Ai bambini si perdona tutto. Il puer aeternus nel cinema mainstream. Ipertesto.

© Filippo Ciavoli.

Lolita

Lolita di Vladimir Vladimirovič Nabokov esce nel 1955.

C’è chi lo ama, chi lo odia, chi lo critica, chi lo rinnega, chi lo idolatra. Fatto sta che non esiste una via di mezzo, una reazione tiepida quando si parla di questo romanzo. Innanzitutto: “Lolita” parla di pedofilia?

Istintivamente si potrebbe rispondere in modo affermativo, tant’è che Nabokov fu costretto, nonostante fosse già uno scrittore affermato all’epoca, a pubblicare il manoscritto con una casa editrice minore.

In realtà, cerca di evitare la scomoda etichetta con accorgimenti: viene sempre sottolineato che il libro in realtà non parla di sesso ma d’amore, dell’amore totalizzante e spaventoso che Humbert prova per Lolita.

È scabroso, sì? Ma ricordiamoci che, in fin dei conti, è lei che agguanta il ruolo di seduttrice, incarnando le sembianze di un amore perduto e poi ritrovato: il sentimento del professore per Lolita sorge dalla reminiscenza di un amore non vissuto da ragazzino.

È vero, Nabokov spinge il personaggio maschile al limite del legale e del socialmente accettabile, specie se ricordiamo che il romanzo uscì negli Stati Uniti negli anni ’50, dunque non proprio in un periodo florido per l’emancipazione sessuale .

Quello che si potrebbe definire un detrattore di Nabokov, il giornalista Christopher Caldwell, nel 2004 pubblicò sul New York Times un articolo dal titolo: “ Who Invented Lolita?”.

In questo articolo rivelò che Michael Maar, germanista e studioso di Stoccarda, durante le sue ricerche aveva ritrovato uno scritto datato 1916 di uno sconosciuto scrittore tedesco. Questo brevissimo scritto era ambientato in Spagna e raccontava la storia di un uomo preso da un’ossessione frenetica nei confronti di una ragazzina.

Questo scritto pare si chiamasse “Lolita”.

Christopher Caldwell prese la palla al balzo, non solo per avanzare ipotesi di plagio, anche involontario, ma per screditare l’originalità dell’opera di Nabokov. Se così fosse, si domandava Caldwell, la Lolita che conosciamo maggiormente perderebbe il suo rango di leggenda, cadendo ai piedi di un altare che si sbriciola a causa di un’accusa di scopiazzamento e pornografia?

Questa pare essere una delle maggiori spine nel fianco del romanzo, che i detrattori non esitano a tirar fuori al momento opportuno.

Resterà solo il latte.

Qualcuno potrebbe averlo notato.

Molti cattivi nei film, spesso americani, bevono latte.

Sarebbe stata la stessa cosa se avessero preso un bicchiere di whiskey o di vino? Probabilmente no, non a livello simbolico: sarebbero apparsi chic o eleganti, forse fuori luogo, ma sicuramente non avrebbero lasciato il segno.

Possiamo iniziare citando “Arancia Meccanica” in cui i protagonisti non solo ne bevono in quantità, ma sono anche vestiti di bianco. Una contraddizione inquietante: in una mano un coltello o una mazza da baseball e nell’altra un simpatico bicchierone di liquido candido.

La spiegazione è piuttosto semplice: gli assassini bevono letteralmente la loro innocenza, la loro parte infantile, sbeffeggiandola persino, per poi trasformarsi in mostri.

Che dire di “Non è un paese per vecchi”? La maschera impassibile di Anton Chiguhr (uno strepitoso Javier Bardem) con i suoi capelli a caschetto, gli occhi spenti e la bottiglia di latte nella mano destra, fissa nella nostra memoria l’immagine di qualcosa di terribile che sta per verificarsi, perché quella bottiglia di latte in mano a uno psicopatico omicida non può lasciar presagire nulla di buono.

Si potrebbe continuare con “Bastardi senza gloria”: l’affascinante quanto irritante personaggio interpretato da un magistrale Christoph Waltz, Hans Landa, da principio sembra anche simpatico. Arrivato alla fattoria dei La Padite in cerca di ebrei da stanare, ovviamente non può che chiedere un bicchiere di latte. Lo fa in modo educato, affabile, dolce quasi.

“Signore, alla vostra famiglia e alle vostre vacche, io dico bravo!”.

