Il diritto al piacere. Ripensare la pornoresistenza. Ipertesto.

© Laura Petra Simone.

La crisi dei cinema porno 

Quarant’anni anni fa erano 1.500 le sale in Italia, 800 i dipendenti e 20 milioni i metri di pellicole sexy stampate nel solo 1981, poi la crisi. E l’Italia passa da uno dei primi paesi “a luci rosse” (nomignolo nato nel 1977 quando il proprietario del Majestic, cinema porno vicino a Porta Venezia a Milano, posiziona una vecchia sirena dei pompieri davanti all’ingresso del suo locale) alla quasi totale chiusura. Il settore ha iniziato a declinare prima con VHS e dvd, poi con il porno online. 

Ma chi entra ancora nei cinema porno nel 2021? 

Per lo più uomini con più di 60 anni, ma ci sono anche giovani maggiorenni. E continuano a esistere “offerte speciali” per le forze armate. Ma nel 1977 non era così, almeno non per Milano, svettata in cima alla classifica come capitale dei cinema a luci rosse. Più sale, più riviste, più consumatori. Una vera e propria rivoluzione. Non esistevano edicole che non avessero uno spazio dedicato al porno nella parte retrostante del chiosco. E non si trattava di periodici patinati. Le ragazze erano donne della porta accanto, immortalate in scatti in cui niente era lasciato all’immaginazione (ribattezzati negli U.S.A. “Pink shot”); lontane dall’immaginario estetico della femme fatale avevano una virtù ben più importante: erano vere. Per le sale cinematografiche della città fu una rivelazione: bastava convertire “Alice nel paese delle meraviglie” in “Alice nel paese delle porno meraviglie” per vedere lievitare gli incassi da poche decine di mila lire al giorno a qualche milione. I gestori si contendevano il pubblico con titoli come: “La zia in calore”, “La spada nella doccia”, “Sesso nero”. Le pellicole arrivavano dal Nord Europa e dagli Stati Uniti. John Holmes e Linda Lovelace con Gola profonda, mentre Moana Pozzi e Ilona Staller arriveranno dopo e saranno protagoniste del boom degli home video. 

Gli anni Ottanta diedero il via al lento declino, che a Milano fu segnato da un fatto di cronaca nera, La sera del 14 maggio del 1983 venne dato fuoco al cinema Eros di viale Monza. Le fiamme, appiccate dal gruppo terroristico di estrema destra Ludwig, fecero sei morti. Dopo quel rogo le luci rosse dei cinema milanesi rimasero accese ancora qualche anno, ma la pornografia come fenomeno sociale pubblico era arrivata alla fine.

Ripartire dal desiderio di Elisa Cuter

Il desiderio è il fulcro dal quale ricalibrare il nostro agire politico. Questa è la tesi proposta da Elisa Cuter in Ripartire dal desiderio (Minimum Fax), saggio che si fa anche memoriale, dove partendo dalla sua esperienza, l’autrice si interroga su questioni politiche e culturali essenziali quali le nuove relazioni di potere, il rapporto tra i generi, il femminismo e la sua dimensione attuale.

Il desiderio proposto dalla Cuter è un impulso che sbilancia verso l’esterno, che innesta un meccanismo dialettico conflittuale tra identità e alterità: desiderare è sia volontà di agire che volontà di essere agiti.

“È questo quello che io chiamo desiderio: quell’esperienza che crea un conflitto, una cesura tra soggetto e oggetto. Questo rapporto tra soggetto e oggetto è un rapporto che esiste tra persone, tra persone e cose, e soprattutto all’interno delle persone stesse. È il rapporto che intercorre tra il sé e l’altro – laddove anche il sé e molto spesso un altro per noi. Il desiderio, anzi, è proprio quello che ci svela di non essere un tutto conchiuso, un individuo isolato. È quello che ci fa scoprire che ci sono delle cose che non dipendono da noi, che non possiamo decidere a priori. Cose che semplicemente ci accadono, proprio come ci accade di sentirci attratti da qualcuno, di desiderare qualcosa. Si può sperare che questo conflitto resti confinato esclusivamente all’ambito privato dell’esistenza umana? Sarebbe un obiettivo politico utile? O e piuttosto il fatto che questo conflitto esondi dal sessuale, e si riversi anche sulla società tutta, ad avere un valore politico?”

Per Cuter, porre il desiderio al centro della riflessione politica ha il potere di smascherare il capitalismo per quello che è: un sistema in cui nessuno è veramente libero. 

