Pit: appunti sulla solitudine e sui modi per sopravviverle.

di Alessandro Busi

[ITA] [ENG]

© Alex Raso

Don’t be afraid

it’s only love

AKRON/FAMILY, Love is simple

1

Tutto inizia con due cellule che affrontano la solitudine. Erano insieme ad altre, talvolta identiche, più spesso simili; si ritrovano isolate. Non si interrogano sul da farsi – per quanto ne sappiamo, le cellule non si interrogano proprio su nulla –, lo compiono. Una si avvicina, l’altra non sfugge; una va contro, l’altra si rende permeabile; una entra, l’altra facilita; una invade, l’altra accoglie. I loro corredi genetici si accoppiano e permettono la scrittura di un nuovo corredo genetico, contenente le informazioni utili per generare altre cellule, che a loro volta si dividono e generano altre cellule, che poi si organizzano in strutture, incastri di senso buoni per alimentare disegni di forme. Questo accade dentro uno spazio, una forma nata tot anni prima nello stesso modo. Così si può raccontare la storia della vita.

Così le cellule sono percepite e poi spiate e poi narrate da polpastrelli, occhi, esami, referti. Le cellule un tempo sole già si sono trasformate in un reticolo fitto e in un peso misurabile in grammi. Le persone – centomila miliardi di cellule, si stima – danno nomi a queste cose; dicono placenta, utero, sistema nervoso, primi organi. Dicono embrione e dicono feto. Dicono Sarà maschio o femmina? Dicono settimane, mesi. Dicono aborto, dicono teniamolo, dicono rischiamo. Talvolta si disperano, talvolta gioiscono; talvolta gioiscono disperandosi; talvolta si uniscono, talvolta si abbandonano.

Ma alle cellule tutto questo non interessa. A loro preme solo quello che devono fare. Sono efficienti. Vanno avanti per mesi a compiere lo stesso set di azioni – preparazione, duplicazione, separazione, divisione – con progetti e finalità diversi. Creano strutture che saranno utili per pensare, per respirare, per camminare, per toccare, per vedere e così via. Una sola cosa sembra interessare davvero alle cellule: non restare più sole come lo erano in principio. Si potrebbe spiegare così quella frenesia costruttrice. 

Produrre, produrre, produrre. 

Generare, generare, generare. 

Evitare, evitare, evitare, la solitudine, la solitudine, la solitudine.
Sono un processo ottimizzato per crescere dentro un ambiente che conoscono. 

Finché le cose cambiano. La gravità si modifica, la sensazione viscosa sulla pelle scompare. Il calore diventa gelo e il silenzio frastuono, il filo di unione viene reciso e ogni sistema ricevente è sommerso da informazioni non catalogabili.
Qualunque sia il segnale che esplode nel sistema nervoso, le cellule procedono. Nella confusione più totale, si dividono, si moltiplicano, si affiancano. Le parole dicono emorragia, dicono operare, subito, dicono datelo al padre. E loro se ne fregano.

Quando arriva un appiglio, un ritmo che quel corpo aveva imparato a riconoscere e che altri attorno chiamano battito del cuore paterno, le cellule producono. Quando il naso – bel lavoro, si complimenterebbero, se ne avessero la volontà – riconosce un profumo che qualche neurone aveva già immagazzinato, loro procedono, anche se ormai non interessano più a nessuno. 

Ora le attenzioni sono dedicate alle cellule dell’altro corpo, che tutte insieme hanno smesso di funzionare. Le parole dicono ora del decesso, dicono orfano di madre, dicono come si fa?
Questa nuova indifferenza – fino a che non faranno gravi e ripetuti errori di riproduzione – non le scalfisce.
Sono cellule, si dirà, cosa vuoi che facciano? È ovvio che muoiano e si riproducano in una proporzione tale da essere chiamata crescita. Tutte le attenzioni se le prenderà il bambino, ragazzo, adulto, anziano, i movimenti che saprà compiere, le onde sonore che saprà emettere, le relazioni che saprà costruire. Fuori da ogni gelosia, le cellule continueranno a fare quello che devono.
Come ora, quando quel corpo neonato desidererebbe tornare a immergersi nel silenzio, ma alcune cellule adibite a questo scopo gli permettono di intuire, senza capire fino in fondo, che non può. Anche lui, come le cellule iniziali, deve rassegnarsi ad avere i suoi simili accanto, non più a starci dentro. 

© Alex Raso

2

Ci interessiamo ai primi con affetto e con invidia , poi ci affezioniamo ai secondi. Qualcuno ha il feticcio degli ultimi. Difficilmente ci appassioniamo alla vita dei terzi, dei quarti, di tutti quelli che stanno in mezzo. 

Del 21 luglio 1969 ricordiamo le parole di Neil Armstrong, la sua voce ferma. Anche Buzz Aldrin è diventato una figura familiare, perché è facile condividere quello che potrebbe essere stato il suo desiderio del momento: spingere via Armstrong ed essere lui a mettere il piede per primo sul satellite della Terra. 

E Collins?

Chi?

Appunto. Michael Collins.

Nello shuttle attaccato al razzo Saturn V che partì dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida, il 16 luglio 1969 alle 13:32 UTC per la missione Apollo 11, c’erano tre persone: Neil Armstrong, Edwin Eugene “Buzz” Aldrin e il meno noto Michael Collins. 

La navicella non andò dritta verso la Luna, ma viaggiò con movimenti orbitali, compiendo ellissi sempre più ampie attorno alla Terra, finché, il 19 luglio, alle 17:21 UTC, entrò nell’orbita lunare.

Noi andiamo, potrebbe aver detto Armstrong a Collins. Per come lo descrive Oriana Fallaci in Quel giorno sulla Luna «Il suo modo di pensare e di vivere è rigido quanto una operazione aritmetica, tutto in lui è calcolato come dentro un computer e fra i cinquantadue astronauti americani è colui che più di ogni altro possiede le virtù del robot. Vale a dire assenza di passioni, ordine e legge, controllo, nessuna fantasia.» difficilmente avrà scelto formule più ironiche, tipo, che so, Noi facciamo come Baglioni, ci leviamo dai… Armstrong e Aldrin entrarono nello spacecraft Eagle il 20 luglio poco prima delle 13:00 UTC e cinque ore dopo partirono verso l’allunaggio, che avvenne alle 20:13 UTC del 20 luglio, e poi verso il primo e i successivi passi 2:56 UTC del 21 luglio con tutto quello che conosciamo: il «piccolo passo per l’uomo», i resoconti di Aldrin che da quel giorno avrebbe sempre detto e non detto di aver visto un UFO, Nixon che parlava ai due astronauti chiamandoli per nome e non si sognò mai di chiedere di Michael.

