Parapiglia. Tentazioni formali in “Respirazione artificiale” di Ricardo Piglia. Ipertesto

di Livia Del Gaudio

[ITA] [ENG]

© Edgar Allan Poe, Giorgio Pratolongo

Adele Nimbursky Porkert

Adele Nimbursky Porkert, meglio conosciuta come Adele Gödel, fu moglie del famoso matematico, Kurt Friedrich Gödel, nonché la forse meno conosciuta assaggiatrice ufficiale di ogni suo piatto. Nata in Renania-Palatinado nel 1899 conobbe Gödel nel 1928 a Vienna dove lavorava come receptionista e ballerina di night. Ai tempi, Adele era divorziata e di sei anni più grande, cosa che le costò un’attesa di dieci anni prima del matrimonio. Non ebbero figli, ma ospitarono nella loro casa un cane e due canarini. 

Durante la guerra si trasferirono dall’Europa all’America e, a Princeton, Adele iniziò a bere mentre Kurt mise a punto i suoi Teoremi dell’Incompletezza insieme a un’ostinata psicosi che gli impediva di ingerire qualsiasi cosa non fosse stata prima assaggiata dalla moglie. Nel giugno del 1977 Adele fu ricoverata in ospedale per sei mesi in seguito a un ictus. Tornò a casa in dicembre: Kurt pesava trenta chili.

Morirono a distanza di pochi anni, Kurt nel 1978, Adele nel 1981. Tra le tante cose che Gödel disse e scrisse c’è questa:

Più penso al linguaggio, più mi stupisce che le persone si capiscano a vicenda.

Adele Nimbursky Porkert

Adele Nimbursky Porker, best known as Adele Gödel, was the wife of the famous mathematician Kurt Friedrich Gödel, as well as maybe the less known taster of all of his dishes. Born in Rhineland-Palatinate in 1899, she met Gödel in Vienna in 1928, where she worked as a receptionist and a night dancer. Back in the days, Adele was a divorcee and six years older than Gödel: this thing made her wait for ten years before getting married. They did not have any children, but they welcomed a dog and two canaries in their home. 

During the war, they moved from Europe to America and to Princeton. Adele began to drink while Kurt developed his theories about the Incompleteness along with a stubborn psychosis that prevented him from swallowing anything that had not been tasted by his wife. In June 1977 Adele was hospitalized for six months because of an ictus. She came home in December: Kurt weighed thirty kilos. 

They died a few years apart, Kurt in 1978 and Adele 1981. Amongst the many things that Gödel wrote, there is this one:

The more I think about language, the more amazed I am that people understand each other.

La teoria dell’iceberg di Hemingway 

Attribuita a Ernest Hemingway la teoria dell’iceberg, assieme allo “show don’t tell” e alla “teoria della pistola di Checov”, è uno dei fondamenti dell’insegnamento di quella che viene comunemente indicata come scrittura creativa.

L’idea è semplice. Immaginiamo una storia come una porzione d’acqua: in superficie esistono trama, dialoghi, gesti e azioni; in profondità affondano tema, sottotesto, simboli, sentimenti e intenzioni. Il rapporto tra i due blocchi è lo stesso che sussiste tra conscio e inconscio in psicanalisi.

Per produrre tensione e coinvolgere il lettore nella storia, secondo Hemingway, è necessario sottrarre più materiale possibile al testo scritto e lasciare che sia il non detto, ovvero il colossale pezzo di ghiaccio nascosto alla vista dell’iceberg, a condurre il gioco. Per farlo l’autore deve sacrificare il suo ego, amputare lo scritto, farsi da parte e lasciare che sia l’immaginazione del lettore a scrivere al suo posto.

Hemingway’s iceberg theory

The theory of the iceberg is attributed to Ernest Hemingway, along with the ‘show don’t tell me’ and the ‘theory of Checov’s gun’, and it is one of the foundations of teaching of what is usually called creative writing.

The idea is simple. Let us imagine a history like a portion of water: the plot, the dialogues, the gestures, and actions are on the surface, while deep down the theme, subplot, symbols, feelings and intention drown. The relationship between these two blocks is the same that exists between consciousness and unconsciousness in psychoanalysis. 

According to Hemingway, in order to create tension and involve the reader in the story, it is necessary to remove as much material as possible from the text and allow what is not said, that is to say the colossal piece of hidden ice, to lead the game. To do so, the author has to sacrifice his ego/put his ego aside, shorten the writing, step aside and leave the reader’s imagination to write at his place.

William Wilson di Edgar Allan Poe

«Tu hai vinto» mi disse «ed io cedo. Ma tu pure, da questo momento, sei morto – sei morto al Mondo, al Cielo, alla Speranza! In me tu esistevi – e ora, nella mia morte, in questa mia immagine che è la tua, guarda come hai definitivamente assassinato te stesso» (E. A. Poe, William Wilson in Racconti, Arnoldo Mondadori Editore, 1961, trad. Elio Vittorini)

In William Wilson –  racconto di Edgar Allan Poe pubblicato nel 1840 nella raccolta Tales of the Grotesque and the Arabesque – il perturbante arriva con lo spazio abitato. La casa, il collegio, i corridoi labirintici sui quali si aprono angusti sgabuzzini sono la scena sulla quale si esibisce il dramma dell’identità violata dal doppio, il doppelganger. La storia è quella di un giovane di estrazione aristocratica che ripercorre il suo passato alla ricerca delle origini dell’attuale rovina: dai ricordi di un’infanzia serena nella casa paterna, alla graduale caduta, prima nel collegio di Bransby, poi in quello di Eton e infine a Oxford. All’origine del male, l’incontro con un coetaneo suo omonimo. Una circostanza che dalle prime appare piuttosto comune ma che via via muterà in incubo quando l’altro William diverrà sempre più simile al primo fino a riprodurne in tutto e per tutto aspetto. 

Al lettore il compito di decifrare l’indecifrabile: follia o intervento soprannaturale? Come in ogni suo racconto, Poe non fornisce risposta alcuna ma utilizza il gotico per indagare le ombre dell’umano.

“William Wilson” by E.A. Poe.

«I have lost. Yet from now on you are also dead — dead to the World, dead to Heaven, dead to Hope! In me you lived — and, in my death — see by this face, which is your own, how wholly, how completely, you have killed — yourself!» (E.A. Poe, William Wilson in Tales of the Grotesque and the Arabesque, 1840)

In the story William Wilson by Edgar Allan Poe, published in 1840 in the collection Tales of the Grotesque and the Arabesque, the disturbing element arrives with the living space. The house, the school, the labyrinthine corridors from which narrow closets open up, they are the scene where the tragedy of the identity violated by the double performs, the doppelganger. The story is about a young aristocratic boy that goes through his past to the quest of the origins of the current downfall: from the memories of a peaceful childhood in his father’s household, to the gradual downfall at Bransby school, Eaton and Oxford eventually. At the origin of evil, there is the encounter with a boy who was his age and had his same name and surname. Such a circumstance that first appears to be quite common, but that will gradually turn into a nightmare when the Other William becomes more and more similar to the first one, until he copied on all counts. 

It is the reader’s task to decode what is not understandable: madness or supernatural event? Just like in every Poe’s story, the author does not answer any question, yet he uses the gothic to explore the shadows of the human soul.

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