Yoga è una maniera di preparare le polpette. Tentativo imperfetto di rispondere alla domanda: “Cos’è lo Yoga?”. Ipertesto

© Devis Bergantin, Studio, 2021, fineliner su carta.

Una parabola (zen)

«No, non so cos’è lo yoga. E non ho neanche scritto un libro che parla di yoga. Ma le polpette… le polpette quella sera erano deliziose»: le polpette di Simone Lisi sono forse altrettanto deliziose della fragola citata nella parabola zen a cui l’autore dello Spiraglio allude alla fine del suo testo. La riportiamo per intero.  

«In un sutra, Buddha raccontò una parabola: Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!».

(101 storie zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, trad. Adriana Motti, Milano, Adelphi, p. 12)

Che cos’è yoga? 

La parola yoga germina dalla radice sanscrita yuj- ed è sorella del termine yuga, letteralmente ‘giogo’. Il suo significato rimanda alla disciplina necessaria per riportare le cose al proprio posto, alla forza che occorre per reintegrare qualcosa all’interno della sua unità originaria. Nel Ṛgveda, il più antico documento della letteratura indiana, il termine yoga non viene solo usato per indicare l’aggiogamento di un bovino o l’atto di imbrigliare un animale, ma corrisponde anche alla «votazione di sé a un atto, come il sacrificio, oppure il percorrimento di una distanza che separa due estremi». (da Patanjali, Yogasutra, a cura di Federico Squarcini, Torino, Einaudi, 2015, pp. 13 sgg.)

In realtà è complesso assegnare un significato univoco al sostantivo yoga, la cui polisemia si presta facilmente alla speculazione filosofica: «Nel corso dei secoli sono state proposte molte interpretazioni della parola yoga. Una di queste significa ‘collegare, unire’. Un altro significato è quello di ‘legare assieme i fili della mente’. A prima vista possono sembrare due definizioni abbastanza diverse, ma in realtà indicano la stessa cosa. Se ‘collegare’ convoglia l’immagine fisica di qualcosa da unire, un esempio del ‘legare assieme i fili della mente’ è il predisporre la mente alla seduta di yoga prima di eseguire gli esercizi veri e propri. Quando i fili mentali sono raccolti in un’intenzione precisa, possiamo metterci al lavoro. 

Un altro significato della parola yoga è ‘ottenere ciò che prima era inottenibile’. Questa accezione implica che forse oggi c’è qualcosa che non siamo in grado di fare, ma possiamo trovare gli strumenti per riuscirci; e questo strumento è lo yoga. Di fatto, qualunque cambiamento è yoga.

(da T.K.V. Desikachar, Il cuore dello yoga. Come sviluppare una pratica personalizzata, Roma, Ubaldini Editore, 1997, p. 32)

Non c’è nessuna formula magica. Gli yama

Sebbene in Occidente la pratica yoga sia stata talvolta presentata come una panacea per tutti i mali, lo scopo di questa disciplina non è quello di rendere i suoi praticanti delle persone meravigliose; se lo diventano, tanto meglio, ma probabilmente lo erano già. L’obiettivo principale di yogini e yogin, tuttavia, è quello di “ripulire la propria visione”: quello che si fa per togliere la condensa, o la fuliggine, da un vetro sporco. 

Esistono delle indicazioni che sarebbe opportuno seguire per poter raggiungere questo scopo, e sono gli yama e i niyama. 

Gli yama riguardano il comportamento verso gli altri e l’ambiente. Sono cinque.

Ahimsa: «Significa gentilezza, amicizia, amorevole considerazione per le persone e le cose. […] Non significa soltanto non mangiare carne o pesce, o non offendere. Significa trattare gli altri con attenzione e considerazione, e anche trattare con gentilezza se stessi».

Satya: «[…] significa ‘dire il vero’, ma in alcuni casi la verità non è necessaria se danneggia inutilmente un altro. Dobbiamo considerare bene che cosa diciamo, come lo diciamo e che effetto hanno sugli altri le nostre parole».

Asteya: «Non prendere ciò che non ci appartiene».

Brahmacarya: «Il movimento verso l’essenziale. […] è l’invito a instaurare relazioni che aiutino a camminare verso la verità suprema».

Aparigraha: «Prendere solo ciò che è necessario e non sfruttare a nostro vantaggio le situazioni».

(da T.K.V. Desikachar, Il cuore dello yoga. Come sviluppare una pratica personalizzata, Roma, Ubaldini Editore, 1997, pp. 125 sgg.)

Non c’è nessuna formula magica. I niyama

I niyama invitano ad avere un rapporto di rispetto e amore nei confronti di se stessi. 

Sauca, ovvero pulizia, interna e esterna, ci chiede di provvedere all’igiene personale con la stessa cura con cui dovremmo tenere pulita la mente – e viceversa. 

Samtosa è la capacità di accontentarsi di ciò che si ha. «Molto spesso smaniamo per vedere i risultati delle azioni, e altrettanto spesso restiamo delusi. […] Questo è il vero significato di samtosa: accettare ciò che viene».

Tapas invita a fare il possibile per mantenere il corpo in salute, scaldandolo con l’attività fisica e “bruciando” in questo modo le tossine. «Un’altra forma di tapas è fare attenzione a ciò che mangiamo. Mangiare se non abbiamo fame è l’opposto di tapas. L’attenzione alla posizione del corpo, l’attenzione alle abitudini alimentari e l’attenzione al respiro sono forme di tapas che contribuiscono a evitare il deposito di scorie nel corpo».

Svadhyaya «significa avvicinarsi a se stessi, cioè studiare se stessi. Qualunque studio, riflessione o ascolto che aiuta a conoscere meglio se stessi è svadhyaya. […]. Questo termine viene anche tradotto come ‘studio dei testi antichi’».

Isvarapranidhana significa agire come se si stesse pregando, senza aspettarsi ricompensa alcuna all’infuori dell’atto in sé. ‘Deporre tutte le nostre azioni ai piedi di Dio’: questa è la traduzione letterale di isvarapranidhana. 
(da T.K.V. Desikachar, Il cuore dello yoga. Come sviluppare una pratica personalizzata, trad. Giampaolo Fiorentini, Roma, Ubaldini Editore, 1997, pp. 128-129)

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