Non che il personale a terra si disinteressasse di Collins: il rientro dell’intero equipaggio e la riuscita della missione, e quindi lo scacco internazionale all’Unione Sovietica, erano ora in mano a lui. Ma la storia comune del primo allunaggio lo avrebbe messo da parte, nonostante, o proprio perché, in quelle ore Michael Collins fosse l’essere umano più solo fra i viventi. Solo come Adamo, prima della creazione di Eva.

Collins restò sulla navicella Columbia e la preparò al ritorno dello spacecraft. Non poteva però ancorarsi, doveva orbitare attorno alla Luna – tempo per il giro completo: due ore, minuto più, minuto meno. Questo significa che, fino al ritorno dei compagni, alle 21:35 UTC del 21 luglio, Collins passava metà del tempo con la possibilità di comunicare con la stazione spaziale, poi perdeva il contatto radio con la Terra, il contatto visivo con il Sole, e trascorreva quarantotto minuti nello sconfinato spicchio di universo dalla parte più lontana della Luna, avendo davanti a sé il buio che nessun altro poteva vedere né immaginare. 

Nella sua biografia Carrying the fire: An astronaut’s journeys avrebbe descritto così quei momenti: «Sono solo ora, veramente solo, completamente isolato da qualunque forma di vita conosciuta.» 

Solo. Veramente solo. Nessun suono distinguibile nelle sue orecchie, nessuna luce comprensibile. Quarantotto minuti in cui poté tenersi aggrappato al mondo che conosceva solo attraverso le procedure da eseguire, come quella per impedire il congelamento del carburante.
Nel libro Collins continua così: «Lo sento (di essere solo, NdA) potentemente – non come paura o solitudine – ma come consapevolezza, anticipazione, soddisfazione, fiducia nei miei mezzi, esaltazione.»

Secondo la Psicologia dei Costrutti Personali, diamo senso a ciò che ci circonda tentando di anticipare gli eventi: più la realtà che viviamo è spaesante e ci mette di fronte ai limiti del nostro sistema interpretativo, più ci sforziamo di anticipare quello che possiamo, onde evitare di sprofondare nel caos. Non è un caso, allora, che, fra le tante parole che Collins avrebbe potuto usare abbia scelto anticipazione, perché, di fronte al nulla e al tutto dell’universo, doveva pure aggrapparsi a qualcosa se non voleva finire come la cagnolina Ricciolina, passata alla storia come Laika, che pochi anni prima si era trovata costretta nello spazio e nella scatola ermetica del razzo – ovvero in dimensioni che per il suo sistema di significati erano incomprensibile e spaventosa solitudine d’abbandono – e il suo cuore aveva avuto una tale accelerazione che non aveva retto.
Alle 21:35 UTC del 21 luglio 1969, Armstrong e Aldrin rientrarono sulla Eagle con i loro ventuno chili e rotti di materiale lunare, e Collins tornò a essere un umano insieme ad altri umani. Negli anni dopo si sarebbe speso a dichiarare che, anche quando era da solo, i tre erano in verità sempre insieme, perché la loro missione era collettiva. Lo avrebbe dichiarato fino alla morte, avvenuta il 28 aprile del 2001 nella piccola cittadina di Naples in Florida, a quattro ore di auto da Cape Canaveral, in un posto che in media è soleggiato per 265 giorni all’anno.

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3

Una donna di trent’anni l’età conta perché conta per lei dice: Devo fare qualcosa per la mia vita. Basta, accettare quello che mi dicono di fare gli altri. Voglio scegliere

Le piace cucinare, lo fa da che ha ricordi. Racconta i piatti al suo psicologo e gli dice, fra le lacrime, che odia quando qualcuno non li apprezza, che si sente sola come il terzo astronauta della missione Apollo 11; dice che quella solitudine è come un sasso che le cade dentro il petto e le toglie il respiro. Dice anche che lo sa di cucinare per conquistare le persone, donne e uomini con cui vorrebbe avere una relazione sentimentale, ma anche familiari, conoscenti, persone che considera amiche, persone con cui condivide lo spazio di lavoro. Dice di avere un desiderio che non ha mai raccontato a nessuno. Lo psicologo rimane in silenzio, lascia che il tempo faccia il suo mestiere.
Voglio iscrivermi a Masterchef, dice infine lei, schernendosi. Le parole che, nella solitudine dei pensieri sembravano così pesanti, ora che sono finite in quello spazio condiviso si fanno leggere, ma comunque non prive di vergogna. 

Perché non dovrebbe?, chiede lui. 

E così succede.

La donna passa le selezioni con un branzino sfilettato bene. Uno dei giudici le presta la sua pochette per asciugarsi le lacrime. Quando lei fa per ridargli il fazzoletto, lui le dice di tenerlo. Gli altri ridono, ride anche lei.

Nelle prove individuali riceve apprezzamenti, in quelle di squadra si scopre aggressiva e al contempo capace di tenere viva l’empatia – ci tiene molto che nelle schede personali sia rimarcata quella sua caratteristica. Viene scelta come capitana in una prova in esterna in cui le due squadre devono preparare un catering per un gruppo di bambini ciechi. La sua idea di friggere le patate dolci invece delle classiche ha successo, la squadra vince, ma riceve delle critiche per il disordine. Poco male, pensa, fa parte del gioco trovare il pelo nell’uovo, come si dice, lo aveva immaginato. Non aveva immaginato, però, che questo fosse il preludio per la sua disfatta. Di nuovo in studio, la prova di pasticceria la affonda. Il giudice aggiunto – borioso, con il gozzo come i tacchini, pensa lei – le dice che è troppo spavalda, che le persone spavalde lui non le sopporta. Ma come spavalda?, eppure annuisce e non chiede. Non capisce cosa abbia fatto per meritarsi quell’attacco. Intanto il pan di Spagna non lievita, la crema pasticciera rimane liquida; presenta un dolce in vasetto che un altro giudice prende e rovescia nel lavandino. In quel momento – vai a sapere la testa che voli fa – pensa al suo psicologo che si starà dispiacendo per lei, poi si ricorda che la trasmissione non è in diretta, quindi riprenderà con i colloqui prima della messa in onda e potrà raccontargli quello che sta vivendo e che non può raccontare a nessun altro senza il rischio di incorrere nella penale del contratto stipulato con la rete televisiva. Le sfugge un ghigno. Il giudice le chiede se lo sta ascoltando. Le dice, Vedi che sei spavalda? Si vede che non ti interessa continuare a stare qui. Lei si sente sottovuoto. Quando le dicono di lasciare il grembiule e abbandonare per sempre la cucina di Masterchef, ringrazia tutti e fa generici in bocca al lupo. Se ne va a passo svelto.

