Anatomia di un incantesimo. Ipertesto

di Fabiana Castellino

© Sonia Bouslama

Anatomia di un ricordo

di Fabiana Castellino

Ho trascorso gli ultimi giorni a cercare un libro. Lo ricordo dai tempi dell’università, ma è un ricordo astratto, senza corpo. Non aveva la copertina, la professoressa ci distribuì le fotocopie, che noi unimmo con grossi cerchi di plastica. Sono tornata nella casa di mia madre ma non l’ho trovato. La stanza della libreria è piena di finestre, e un giorno l’acqua è filtrata silenziosa, i libri e le vecchie fotocopie si sono incrinate sotto un dolore che non ho potuto sentire. 

Ho frugato nelle biblioteche della città in cui vivo adesso e sapevo di essere lontana da tutto. 

La bibliotecaria mi ha dato un grosso volume con le pagine spesse, la scrittura fine e obliqua e quando ho cercato sull’indice mancava esattamente ciò che cercavo. 

Marsilio Ficino scrisse De triplici vita nel 1489, un volume diviso in tre parti. De vita sana, De vita longa, De vita coelitus comparanda. Io volevo il terzo libro, Come vivere una vita celeste ma il grosso volume che la bibliotecaria mi ha dato conteneva solo i primi due. Allora cerco nei primi due indizi del terzo, di come attingere la vita dal cielo. Ricordo che non si trattava solo di vivere una vita più sana e più lunga, ma di vivere una vita che fosse dentro il mondo. Così Marsilio Ficino, che è un uomo che crede nel magico, nell’unione di tutti i saperi e nell’equilibrio delle parti, indica i rimedi ai mali dell’uomo, e soprattutto dell’uomo che studia, medita, che cerca i segreti dell’universo e dimentica sé stesso. Lo studioso, dice Ficino, è un uomo che non si prende cura di sé e questo gli è incomprensibile. Tanto quando un corridore si preoccupa delle sue gambe, così lo studioso dovrebbe occuparsi del suo cervello, del suo cuore. Del suo sangue, dice Ficino. Egli non è solo chiuso nella sua stanza, ma mentre studia i libri, gli astri guidano le sue ricerche, gli sono favorevoli, lo feriscono anche. «S’affà anco di più con Mercurio, e con Saturno; il quale essendo il più alto di tutti i pianeti, ci conduce, e scorge sempre ne le contemplationi de le cose più alte, e più ardue1». Stimolano la bile, la flemma, il sangue diventa troppo freddo o troppo caldo e così lo studioso soccombe a forze che lo superano. Se non troverà il motivo del suo dolore, il perché le sue forze e la sua memoria si piegano, dovrà rivolgersi alla vita della terra.

«Egli pare che sia già tempo di venire à mostrare i rimedi di tutte quelle cose, che habbiamo detto, che sono tanto à letterati nocive. […] E si vogliono da tutti gli spiragli del corpo diligentissimamente cavare via fuora, e nettarsi le superfluità; e si vuole di ogni sozzura nettare la superficie di tutto il corpo, e specialmente del capo con lavanda, e fregarla […].2»  

Ficino sa che il mondo è interconnesso nelle sue parti, la magia è una visione del mondo. I cibi, e tutte le erbe che popolano il mondo più basso non hanno solo proprietà intrinseche a sé stesse, ma esse sono in relazione al tutto, agli astri e alla salute dell’uomo. L’uomo è in equilibrio fra i flussi del suo organismo e le influenze del cielo, raccoglie le erbe e se ne nutre quando quell’equilibrio vacilla: «Giova usare moderatamente ne le vivande fredde, cose aromatice, e specialmente noce moscata, cannella, croco, giova anco il sinsibero concio a la matina à digiuno: perché e à i sentimenti, e à la memoria è di sommo giovamento3».

È un’alimentazione che si studia in relazione alla posizione degli astri, perché questi a loro volta sono benefici o nocivi per alcune parti dell’uomo. Qui il terzo libro manca. Cerco fra i capitoli che ho davanti quella correlazione, anche solo accennata, un legame che si dirama fra gli uomini e le bestie e gli angeli, ma questo è solo un ricordo di un libro che non riesco a trovare; il libro che raccontava la connessione, la fiducia che le parti nutrono fra loro e per questo non si respingono troppo. Penso che insieme al libro che io non riesco a trovare, vi sia anche una visione del mondo, in cui le erbe e il cielo si riconoscono, e di questo tutto faccio parte anche io. «Egli si vuole tenere in bocca il giacinto, che rasserena, e fa molto giocondo l’animo: il hierobotane anco, cioè la verbena, ò centra gallo, che chiamano; giova e con l’odore, e col mangiarla, la buglosa medesimamente la boragine, e la melissa, e l’acqua anco di tutte tre queste erbe4

La bibliotecaria ha fretta di riporre il libro in archivio, glielo restituisco. Forse anche lei teme l’acqua che potrebbe filtrare, in silenzio.

«Ha trovato quello che cercava?» mi chiede.

«Sì, grazie» sorrido e vado via. 

  1. Marsilio Ficino, De vita sana in Marsilio Ficino fiorentino filosofo eccellentissimo de Le tre vite, Como: A. Martegani, 1969 ↩︎
  2. Ivi ↩︎
  3. Ivi ↩︎
  4. Ivi ↩︎

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