L’arte di annodare e districarsi. “Il libro azzurro” di Pier Paolo Di Mino e Veronica Leffe

Aurora Dell’Oro e Livia Del Gaudio

Immagini: 1-2

Il libro azzurro è un libro inesistente. Eppure, viene spesso menzionato ne Lo splendore, un romanzo a cui Pier Paolo Di Mino sta ancora lavorando; eppure, fa parte di un progetto che viaggia attraverso il web (https://www.libroazzurro.it/), i social media (facebook, instagram). De Il libro azzurro si conosce il paratesto – note che si consultano come i tarocchi –, e il suo primo capitolo, Ma l’amor mio non muore, che «segue una strada diversa dal suo contenitore, non solo prendendo vita in una pubblicazione a parte, ma realizzandosi, grazie alle immagini di cui è corredato, in mostre, performance artistiche e teatrali», come chiariscono gli autori nella pagina web dedicata al libro. L’operazione mentale che presiede alla natura ipertestuale dell’opera non ha costruito uno spazio chiuso e autodefinito, ma un edificio ricco di stanze senza pareti, stanze infestate dalle mille forme della bellezza – che è ospite sempre gradita e, talvolta, inaspettata.

Immagini in senso orario: 3-4-5-6

Ma l’amor mio non muore contiene le storie di trenta donne, narrate dal saggio Achiba per addestrare i suoi allievi al «lavoro della creazione», il quale «implica una sola cosa: l’amore». I ritratti sono presieduti dalla legge della trasformazione, che è poi l’arte dell’annodare e del districare, ovvero del legarsi e del liberarsi secondo quel movimento ondivago che sta nella determinazione e nell’annullamento del sé: la vita dell’una diventa quella di un’altra. Ad esempio, si guardano attraverso i reciproci riflessi la biblica Rut e Joyce Lussu, che hanno trovato se stesse «diventando altro, come per un amore straniero»; si tengono per mano la Sulamita e Barbelo, giacché «c’è solo la realtà, e, nella realtà, tutto si trasforma e prosegue, perché l’essere, trovando se stesso solo nella sua negazione, il divenire, conosce, nella morte, solo la vita». Alla fine, nella risoluzione di quell’accidente che è la morte, la vita di dischiude come un’ostrica: rimane la perla, il bell’insegnamento che irrompe dal dolore, e lo converte. Maestre d’amore sono dunque queste donne, per le quali Veronica Leffe ha realizzato ritratti che intendono «tener conto dell’aspetto simbolico del racconto». L’artista si è avvalsa dei riferimenti offerti dalla tradizione rinascimentale e dai pittori di icone, che, per dirlo con le sue parole, «dovevano tradurre in immagini dipinte su tavole o affreschi i principi divini veicolati dalla cultura filosofica del Neoplatonismo». In modo analogo lo scrittore, Pier Paolo Di Mino, si è lasciato guidare dal modello dell’haggadah, il «compendio di omelie rabbiniche che incorporano il folclore, gli aneddoti storici, le esortazioni morali e i consigli pratici, e che spesso usano l’espediente di variare le storie bibliche intervenendo su quanto il testo sacro non dice». Il canone guida l’immaginazione degli autori che, venendo incanalata, si fa esatta. Il mito romantico dell’originalità viene ribaltato nel momento in cui la ripresa cum variatio dei referenti culturali dona nuova vitalità al modello stesso, innestato sul tessuto del presente con la precisione di una ricamatrice. La tensione platonica che sta alla base del progetto – e che Veronica Leffe ha menzionato nella sua Nota – si manifesta come propensione all’infinito: immagini e testo disegnano una mappa del desiderio che non porta da nessun’altra parte, se non al desiderio stesso.

Immagini: 7-8-9-10

Didascalie immagini:

  1. Eva – figurazione di Veronica Leffe da “Ma l’amor mio non muore” primo capitolo de “Il Libro azzurro” (lavoro digitale).
  1. Ipazia – figurazione di Veronica Leffe da “Ma l’amor mio non muore” primo capitolo de “Il Libro azzurro” (lavoro digitale).
  1. Ancora sul metodo – illustrazione di Veronica Leffe per la rubrica “Etimologie” (tecnica mista su cartoncino),
  1. Bozzetto di Veronica Leffe per una delle figurazioni in preparazione per “I semi di Giangagava”, secondo capitolo de “Il libro azzurro” (lavoro digitale).
  1. Tavola di Veronica Leffe eseguita per una delle figurazioni di “La profezia di Sakīna” primo intermezzo de “Il libro azzurro” (pittura acrilica su carta).
  1. Ritratto di Dostoevskij, illustrazione di Veronica Leffe per la rubrica “Questo visibile parlare” (tecnica mista su cartoncino).
  1. “Che l’uno esista solo in relazione al tre è una constatazione impossibile da fare senza stupore, angoscia, fatica e pericolo” è un cadavre-exquis eseguito da Pier Paolo Di Mino e Veronica Leffe a Ben-Hinnon nel 1111 (lavoro digitale).
  1. “La Regina della Notte”, (o anche “Relief Burney”), altorilievo babilonese in terracotta prodotto tra il XVIII e il XIX sec. a. C., ritrovato nel sud dell’Iraq, oggi conservato presso il British Museum, immagine per la rubrica “È più sacro vedere che credere” (foto © The Trustees of the British Museum – licenza CC BY-NC-SA 4.0).
  1. “Uscire dal labirinto”, illustrazione di Veronica Leffe, per la rubrica “È più sacro vedere che credere” (pittura acrilica su carta incollata su tavola).
  1. Il mio diletto se n’è andato”, illustrazione di Veronica Leffe per la rubrica “È più sacro vedere che credere” (pittura acrilica su tavola).

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