Un ragazzo della produzione la accompagna in camerino e lì rimane da sola. All’inizio sospira, poi ride, poi si permette le lacrime. Pensa alla faccia da indossare per tornare nel mondo di fuori: dai suoi genitori, da sua sorella, dalle persone che le vogliono bene.
Rieccolo quel sasso che si tuffa dalle corde vocali e resta appeso dentro la gola, togliendo il respiro e le parole. Rieccola la solitudine della delusione di sé, che nessuno può consolare. 

Chiude gli occhi e sogna – anche se non dorme – di togliersi la maglia per spogliare l’ombelico. Sogna di andare in giro per strada a chiedere di attaccarsi lì, per nutrirla, almeno un po’. Ma chi mai ci si attaccherebbe al suo ombelico? Cicatrizzato com’è, non serve più a niente.

Quando torna dallo psicologo gli racconta del sogno. Dice, Il mio ombelico sono le parole e il cibo. Dice che non vuole aprire un ristorante, nemmeno lavorare come cuoca. Dice che quel ragazzo della produzione, quello che l’aveva abbandonata nella stanza, poi le ha scritto. Si è scusato per aver rubato il numero di telefono dalla sua scheda – quella in cui era specificato «empatica» e non si faceva accenno alla spavalderia. Escono insieme da un mese, ma escono poco, più spesso stanno a casa. Quando fanno sesso, a lui piace baciarle la pancia. Dopo il sesso, a lei piace cucinare, soprattutto cose fritte, che lui apprezza – Strabuzza perfino gli occhi! – ma lo sa che prima o poi qualcosa non gli piacerà.

E quindi, cosa succederà?, chiede lo psicologo.

Eh, non lo so. Mi sentirò di nuovo sola?

Si guardano, nessuno annuisce, nessuno nega.

© Alex Raso

4

In una video-intervista, la critica d’arte contemporanea Lea Vergine sostiene che tutti gli artisti siano mossi da un solo desiderio: essere amati.

Chris Burden, per esempio, il 19 novembre 1971 convinse l’amico Bruce Dunlap a sparargli con un fucile calibro 22. La sala della galleria F-Space a Santa Ana, California, era piena di persone, ma nessuno intervenne. Dunlap venne abbandonato nella sua impreparazione – nonostante dovesse mirare al braccio, quasi prese il cuore dell’amico –; Burden rimase solo nel dolore; ognuna delle persone che assistevano rimase sola in sé stessa a chiedersi perché non fosse intervenuta. Il barelliere dell’ambulanza, chiamata dal responsabile della galleria, pensò che quella fosse una cricca di matti, altroché arte, possibile che nessuno tenesse abbastanza a quel ragazzo da impedire che gli sparassero? Gli accarezzò la fronte, anche se non lo conosceva. Il sorriso di Burden gli confermò la bontà del suo gesto, si sentì utile e a posto nel mondo.

Se quel barelliere conoscesse Lea Vergine, le direbbe che il desiderio di essere amati non è solo di chi fa arte. Perché lui farebbe il barelliere, altrimenti? E lei, perché scriverebbe? 

Lea Vergine, in questo mondo ipotetico, alzerebbe le mani e risponderebbe che quello che dice è vero al cento per cento, poi si accenderebbe una sigaretta (abitudine anche quella iniziata con la speranza di rendersi più amabile da un ragazzino quando aveva sedici anni e poi portata avanti anche per altre ragioni, anche per altre ragioni).

5

Un uomo e una donna entrano nello studio del pediatra. La visita al loro primogenito va bene, tutti sorridono. Il dottore dice alla segretaria di consegnare al bambino due caramelle e un foglio per disegnare e di condurlo con sé alla sua postazione, poi chiude la porta. Nella stanza restano gli adulti.

I genitori danno voce alle loro preoccupazioni. Anche se non lo sanno, sono fortunati. A differenza di molti colleghi che hanno privilegiato il francese, il dottore ha studiato l’inglese e ha potuto leggere i lavori della psicologa Marjorie Taylor, ricercatrice dell’Università dell’Oregon. Racconta che avere degli amici immaginari è normale, statisticamente e clinicamente, all’età di loro figlio. Dice che nessuno sa ancora perché li abbiamo solo quando siamo piccoli, ma di certo succede a tanti. Pensa, ma non dice, che forse è una cosa che facciamo per rompere la solitudine nei momenti in cui molliamo la presa sulla realtà, come quando ci dobbiamo addormentare. Nessuno dorme con nessuno, pensa, Possiamo avere qualcuno vicino, certo, ma nel sonno non ci resta che essere soli. Perché non lasciare alla fantasia il compito di inventarsi qualche amico che ci faccia compagnia nel passaggio dalla veglia al sonno?

Non dice le sue ipotesi perché non hanno nulla di scientifico e perché, essendo lui stesso un genitore, sa che nessun genitore vuole pensare il proprio bambino di fronte alla solitudine.
Dice invece che in una ricerca condotta con più di duecento soggetti fra bambini, genitori e altri adulti, Marjorie Taylor scoprì che ognuno dava una forma diversa all’amico immaginario in base alle tante variabili che caratterizzano le vite individuali, ma con alcune similitudini. Prende la pubblicazione e mostra loro che 63 amici immaginari erano bambini ordinari, 44 animali, 40 bambini magici, 29 persone più vecchie, 13 fantasmi, 11 bambini piccoli, 7 supereroi, 7 amici che sono nemici, 4 sé stessi invisibili e altri 18 non categorizzabili.

Chissà vostro figlio a che gruppo appartiene, commenta. I genitori alzano le spalle, come a dire che sarebbe bello saperlo, ma chi può dirlo, chi può sapere fino in fondo cosa passa nell’intimità della testa di un altro essere umano, anche se è nato da te?
Escono rassicurati, ringraziano il dottore e la segretaria, prendono per mano il bambino e anche lui, senza sapere perché, si sente più sereno.

