Tradurre il delicato. Ipertesto

di Adele Bilotta

© Nathalie Mendonça

Parlare è posizionare

di Adele Bilotta

«Il linguaggio è tanto potente quanto complesso, e lo è ancora di più quando è capace di veicolare le emozioni che due persone provano l’una per l’altra».

Potenza e complessità: la prima obbliga a un atto, la seconda – purtroppo – non obbliga alla riflessione. 

Eppure, più un argomento si dimostra complesso, più dovrebbe essere studiato, pensato, capito.

Una delle complessità del linguaggio è come le lingue possano parlare tra loro (ironico, ma non troppo); matematicamente, in Tradurre il delicato Esposito apre uno spazio di confine tra il numero 1 e il numero 2. Dopo secoli di credenze, di ripetizioni e insegnamenti, di maestre che spiegano: «sì, bambini, dopo il numero 1 c’è il 2», Gabriele Esposito alza la mano e risponde, linguisticamente, che tra 1 e 2 c’è dell’altro inesplorato. Il bambino deve dare del Lei agli adulti, gliel’ha detto la maestra, finché con la crescita scavalla un confine che lo porta direttamente all’uso del Tu. La bambina può essere chiamata signorina, tuttavia anche la sua crescita la obbliga a scavallare un confine per cui – linguisticamente – l’uso di un sostantivo vezzeggiativo in forma di attributo diventa tramite l’atto comunicativo  (dunque nella sua potenza) un diminutivo con connotazione sessista e paternalistica. 

Ma è un confine da scavallare, o uno spazio che si può attraversare?

Il linguaggio è potere perché, persino nella scelta di una particella, la persona Soggetto riposiziona chi ha davanti: può porla in lontananza affrontandola con un Lei, o estremamente vicina dandole del Tu. Il linguaggio è complesso perché, nel riposizionamento di chi si ha davanti, il Soggetto può permettersi il potere di non pensare e abbandonarsi alla comodità; per cui la persona che si ha davanti viene strutturata come “signorina”, perdendo persino il nome. Parlare è posizionare, è manifestare la propria visione del mondo e delle persone: «Forse, Esposito, dovrei rivolgermi a lei con il Lei quando voglio criticarla […] e dovrei rivolgermi a te con il tu quando invece voglio che capisci che ci sono».

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