Una citazione in particolare di Roland Barthes sembra più che adatta in casi come questo: “È purezza, associata all’innocenza di un bambino, è un segno di forza, di una forza che non è revulsiva, non congestionante, ma calma, bianca, lucida, uguale alla realtà”.

Proprio per questo, nel suo “Mythologies” afferma: “Alcuni film americani, in cui l’eroe, duro e puro non ha evitato un bicchiere di latte prima di tirare fuori la sua arma della giustizia, hanno preparato la formazione di questo nuovo mito parsifaliano: ancora oggi, a volte, a Parigi, nel bel mezzo di ambienti da duro e da guappo, si beve una strana granatina di latte che viene dall’America. Ma il latte rimane una sostanza esotica; è il vino che è nazionale”.

Per Barthes, il latte forse è sinonimo di prepotente più che di duro e ci tiene a ribadire che “i veri uomini” come i francesi bevono vino.

Pigmalione

«Il giorno che lei mi ha chiamato Signorina Doolittle è stato l’inizio della mia trasformazione in signora. Vede, la differenza tra una fioraia e una signora non è tanto il modo in cui si comporta, quanto il modo in cui viene trattata. Io sarò sempre una fioraia per il Professor Higgins, perché lui mi tratta come tale, ma so che con lei posso essere una signora perché lei mi ha sempre trattato come una signora. Può chiamarmi Eliza ora, se vuole».

Così si rivolge la fioraia Eliza al colonnello Pickering, in “Pigmalione”, pièce del 1912 del premio Nobel George Bernard Shaw. 

Eliza Doolittle, fioraia di umili origini e dal forte accento dialettale, è consapevole del fatto che difficilmente potrà diventare una fiorista, con una bottega tutta sua, se non imparerà a parlare in modo comprensibile per i borghesi di Londra. 

Il desiderio di Eliza converge sulla scommessa tra un professore di fonetica, Henry Higgins e il colonnello Pickering, appassionato linguista. Il primo è convinto, infatti, di poter trasformare la rude Eliza in una perfetta gentildonna migliorandone maniere e dizione. Il rapporto tra allieva e maestro sarà tutt’altro che semplice, anche a causa del forte carattere della giovane, che, pur imparando ciò che le sarà insegnato, rifiuterà di diventare una creatura a immagine e somiglianza del suo mentore. 

Louse Brooks.

Louise Brooks nasce nel Kansas, a Cherryvale, nel 1906. Incoraggiata dalla madre, si dedica alla danza fin da piccola e comincia, da giovanissima, a recitare in una serie di commedie. Dopo l’approdo al cinema, nel 1925, si trasferisce in Europa, dove viene scritturata da Georg Whilelm Pabst per “Il vaso di Pandora” e “Diario di una donna perduta”. 

I ruoli che ricopre la trasformano non solo nell’incarnazione della famme fatale, ma in un punto di riferimento per le “flappers”, giovani donne che conducevano una vita libera e indipendente, non solo nell’espressione della propria sessualità, non necessariamente eterodiretta, ma anche nella ricerca del proprio destino. 

Negli anni Trenta, tuttavia, complice la Grande Depressione, la carriera della Brooks si avvia al declino. Per sbarcare il lunario si allontana dai set e lavora come ballerina nei night club e poi come commessa per un negozio sulla Fifth Avenue, a New York. Dopo vent’anni viene improvvisamente riscoperta dalla critica cinematografica. Il suo valore artistico viene riconosciuto, in particolare, da Henri Langlois, curatore della Cineteca di Parigi: «Chi l’ha vista non può dimenticarla. È l’attrice moderna per eccellenza, poiché, come le statue antiche, è fuori del tempo. Basta vederla per credere alla bellezza, alla vita, alla realtà dei personaggi. Possiede quella naturalezza che soltanto i primitivi conservano davanti all’obiettivo. Quando è in un film, la finzione scompare con l’arte, si ha l’impressione di assistere a un documentario, dove la macchina da presa l’ha colta di sorpresa. È l’intelligenza della recitazione cinematografica, è la più perfetta incarnazione della fotogenia, riassume da sola tutto ciò che il cinema muto degli ultimi tempi cercava: l’estrema naturalezza e l’estrema semplicità. La sua arte è così pura da diventare invisibile». 

Tuttavia, per Louise il cinema non è più una strada praticabile; si dedica invece alla scrittura, autobiografica, prima di morire in solitudine nel 1985. 

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