© Alex Raso

6

Un ragazzo si era iscritto all’università, in due anni aveva cambiato due facoltà, comprato e rivenduto parecchi manuali originali, ma non aveva dato nemmeno un esame. I genitori dicevano ai parenti che è normale essere indecisi a vent’anni, ma si guardavano bene dal chiedere al figlio le ragioni della sua stasi. Lo rassicuravano, Ti vogliamo bene a prescindere, e così chiudevano la faccenda.
Lui viveva per i fatti suoi, usciva con gli amici, andava al cinema, leggeva i libri che gli spediva una ragazza, che aveva conosciuto in chat e ora frequentava per posta. Agli amici raccontava che l’aveva incontrata di persona e che si erano baciati.
Un amico d’infanzia gli chiese, Te la sei scopata? Lui rispose di no e l’altro aggiunse: Devi prenderla così – simulò di tenere per i fianchi il tavolino del pub – e poi sbabam, sbabam, sbabam. Risero e cambiarono argomento. Pericolo scampato, pensò il ragazzo.
Lei non gli chiedeva di vedersi, figuriamoci lui. Lei gli spediva un libro, lui le spediva un libro.
Lei gli mandò Fratelli d’anima di David Diop. Lui rispose con Il settimo giorno di Yu Hua.
Lei annuì e sorrise, impacchettò e spedì in piego di libri Un amore di Dino Buzzati. Lui attese a lungo l’arrivo, poi lo lesse in poche ore, lo finì di notte e la mattina dopo era già in posta. Nella cassetta delle lettere di lei arrivò un pacco grosso, contenente Tutti i racconti di Grace Paley.
A lei si inumidirono gli occhi, applaudì e spedì Gli amori difficili di Italo Calvino.
Lui lo lasciò a metà, finì L’avventura di due sposi – «Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza» – e non andò oltre.
Chi si crede di essere questa qui?, pensò.
Comprò una cartolina su cui era raffigurata l’immagine serigrafata del Santo della città in cui abitava. Scrisse l’indirizzo di lei e, nella parte che di solito si usa per i saluti, la poesia Ultimo frammento di Raymond Carver:

E hai ottenuto quello che 
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Lei pianse. Avrebbe spedito altri libri nei mesi successivi, ma senza ottenere risposta, poi si sarebbe rassegnata a convivere con il terrore di avere il potere di compiere errori irreparabili nelle relazioni. A cosa serve il tempo che viene, pensava, se sono condannata a stare da sola? – Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk. 

© Alex Raso

7

Un uomo ha vissuto la sua vita. È nato come tutti e poi ha vissuto. Un uomo ha parecchi anni, migliaia di giorni. Sulle mani ha delle macchie che quando è nato non aveva, la pelle delle dita lascia intuire la forma delle ossa le cui giunture sono deformate dall’artrite. Sono anni che quelle dita gli fanno male, soprattutto nelle giornate di umidità.

Quell’uomo è una merda. Nessuna delle persone che gli stanno attorno in questo momento sa di quella volta in cui costrinse una donna a fare sesso con lui, durante gli anni della guerra. Una sera in cui al telegiornale si parlava di referendum sull’aborto e lui e la moglie preparavano cicoria bollita e ravioli di zucca per cena, gli sfuggì che nel ‘44 aveva visto, intravisto, un commilitone che stava facendo violenza su una donna e non era intervenuto. Voleva aggiungere che, se quella donna avesse abortito, lui non l’avrebbe biasimata, ma la moglie rimase tanto sconvolta che non mangiò né la cicoria né i ravioli, nemmeno si sedette a tavola, e lui, mentre spiluccava da solo, iniziò a pensare che quello che aveva fatto non era veramente accaduto. Ora, però, lo sa che è accaduto.

Quell’uomo è un santo. Tutte le persone che gli stanno attorno in questo momento sanno di quella volta in cui salvò una donna dalla violenza di due soldati nemici. Sparò nella spalla destra a uno, l’altro scappò, il ferito lo lasciò a terra, con il sangue sulla camicia e i pantaloni sbottonati. Portò la donna in un rifugio e poi non ne ebbe più notizie. Anche questo sa che è accaduto. 

È lo stesso uomo, lo stesso contenitore che contiene queste due storie.

Ha una cannula di plastica che gli esce dalla narice sinistra, fissata con dello scotch medico. Lo aiuta ad alimentarsi. Meglio, lo ha aiutato ad alimentarsi.

I suoi figli sono un maschio e una femmina, i suoi nipoti sono tre maschi e una femmina, le sue nuore sono due femmine. Quando sua figlia presentò la sua compagna, l’avrebbe uccisa perché aveva fatto piangere sua moglie e nessuno doveva far soffrire sua moglie. Non è vero, non l’avrebbe uccisa, ma non capiva cosa stesse succedendo. Rimase in silenzio, mugugnò. Ce ne volle, ma imparò a contemplare che quella era la sua famiglia, l’agglomerato di persone che si era costruito attorno.

Per i suoi valori, gli amici contano poco o niente – niente fratelli d’anima per lui –, conta la famiglia: è quella la forma cellulare rilevante. Gli amici, ha sempre pensato, sono cellule potenzialmente cancerogene perché parlano lingue diverse; la famiglia no, la famiglia costruisce un linguaggio peculiare; anche quando una cellula non è come l’avevi prevista, comunque capisce la grammatica e il lessico. Come con i suoi figli, al mare, quando lui diceva, Vado a nuotare, e loro non volevano si allontanasse dalla riva e lui rispondeva che si allontanava solo un pit e tutti capivano cosa voleva dire.

Il brutto è quando le cellule muoiono, come successe con sua moglie. Vide sua figlia e suo figlio soffrire così tanto che l’avrebbe uccisa, sua moglie, nessuno doveva far soffrire i suoi figli. Sono i ragionamenti senza senso del dolore che si legittima nella rabbia e, invece di dire, Ti prego, non mi abbandonare, strilla Ti ammazzo a una bara piena di legno, zinco, corpo e aria che quel corpo non respirerà mai.