La spinta cieca al guadagno, all’accumulo e al preservare quanto conquistato, oltre a limitare il nostro agire, mortifica il desiderio: così come nelle relazioni,  il possesso  avvilisce e annulla l’altro. 

Ripensare al desiderio porta a riconsiderare la nostra libertà d’azione in un sistema economico-culturale che ci ha indotto a non immaginare un’alternativa a esso. 

Esiste una mancanza di discorso pubblico sul tema del desiderio, ciò non significa che manca consapevolezza sessuale, ma che si tende a ignorare le narrazioni conturbanti e che mettono in crisi; ma preferire un approccio più normativo, in linea con le convinzioni che si reputano adeguate, inibisce la forza a-normale del desiderio. 

In tal senso Cuter si sofferma sull’immagine inquietante e nel contempo erotica dell’ibrido Ambra Angiolini e Gianni Boncompagni: un uomo adulto nel corpo di una adolescente, nel risultare affascinante, innesca una forma di desiderio che ha in sé qualcosa “di profondamente rivoluzionario, così come lo è la promessa di un mondo più libero da una norma”.

Femminismo di quarta ondata

A partire dal 2010 il movimento femminista acquista nuovo slancio. L’ondata (in inglese Fourth-Wave feminism) si differenzia dalle altre soprattutto a livello metodologico, con un massiccio impiego dei social media e, a livello di contenuti, concentrandosi sul concetto di “intersezionalità”: inclusiva, collaborativa e, per la prima volta, aperta agli uomini.

Wave, onda, è il termine coniato da Kira Cochrane (riprendendo una definizione di Rebecca Walker e Maggie Humm) e restituisce con efficacia la necessità di allargare la lotta fino a comprendere qualsiasi minoranza intersecabile con il femminile e in attesa di vedersi riconosciuta: lesbiche, transessuali, nere.

La storia del movimento femminista ha una data d’inizio: il 4 giugno 1913, giorno in cui Emily Wilding Davison fu uccisa dalla polizia mentre manifestava per il diritto al voto.

Dopo le due guerre arriva la seconda ondata, a seguito della pubblicazione de “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir. Controllo delle nascite, aborto, riconoscimenti civili e giuridici sono le questioni in gioco, insieme all’analisi e alla decostruzione dei ruoli tradizionali della donna: sposa, madre, prostituta.

La terza ondata, con qualche controversia di datazione, si fa partire negli anni Novanta: le sue icone sono le Riots girls, le Spice Girls e le punk band femminili. Sono anni nei quali si raccolgono i frutti di quello che è stato un vero e proprio attacco alle conquiste delle donne, messo in atto nel precedente decennio. Il ruolo tradizionale del maschio entra in crisi, fino all’esplosione del #metoo, e l’onda si solleva per la quarta volta, portando con se una domanda scomoda: uomini, da che parte state? Con noi o contro di noi?

Queer di Maya De Leo

Dalla copertina occhieggiano le clienti del Monocle, uno dei primi e più celebri locali notturni per lesbiche di Parigi, che dichiarano il proprio orientamento adottando quella che era la moda della comunità gay dell’epoca: smoking, capelli corti e, appunto, il monocolo.

Sguardi che ci interrogano, che mostrano come la pluralità, la fluidità identitaria e di genere siano sempre esistiti nella storia culturale occidentale, ed è questa storia che Maya De Leo, docente di Storia dell’omosessualità presso l’Università di Torino, ripercorre con accuratezza, partendo dal termine che dà titolo all’opera, ovvero Queer.

Queer significa«strano», «bizzarro», e a sua volta deriverebbe dal tedesco quer, «diagonale», «di traverso»; ciò che è queer è ciò che va di traverso alla cultura eteropatriarcale. Storicamente è stato usato come insulto omo-lesbo-bi-transfobico, ma a partire dagli anni Novanta il termine è stato fatto oggetto di riappropriazione e rivendicazione orgogliosa da parte della comunità LGBT+.

Il termine queer, è termine inclusivo per eccellenza, che permette di nominare tutti quei soggetti che escono dalle categorie binarie e designa anche la dimensione intersezionale della comunità: razza, ceto, orientamento, identità non rappresentano più attributi divisivi. 

In tal senso il queer del titolo si fa anche azione, “che descrive l’azione di torsione, revisione, sovversione della pratica stessa della scrittura della storia”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...