Con le ossa rotte. L’arte di raccogliere frammenti. Ipertesto

© Veronica Leffe

Obesità

I dati forniti dall’Oms rivelano che il numero di persone obese nel mondo è raddoppiato dal 1980: nel 2014 oltre 1,9 miliardi di adulti erano in sovrappeso, tra cui oltre 600 milioni obesi.

Obesità e sovrappeso sono in aumento anche nei Paesi a basso e medio reddito, soprattutto nelle città: in Africa, ad esempio, il numero di bambini in sovrappeso o obesità è quasi raddoppiato dai 5,4 milioni del 1990 ai 10,6 milioni nel 2014, mentre quasi la metà dei bambini in sovrappeso con meno di cinque anni viveva in Asia. 

La malnutrizione affligge anche molti europei, secondo le ultime stime: il sovrappeso e obesità affliggono, infatti, il  30-70% e il 10-30% degli adulti. Il sovrappeso, in particolare, prevale, per gli uomini, in Repubblica Ceca, dove raggiunge il 72%, e, per le donne, in Turchia (64%).

In Italia, invece, il rapporto “Osservasalute 2016”, redatto in base ai risultati dell’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana”, definisce in sovrappeso più di un terzo della popolazione adulta; il 9,8% è obeso. Quasi la metà degli italiani (45,1%) ha problemi di peso in eccesso. La distribuzione del fenomeno non è omogenea, sul territorio nazionale: le regioni meridionali, soprattutto Basilicata, Campania e Sicilia, presentano dati più alti rispetto a quelle settentrionali, in cui Lombardia (8,7%) e Provincia Autonoma di Bolzano (7,8%) registrano le stime più basse. 

https://www.epicentro.iss.it/obesita/

Fat Shame 

Aurora Dell’Oro

Fat Shame. Lo stigma del corpo grasso è un saggio scritto da Amy Erdman Farrell, esperta di studi culturali e femminismo, e pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Tlon. Ad oggi, è uno dei pochi testi tradotti in italiano che si occupano in modo sistematico di descrivere le origini, l’evoluzione e le implicazioni sociali, economiche e politiche dello stigma legato al peso. Solo recentemente il fat activism è entrato nel dibattito (anche) culturale in Italia (non a caso l’edizione originale dello studio risale al 2011): lo ricorda nella prefazione l’associazione “Belle di faccia”, impegnata dal 2019 a portare l’attenzione pubblica su un problema, quello della discriminazione delle persone grasse, la cui trattazione è stata a lungo relegata nel privato, o tutt’al più negli studi degli psicologi.   

Erdman Farrell colloca la nascita del fat shaming alla fine del XIX secolo. Se fino a quel momento la magrezza era stata un sinonimo di malattia, di povertà e non rientrava tra gli attributi di quello che era comunemente ritenuto un corpo “bello”, il consolidarsi della società consumista cominciò ad associare l’eccesso di peso alla mancanza di autocontrollo. In altri termini, il grasso divenne il sintomo di una certa sfrenatezza di consumi, di indisciplina e, negli ambienti puritani, di peccato mortale – laddove, di contro, essere magri divenne il segno visibile dell’elezione divina alla santità. 

Le donne, gli immigrati (ebrei e italiani) e gli ex schiavi risultarono essere i più esposti a questa perniciosa tendenza all’aumento di peso, in quanto tutti notoriamente accomunati – sic – da scarsa razionalità. “Disciplinare la Venere ottentotta” divenne una delle ulteriori declinazioni del fardello dell’uomo bianco civilizzatore, ora alle prese con una schiera di donne sovrappeso e dunque potenzialmente criminali, secondo quanto sostenuto da Cesare Lombroso in “La donna delinquente” (1893). Nel Novecento iniziarono a essere condotti diversi studi sui presunti legami etnici con l’obesità, a cui si oppose la voce solitaria della psicologa Hilde Bruch, ebrea fuggita negli Stati Uniti negli anni Trenta per scampare alle persecuzioni naziste. Tuttavia, se la maggior parte dei suoi colleghi rintracciava tra le cause biologiche dell’obesità l’appartenenza a gruppi etnici minoritari, Bruch attribuì alle madri immigrate la responsabilità (colpa?) dei corpi fuori norma dei loro bambini. 

Nel corso del XXI secolo, la derisione del corpo grasso è passata dall’essere un argomento di diffamazione nei confronti delle femministe a un segnale inequivocabile di perdita dello status sociale – l’autrice cita, a questo proposito, il caso di Britney Spears. In anni più recenti, la “guerra contro l’obesità” lanciata negli Stati Uniti ha enfatizzato i rischi per la salute che un corpo “esagerato” comporterebbe, di fatto denunciando una crisi “biologica” di cui però non sono state indagate le implicazioni culturali, rinnovando così l’immagine dell’obeso moralmente rimprovevole, in quanto privo di forza di volontà. 

Oggi, a porre un argine contro questo stereotipo, ci sono sia comunità scientifiche come “Health At Every Size”, che si occupano di rendere sane le persone grasse, senza sottoporle necessariamente a diete restrittive e spesso inutili, sia associazioni di attivisti che fanno della fat acceptance il loro principale obiettivo. Queste ultime, nate alla fine degli anni Sessanta, lavorano a stretto contatto con le femministe di quarta ondata e le comunità queer per proporre un modello di società differente, aperto tanto al dif-forme quanto al multi-forme. 

Amy Erdman Farrell, Fat Shame. Lo stigma del corpo grasso, trad. Dorotea Theodoli, Tlon, 2020

Lo stigma del peso e diritto alla salute

Secondo uno studio del 2006 («Barriers to routine gynecological cancer screening for White and African-American obese women», N. K. Amy et al, Inter J Obes (Lon), 30 (1), pp. 147-155), le donne con obesità eludono lo screening ginecologico per patologie neoplastiche; le ragioni principali per cui le donne ritardano, cancellano o evitano questi esami di prevenzione si possono riassumere con la parola “stigma”. Nel dettaglio, le motivazioni sono: imbarazzo a spogliarsi e ad essere pesate e visitate; atteggiamenti giudicanti e paternalistici del personale sanitario, equipaggiamento e strutture non adeguati a pazienti con alto peso, consigli dietetici e comportamentali non richiesti. 

Inoltre, come osserva Daniele Di Pauli in “Obesità e stigma”, «Questa forma di stigma può essere (…) interiorizzata , ovvero portare alla credenza che le caratteristiche negative percepite siano veritiere, con conseguente autosvalutazione e disprezzo personale». 
Il problema dello stigma verso le persone obese è una stortura culturale che danneggia profondamente chi ne è vittima, provocando disagio psicologico e allontanando le persone dai trattamenti adeguati. Fortunatamente, oggi esistono realtà che possono arginarlo e, si spera, risolverlo, come la Società Italiana Educazione Terapeutica (https://www.educazioneterapeutica.com/).

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