Eppure quel dolore rese l’organismo pluricellulare famiglia ancora più stretto. Lo stato della materia passò da liquido a solido, o meglio, a liquido più denso e viscoso, ma non solido; insomma, non bisogna essere troppo rigidi. Per questo tutti sorridono alla nipote che arriva tardi e accarezza la testa al nonno. Nessuno sorride al medico che chiede che rimangano solo i parenti stretti.

E chi sarebbero, dottore? Lei che ha studiato, ci dia una definizione di stretti.

Ma quell’uomo sdraiato su un letto fuori misura ha smesso di parlare da mesi e non ha niente da obiettare quando i nipoti escono, così le nuore. Restano suo figlio e sua figlia.

Suo figlio non gli è mai piaciuto più di tanto. Non che gli abbia voluto male, ma ha sempre preferito l’altra. Gli piaceva proteggerla. Lui, boh, sembrava non avesse bisogno, e poi si chiudeva nei libri e diventava impermeabile; da piccolo chiacchierava da solo (per fortuna, il pediatra aveva spiegato che non c’era da preoccuparsi). Ora è lui che parla con il dottore, è la sua voce profonda – arrivata tutta di colpo, una mattina di quando aveva quattordici anni – a dire e poi Procediamo; la sorella si limita ad annuire, a tenersi la mano destra sulla pancia, all’altezza dell’ombelico.

Per un po’ non succede niente. Esce il dottore e nessuno ritorna. Nella stanza sono solo l’uomo anziano e i suoi figli, le prime cellule del sistema. 

Te lo ricordi quando ti tirai uno schiaffo perché mi avevi dato dell’uomo di merda?, vorrebbe chiederle. 

Ti ricordi quando ti chiusi in camera dopo che eri scappato due giorni? Dov’è che eri andato?, vorrebbe chiedergli.

Vorrebbe sorridere, almeno con l’angolo degli occhi, perché gli sembra così sciocca, oggi, l’espressione “uomo di merda” e così anche scappare due giorni è una piccolezza. Ora è tutto privo di valore, ma in quel momento era necessario riportare l’ordine dentro il sistema, tenere ben saldi i leganti che ne permettevano l’esistenza. Evitare il terrore della deriva dei singoli elementi.

Ora lei gli stringe la mano destra, lui quella sinistra. L’uomo si lascia ben volere, si lascia coccolare dai loro polpastrelli morbidi – Passi lei, pensa, ma che vada anche lui a farsi la manicure? – che gli accarezzano le dita storte.I medici fanno le cose che si devono fare quando una persona ha troppo dolore e nessuna speranza. Inseriscono liquidi, attaccano tubi, seguono procedure. Il corpo dell’uomo diventa leggero, solo quelle dita strette lo tengono a terra, anche se nemmeno loro fanno più male, sono l’ultimo appiglio al sistema cellulare che ha creato dal momento del suo concepimento e fino a ora, quando tutto scompare e la solitudine si ripresenta, spaventosa, ma è talmente fugace, non dura nemmeno il tempo di dire pit, e comunque non ci sarà memoria a tenerla viva.

Alessandro Busi è psicologo e psicoterapeuta, vive a Padova. Ha pubblicato racconti su varie riviste, fra cui Grafemi, Tuffi, Tre Racconti, inutile, Altri Animali, Settepagine, Risme, Split, Clean, Fillide, I Libri Degli Altri, Atomi, Il rifugio dell’ircocervo, Fragmint. A dicembre 2021 ha pubblicato con pièdimosca edizioni il suo romanzo Fino all’inizio.

L’editing di “Pit: appunti sulla solitudine e sui modi per sopravviverle” è di Sara Mazzini.

Pit: notes on solitude and how to survive it

by Alessandro Busi

Translated by Elisa Bonfanti

Don’t be afraid

it’s only love

AKRON/FAMILY, Love is simple

1

Everything begins with two cells that face solitude. They used to be with others, sometimes identical ones, more often they were similar, and now they are isolated. They do not ask themselves what to do, cells do not question anything -, they act. One approaches, the other one does not run away; one goes towards the other one becomes permeable; one enters, the other one helps it do it; one invades, the other one welcomes. Their genetic makeup breeds and allows a new genetic makeup to be written, which contains useful information to generate other cells, which will divide and create other cells, which organize themselves in structures, good joints to feed new shapes. All of this happens in a space, a shape that was born way before the world itself. This is how you can tell the story of life. 

This is how cells are perceived and later spied on by our fingertips, eyes, medical checkups. Cells that used to be alone have turned into a dense network and their weight is measurable in grams. People – one hundred thousand billion of cells, it is estimated, – give names to these things; they say placenta, uterus, nervous system, primary organs. They say embryo and fetus. They say Will it be male or female? They say weeks, months. They say abortion, they say let’s keep it, they say let’s risk it. They sometimes despair, they sometimes rejoice; sometimes they rejoice despairing; sometimes they find themselves, sometimes they leave.


But cells do not care about all this. They are only interested in what they have to do. They are efficient. They carry on fulfilling the same set of actions for months – preparation, duplication, separation, division – with different projects and purposes. They create structures that will be used to think, to breathe, to walk, to touch, to see and so on. Cells seem to only care about one thing: not staying alone as they were in the beginning. This is how that frenzy desire to always build.

Produce, produce, produce.

Generate, generate, generate. 

Avoid, avoid, avoid, loneliness, loneliness, loneliness. 

It seems like an optimized process to grow inside an environment they do not know.
Until things change. Gravity changes, the viscous sensation on the skin disappears. The heat becomes the freeze and silence becomes noise, the thread of union is cut, and every living system is submerged by information that is impossible to be cataloged.


No matter the signal that explodes in the nervous system, cells move forward. In total chaos, they divide, they multiply, they join. Words say hemorrhage, they say to operate, right now, they say give it to the father. And cells could not care less. When a foothold is found, a rhythm that that body had learnt to recognize and that others call father’s heartbeat, cells create. When the nose – nice job, they would congratulate if they could – recognizes a certain perfume that a neuron had already stored, they move on, even if nobody cares about them anymore. 

Everyone is now interested in the cells of the other body, where all the cells have stopped working. Words say time of death, they say motherless child, they say what do we do now?
This new indifference will not touch them until they make serious and repeated reproductive mistakes. 

They are cells, people will say, what could they do? It is obvious that they will die and breed in such a proportion to be called growth. All the attention will be drawn by the child, boy, adult, elderly man, the movements that he will be able to make, the sound waves he will be able to emit, the relationships that he will have. Out of every form of jealousy, cells will keep on doing what they have to.

