, he isn’t frightened (un uomo bianco non deve essere terrorizzato davanti ai nativi; e quindi, in generale, non ha paura). Non avete nessuna intenzione di uccidere l’elefante – But I did not want to shoot the elephant– ma la gente vuole esattamente il contrario. La vostra volontà non conta nulla dal momento che fate parte di un sistema molto più grande. Sapete benissimo cosa dovete fare e che dovete farlo in fretta – But I had got to act quickly. E così, mentre l’elefante si è calmato e mangia tranquillo davanti a voi, tre colpi partono dal vostro fucile. Siete stati voi a sparare, voi siete Orwell. 

Shooting an elephant, pubblicato nel 1936 sulla rivista letteraria New Writing, è un saggio che condanna apertamente l’impero britannico che andava ormai sgretolandosi agli inizi del secolo scorso. Dietro alla storia di un banale incidente – a tiny incident in itself – non si nasconde, anzi, si palesa un’aspra critica all’imperialismo che lo scrittore inglese racconta attraverso il suo punto di vista. La scelta stilistica dell’uso della prima persona singolare contribuisce a consolidare il tono di condanna dell’intero saggio, mostrando ancora una volta il motivo che spinge l’autore a scrivere: la verità. 

L’indipendenza e l’intraprendenza di Orwell sono osservabili non solo nella sua vita personale, con l’arruolarsi nella polizia imperiale (1922) e il suo prendere parte alla guerra civile spagnola (1936-39), ma anche nel suo modo di scrivere e aver vissuto quelle realtà in prima persona. Scrivere significa portare a galla verità scomode che vengono costantemente edulcorate da istituzioni, società e mass media, come ebbe modo di vedere in Spagna durante la guerra civile. 

Lo stile orwelliano, diretto e schietto, è la conseguenza della sua aspirazione a scrivere nel modo più chiaro e inequivocabile possibile per fare in modo che la verità abbia l’ultima parola. 

E analogamente all’aspidistra, l’elefante serve all’autore come punto di partenza per toccare temi, quali la borghesia e l’imperialismo, e per poterli sezionare con il suo genio critico e stilistico.

Shooting an elephant

by Elisa Bonfanti

And it was at this moment, as I stood there with the rifle in my hands, that I first grasped the hollowness, the futility of the white man's dominion in the East.

(G. Orwell, Shooting an elephant, New Writing, 1936)

It’s the 1920s, you are a Colonial Police officer in Burma and there is an elephant right in front of you. You heard it well. An elephant in the flesh that flew from its owner and ran through the streets of the little village killing a couple of people. After all that chaos and movement, the scene is now still: you are alone with your 44 Winchester, and you are standing in front of the animal. 

You can easily shoot him, it is there, completely still while all around you the crowd quietly observes the scene, waiting for you to do something. Because it is up to you to do something. But what should you do? Kill it, even though you do not want to do it. The crowd has run into the streets like a river; you can clearly feel the multitude’s silent yet eloquent gazes. The silence is thundering, no one is talking, perhaps because the tension and adrenaline are overwhelming, or perhaps because they were taught not to speak. 

You are the white man, and you must take action, you must bring things back to normal. The white man’s burden is all on your shoulders. Every single person in that south Asian village is waiting for you to do something. You are the minority that everyone despises, yet you must not (and cannot) show any sign of hesitation because A white man mustn’t be frightened in front of “natives”; and so, in general, he isn’t frightened. You have no intention of killing that elephant – But I did not want to shoot the elephant – yet the people want the opposite. Your will has no relevance since you belong to a greater system. You know exactly what you are supposed to do, and you know you must act quickly. So, as the elephant has calmed down and it is quietly eating in front of you, your rifle shoots three shots. It was you who pulled the trigger, you are Orwell. 

Shooting an elephant was first published in 1936 in the literary magazine New Writing. It is an essay that openly condemns the British empire that was falling apart at the beginning of the last century. Behind an ordinary accident, – a tiny accident in itself – it is not difficult to find a harsh critique of imperialism told from the writer’s point of view. The stylistic choice of using the first-person pronoun enhances the condemnatory tone of the entire essay, showing once again what pushes him to write: the truth. 

Orwell’s restlessness and independence are clear not only in his private life, as he joined the Colonial Police in 1922 and took active part in the Spanish Civil War (1936-1939), but also in the way he writes, having experienced those realities firsthand. Writing means unravelling uncomfortable truths that are constantly sugarcoated by institutions, by society and mass media, as he could witness in Spain during the civil war. Orwell’s honest and straightforward style is a consequence of his ambition to write in the clearest way possible, so that truth can have the last word.
And just like the aspidistra, the elephant is for the author a starting point to deal with topics, such as bourgeoisie and imperialism, in order to thoroughly analyze them with his critical and stylistic genius.

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