Campiture uniformi. “Vendetta” di Yoko Ogawa

Aurora Dell’Oro

Una città anonima che potrebbe esistere in qualsiasi parte del mondo è il perno attorno a cui ruotano gli undici racconti compresi in “Vendetta”, della scrittrice Yoko Ogawa, nata a Okayama nel 1962. Pubblicato in Italia dal Saggiatore nel 2014, con la traduzione di Laura Testaverde, ma uscito in lingua originale nel 1998, l’opera si pone nel solco del “black romanticism”, un genere che, sviluppatosi a partire dal Romanticismo, viene ripreso in Giappone dopo la crisi economica degli anni Ottanta per rappresentare un’umanità sconfitta dalla sua stessa natura, prona al “peccato” (il termine sia inteso, qui, nella sua accezione generale e non specificamente religiosa) e alla sofferenza.  

Tutti i racconti della silloge, si diceva, si svolgono nella stessa cittadina, di cui vengono nominati alcuni luoghi: la piazza su cui si affaccia una torre campanaria e una pasticceria, l’ospedale, una collina con un frutteto, un condominio, la spiaggia. I personaggi, che sono anche i narratori delle rispettive storie, muovono le loro vite all’interno di questi spazi, a volte attraversandoli in un pomeriggio di sole, a volte camminando al calar della notte, mentre imperversa una bufera di neve che toglie prospettiva e lucidità. Alcuni di loro, invece, rimangono all’interno di una stanza, o di una casa, per il tempo necessario a svelare il loro segreto, veicolato da eventi apparentemente banali, ma che si aprono inaspettatamente a verità tanto più credibili in quanto assai poco verosimili. 

A volte si incontrano, a volte si sfiorano appena, altre ancora attivano relazioni per proprietà transitiva, cosicché le vite di perfetti sconosciuti interferiscono a vicenda senza che nessuno ne sia consapevole, a parte il lettore, il quale è chiamato giocoforza a seguire con il dito i fili invisibili che legano gli abitanti.  

Così la moglie del dottore ucciso dalla sua amante, perché colpevole di essere un pusillanime e un bugiardo (Il camice: «Era il camice del professore. Lo scossi. Dalla tasca uscì una lingua: una lingua che raccontava solo scuse. Poi caddero di seguito le labbra, le tonsille, le corde vocali: erano ancora piuttosto morbide e calde»), inconsapevole della morte del marito, fissa un appuntamento con l’assassina, ma finisce per assistere alla morte di una magnifica tigre del Bengala e del suo custode, nel cortile di un museo dedicato agli strumenti di tortura; allo stesso modo, la cliente della pasticceria protagonista del primo racconto deve attendere parecchio prima di essere servita, perchè la proprietaria sta piangendo al telefono con un vecchio amico, unico testimone di un “attacco di tristezza” accadono molti anni prima, quando entrambi erano bambini (Succo di frutta: «Io non feci altro che stare lì a guardarla. Non potei fare altro che starle accanto, fermo ad aspettare, fino a che non le passò quell’attacco di tristezza. Il succo della frutta le colava dalle labbra e le inumidiva le guance, come lacrime»). E ancora, il frigorifero in cui muore il figlio della cliente della pasticceria, ghiotto della torta alla panna e fragole di cui la donna vorrebbe acquistare due fette, ritorna in chiave simbolica alla fine del libro, chiudendo un cerchio all’interno del quale vita e morte danzano insieme come le figure allegoriche che sbucano dall’orologio del campanile cittadino allo scoccare dell’ora. La rete dei rimandi interni all’opera potrebbe essere arricchita da altri esempi, alcuni più e altri meno evidenti. Affacciandosi da oltre l’orlo della pagina con intrusioni metaletterarie alla Borges, l’autrice affida al lettore il compito gioioso di rintracciarli. 

La prosa della Ogawa può essere accostata alle campiture uniformi che si vedono nelle stampe nipponiche del XIX secolo, in cui la quiete dei colori è messa in movimento dai contorni delle forme rappresentate. Allo stesso modo, lo stile dell’autrice riesce nell’intento di conciliare in un equilibrio perfetto inquietudine e serenità, angoscia e lucido distacco. Lo fa all’interno di un sintassi prevalentemente paratattica, che si apre al mistero soprattutto nell’assenza di giudizio; lo lascia respirare nello spazio bianco tra le parole, nelle pause interpuntive, senza mai permettergli di dominare  sul registro linguistico con le sue tinte cupe. 

La scrittrice, insomma, accetta ogni aspetto dell’esistente, anche il più perturbante, per quello che è: una manifestazione del reale da affrontare con animo equanime, ma non così distaccato da non esserne, in qualche modo, toccato e consapevolmente modificato. L’etica shintoista e buddista si contamina perciò con il realismo magico sudamericano e con la tradizione gotica occidentale; alla bravura dell’autrice va riconosciuto il pieno merito della grazia con cui ne ha fatto scaturire un’unica voce. 


Vendetta, Yoko Ogawa, trad. Laura Testaverde, Il Saggiatore, 2014, 180 pagine.

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