Like now, when that newborn’s body would like to be back in silence, but some cells, which are designed for this purpose, allow him to guess – without fully understanding why- that he cannot. Just like some original cells, he has to resign to have his peers by his side and not in anymore. 

2

We get interested in the first ones – with affection and envy -, then we become fond of the second ones. 

Someone like the last ones, too. We hardly ever get fond of the third ones, or of the fourth ones and all of those who are in the middle.
We remember Neil Armstrong’s words of 21st July 1969, his steady voice. Even Buzz Aldrin became a familiar figure because it is easy to share what his desire of that moment could have been: pushing Armstrong away and being the first one putting his foot on the Earth’s satellite. 

And what about Collins?

Who?

Exactly. Michael Collins.

There were three people in the shuttle attached to the rocket Saturn V, which set off from Kennedy Space Center in Cape Canaveral, Florida on July 16th, 1969, at 13:32 UTC for the Apollo 11 Mission: Neil Armstrong, Edwin Eugene ‘Buzz’ Aldrin and the least known Michael Collins. The spacecraft did not go straight towards the Moon, but it travelled following orbital movements, making larger and larger ellipses around the Earth until, on July 19th at 17:21 UTC, it entered lunar orbit. 

We are going, that is what Neil Armstrong might have told Collins. For what Oriana Fallaci in Quel Giorno sulla Luna (That day on the Moon) said – ‘His way of thinking and of living is as strict as an arithmetic operation, everything is calculated in him like inside a computer and amongst the fifty-two American astronauts he is the one who has the virtues of the robot more than anyone else. That is to say, absence of passions, law and order, control, no fantasy’. – he is unlikely to have chosen more ironical sentences like, I don’t know, We do just like Baglioni, we f off … Armstrong and Aldrin entered the Eagle spacecraft on July 20th, right after 13:00 UTC and they set off towards Moon landing five hours later, moon landing that occurred at 20:13 UTC on July 20th and then towards the first and the following steps – 2:56 UTC on July 21st – with everything we know: the ‘a small step for a men’, Aldrin’s report that from that day on , he would also say that he did not see a  UFO, Nixon that talked to the two astronauts calling them by their names and he never dreamt of asking about Michael. 

It is not that the ground crew did not care about Collins: he was in charge of the return of the whole team and the international setback to the Soviet Union, as well. But the common story of the first Moon landing would put him aside, nonetheless, or precisely because, during those hours Michael Collins was the loneliest human being amongst the living. Alone like Adam before the creation of Eve.

Collins stayed on the Columbia spaceship, and he got it ready for the spacecraft’s return. It could not anchor yet, it had to orbit the Moon – time for the full ride: two hours, more or less. This means that, until his mate’s return on July 21st at 21:35 UTC, Collins was spending half of his time with the chance to communicate with the space station, then he would lose radio contact with Earth, visual contact with the Sun and he would spend forty-eight minutes in the boundless slice of universe from the farthest part of the Moon, facing a kind of darkness no one could neither see or imagine. 

In his biography – Carrying the fire: An astronaut’s journeys – he would describe those moments like this: ‘I am alone now, truly alone, completely isolated from any known life form’.

Alone. Truly alone. No distinguishable sound in his ears, no intelligible light. Forty eight minutes in which he could hold on to the world as he knew it, only through procedures to follow, like the one apt to prevent fuel from freezing.

In his book, Collins continues: ‘I strongly feel it (to be alone, author’s note) – not like fear or solitude – but as an awareness, an anticipation, a satisfaction, trust in my means, exaltation’.

According to the Psychology of Personal Constructs, we give meaning to what surrounds us trying to anticipate the events: the more bewildering our reality is, which also makes us push our boundaries of our interpretative system, the more we have to force ourselves to anticipate what we can, so that we avoid drowning in chaos. It is not a case, then, that amongst the many words that Collins could have used, he chose to use anticipation because, when facing nothing and everything of the universe at the same time, he had to hold on to something if he did not want to end up like Ricciolina, the little dog best known as Laika, which found herself in outer space in the airtight rocket box some years before – that is to say, in such a place that, according to her system of meanings, was incomprehensible and scary – and her heart could not stand such acceleration. 

On July 21st, 1969, at 21:35 UTC, Armstrong and Aldrin came back on the Eagle with their twenty-one kilos of lunar material and Collins went back to being a human being along with other humans. In the following years, he would declare that, even when he was alone, the three of them were actually always together since theirs was a collective mission. he would state that until his death that occurred on April 28th, 2001, in the small village of Naples in Florida, a four-hour drive to Cape Canaveral; a place that is sunny almost 265 days a year. 

3

A thirty-year old woman – age matters since it matters to her – says: I must do something for me, for my life. I am done accepting everything other people tell me to do. I want to choose.


She likes cooking, she has been doing it since she can remember. She talks to her psychologist about her dishes, and she tells him, in tears, that she hates when someone does not enjoy them and that she feels as lonely as the Apollo 11 astronaut. She says that that loneliness is like a rock that falls into her chest and takes her breath away. She says she knows she cooks to win people, women, and men who she would like to have a sentimental relationship with, but also relatives and acquaintances, people she wants to be friends with, people she shares her working space with. She says she has a wish she never told anyone. The psychologist remains quiet, leaving time to do its job. 

I want to sign up for Masterchef, she eventually says, in mockery. The words that seemed to be so heavy in the solitude of thoughts, they have now ended up in that hard place and they make themselves readable, yet still not without shame.

Why shouldn’t you?, he asks.

So, it happens. 

The woman passed the auditions with a well-filleted sea bass. One of the judges lends her his pochette to wipe her tears. When she is about to give the handkerchief back, he tells her to keep it. The others laugh, and so does she. 

She is appreciated during the individual turns; she finds herself aggressive in teams and able to keep empathy alive at the same time – she really wants this feature of hers to be highlighted on her personal portfolio. She is nominated captain in an external test where the teams have to prepare a catering for a group of blind children. Her idea to fry sweet potatoes instead of ordinary potatoes is successful, her team wins, but it is criticized for being messy. Not a big deal, she thinks, the aim of the game is also to nitpick, she had imagined it. What she did not imagine, however, was that that criticism was the prelude of her defeat. Back in the studio, she is defeated by the bakery test. The additional judge – pompous, his double chin reminds her of that of a turkey – he tells her she is too bold and that he cannot stand bold people. What does he mean with ‘bold’? yet she nods and does not ask. She cannot understand what she did to deserve to be attacked like that. In the meantime, the sponge cake does not rise; the cream is liquid; she presents a dessert in a jar that another judge takes and throws it into the sink. In that moment – you never know where your mind wanders – she thinks about her psychologist that will feel sorry for her, then she remembers that the broadcast is not live, so she will go back to talk to him before the airing and she will be able to tell him everything that she is living and that she cannot tell anybody else, due to the contract with the broadcasting company. She grins. The judge asks her whether she is listening. He tells her, Do you see that you’re bold? You can tell that you don’t care about being here. She feels airtight. When they tell her to leave the apron behind and to leave Masterchef’s kitchen, she thanks everybody and says some generic ‘good luck’. She leaves the studio quickly.

A boy from production takes her to her changing room and there she stays all alone. She initially sighs, then she laughs, then she gives herself permission to cry. She thinks of the face to wear to go out and face the world again: from her parents to her sister, from people who love her. There it is, that rock that plunges from her vocal cords and hangs inside her throat, taking her breath and her words away. There it is loneliness that comes from self-disappointment and that no one can soothe.


She closes her eyes and dreams – even though she is not sleeping – of taking off her t-shirt and to show her navel. She dreams of going around the streets and asking people to stick to it to feed her, at least a bit. But who would stick to her navel, anyway? Scarred as it is, it is useless.

When she goes back to her psychologist, she tells him her dream. She says, My navel is food and words. She says she does not want to open a restaurant and not even work as a cook. She says that that boy from production, the one that had abandoned her in the room, later wrote to her. He apologized for stealing her phone number from her file – the one where ‘empathetic’ was underlined and there was no mention of her boldness. They have been going out for a month, yet they do not go out that often, they often stay at home. When they have sex, he likes kissing her belly. After sex, she likes cooking, especially fried things that he enjoys – he even rolls his eyes! – but she knows that he will not like something, sooner or later.

So, what will happen then?, the psychologist asks.

Well, I don’t know. Will I feel lonely again?

They look at each other, no one nods, no one denies.

4

In a video-interview, the contemporary art critic Lea Vergine affirms that all the artists are moved by a single desire: being loved.

For instance, Chris Burden on November 19th, 1971, persuaded his friend Bruce Dunlap to shoot him with a 22 caliber rifle. The room of the gallery F-Space in Santa Ana, California, was crowded but no one did anything. Dunlap was abandoned in his unreadiness – even though he had to shoot the arm, he nearly got his friend’s heart -; Burden remained alone in his pain; every single person that was watching remained alone with themselves wondering why they did not intervene. 

The stretcher-bearer of the ambulance, which was called by the gallery manager, thought that that room was full of crazy people and not of art, was it even possible that no one cared about that boy to prevent someone from shooting him? He stroked his forehead, even if he did not know him. Burden’s smile confirmed the kindness of his action, he felt useful and in his place in the world.

If that stretcher-bearer knew Lea Vergine, he would tell her that the desire of being loved does not belong to artists only. Why would he be a stretcher-bearer, anyway? And about her, why would she write? Lea Vergine, in this hypothetical world, would raise her hands and would answer that everything she says is a hundred percent true, she would then lit a cigarette (a habit she had started hoping to appear more loveable for a young boy when she was sixteen and that she continued for other reasons as well, for other reasons as well).

5

A man and a woman enter the pediatrician’s studio. The check-up of their first born goes smoothly, everybody smiles. The doctor tells the secretary to give the child two candies and a piece of paper to draw on and to take him with her into his office, then he closes the door. Only the adults are in the room now. 

The parents begin talking about what is worrying them, even if they do not know, they are lucky. Unlike many colleagues who preferred French, the doctor studied English and he could read the works of the psychologist Marjorie Taylor, researcher at the University of Oregon. He explains that having imaginary friends is normal statistically, and clinically at their son’s age. He says that no one knows why we have them only when we are young, but it is surely a very common thing. He thinks, yet he does not say, that it is something we do to break solitude when we let go of reality, just like we are about to fall asleep. 

No one sleeps with no one, he thinks, We can have someone near, of course, but we cannot help being alone in our sleep. Why not let fantasy, then, the task of making some friends that can keep us company while we transition from waking to sleeping? 

He does not tell his hypotheses because they are not scientific and because, since he is himself a parent, he knows that no parent wants to think of their child facing loneliness. 

He says instead that in research, which was carried out with more than two hundred subjects amongst children, parents and adults, Marjorie Taylor found out that everyone gave a different shape to their imaginary friend based on the many variables that characterize individual lives, but with some similarities. He takes the publications and shows them that 63 imaginary friends were ordinary children, 44 animals, 40 magical children, 29 older people, 13 ghosts, 11 young children, 7 superheroes, 7 friends that are foes, 4 invisible selves and other 18 that do not fall into any category. 

Who knows what group your son belongs to, he says. The parents shrug, as if to say that it would be nice to know, but who can tell, who knows what really happens deep down in the intimacy of the mind of another human being, even if he was born from you?


They leave reassured, they thank the doctor and the secretary, they take the child’s hand and, without knowing why, he feels calmer, too. 

6

A boy had enrolled in university, he had changed two faculties in two years’ time, bought and resold several original books, but he had not even taken one exam. His parents would tell their relatives that, at twenty, it is normal to be indecisive, but they would somehow avoid asking their son the reasons for his stasis. They would reassure him, We love you nonetheless, and they would wrap it up in that way.  

He used to live on his own, he used to go out with his friends, he used to go to the movies, read the books a girl he met online used to send him. He would tell his friends that they had met in real life and that they had kissed.


A childhood friend asked him, Did you fuck her? He said he had not and the other went on: You’ve got to grab her like that – he grabbed the pub table as if it was her hips – and then sbabam, sbabam, sbabam. They laughed and changed topics. Thank goodness, thought the boy. She did not ask him to meet, let alone him. She used to send him a book, he used to send her a book.

She sent him At night all blood is black by David Diop. He answered with Yu Hua’s The seventh day. She smiled and nodded, wrapped it and sent him Un amore by Dino Buzzati. He waited for a long time for it to arrive and then he read it in a few hours. He finished it at night and, the following morning, it was already in the mail. She received a big parcel in her mailbox with The collected stories by Grace Paley.

She felt her eyes tearing up, she clapped and sent him Gli amori difficili by Italo Calvino. He only read half of it and finished L’avventura di due sposi – ‘Elide would go to bed and turn off the light. While lying in bed, she pushed her foot towards her husband’s side to find his warmth. But every time she would notice that where she was sleeping it was warmer, which meant that Arturo had slept there and that filled her heart’ – and he did not go any further. 

Who does she think she is?, he thought.

He bought a postcard with the screen—a printed image of the patron saint of his hometown. He wrote her address and, where you usually write your greetings, the poem Late fragment by Raymond Carver:

And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.

She cried. He would send other book in the following months, but without getting any answer, then she would accept living with the terror of being able to make irreparable mistakes in relationships. She thought, what’s the point of time that’s coming if I am bound to be alone? – Drive Your Plow Over the Bones of the Dead by Olga Tokarczuk.

7

A man lived his life. Just like anybody else, he was born and then he lived. A man is many years old, thousands of days old. He has spots he did not use to have on his hands, the skin around his fingers shows the shape of his bones, whose joints are deformed by arthritis. Those fingers have been sore for ages, especially when it is humid.

That man is a piece of shit. Now no one around him knows of that time when he forced a woman to have sex with him during the war. One evening they were talking about an abortion referendum on the news while his wife and him were cooking boiled chicory and pumpkin ravioli for dinner. He confessed that, back in 1944, he saw, or rather foresaw, a fellow soldier abusing a woman and he did not intervene. He wanted to add that, if that woman had had an abortion, he would not have blamed her; his wife, however, was so shocked that she ate neither the chicory nor the ravioli, she did not even sit at the table and him, while he was nibbling alone, he started to think about what he had done had not really happened. But now he knows it happened. 

That man is a saint. Every person around him knows of that time when he saved a woman from the violence of two enemy soldiers. He shot one in the shoulder, the other ran away, he left the wounded on the ground with blood on his shirt and his pants unbuttoned. He took the woman to a shelter, and he then had no more news. He knows this happened, too.
It is the same man, the same vessel that contains these two stories.


He has a plastic cannula that comes out of his left nostril, and it is attached with some medical sticky tape. It helps him eat. Or better, he helped him eat. 

His children are a boy and a girl, his grandchildren three boys and a girl, his daughters-in-law are two women. When his daughter introduced him to her girlfriend, she would have killed her because she had made his wife cry, and no one had to make his wife suffer. He would not have killed her for real., but he could not understand what was going on. He remained quiet, he mumbled. It took some time, but he learned to contemplate that that was his family, the group of people he had gathered around him. 

 As far as his values were concerned, friends were rather useless – no At night all blood is black for him to read -, family is what matters: that is the relevant cellular form. He always thought that friends were potentially cancerous cells since they speak different languages; but family does not. Family builds a peculiar language; even when the cell is not how you thought it would be, it still understands grammar and vocabulary. Just like with his children at the seaside, when he said, I’m going for a swim, and they did not want him to go too far from the shore and he would answer he would get away for just a pit and everybody got what he meant. 

It is bad when cells die, just like when his wife did. He saw his son and daughter suffer so much that he would have killed her, his wife, no one could make his children suffer. These are the meaningless thoughts of pain that justifies into rage and, instead of saying, Please, do not abandon me, it screams I’ll kill you to a coffin full of wood, zinc, body and air that that body will never breathe.

That pain, however, made the family pluricellular organism even closer. The state of the matter went from solid to liquid, or better, to a more dense and viscous liquid but not solid; well, one should not be too rigid. For this reason, everyone smiles at the granddaughter who arrives late and pats her granddad’s head. No one smiles at the doctor who asks the closest relatives only to stay. 

And who they be, doctor? Since you’ve studied, please, give us a definition of close.


But that man lying on an oversized bed stopped talking months ago and he has nothing to say when his grandchildren and his daughters-in-law exit the room. Only his son and daughter stay. He never liked his son that much. Not that he did not love him, but he always preferred the other one. He liked protecting her. His son, who knows, it seemed he never needed him and then he would find shelter in books and become waterproof; he used to chat alone when he was a child (thankfully the pediatrician had said there was nothing to be worried about). Now that he talks to the doctor, his voice is deep – that came suddenly, one morning when he was fourteen – as he says Yes and then Let’s do it; his sister just nods, she keeps her right hand on her belly where the navel is. 

Nothing happens for a while. The doctor exits and no one comes back. There are only the elderly man, his children and the fist system cells in the room.

Do you remember when I slapped you because you called me a piece of shit?, he would like to ask her.

Do you remember when I locked you in your room after that you had run away for two days? Where did you go?, he would like to ask him.


He would like to smile, at least with the corner of his eyes, because he feels like the expression ‘piece of shit’ is so silly nowadays and the same thing goes for running away for two days: such a trivial matter. Everything is now worthless, but in that moment, it was necessary to bring back order inside the system, to keep the binders tight as they allowed existence. It was necessary to avoid the terror of the drifting of the single elements.

She now holds his right hand; he holds his left one. The man lets them do it, he lets them cuddle him with their soft fingertips – She might do it, he thinks, but what if he gets his manicure done, too? – that stroked his crooked fingers. 

The doctors do the things that have to be done when a person is suffering too much and has no hope. They insert some liquid, attach some tubes, and follow the procedures. The man’s body gets lighter, only those tied fingers keep him grounded, even though they do not hurt anymore, they are the last handhold to the cellular system that has created from the moment of his conception and until now, when everything disappears and loneliness shows up again, scary, but it is so quick that it does not even last the time to say pit and, anyway, the will not be memory to keep it alive.

Alessandro Busi, psychologist and psychotherapist, lives in Padua. His stories were published on several reviews, notably Grafemi,Tuffi, Tre Racconti, Inutile, Altri Animali, SettepagineRisme, Split, Clean, Fillide, I Libri Degli Altri, Atomi, Il rifugio dell’ircocervo, Fragmint. In December 2021 he published his novel Fino all’inizio with pèdimosca edizioni.

Una giovane donna – ma potrebbe essere una bambina – si muove su una fune. Avanza di un passo, poi di un altro; costringe il pubblico a trattenere il fiato con una doppia piroetta. E mentre mantiene l’equilibrio, là in alto, la bambina si trasforma: il suo corpo si fa corda, elastico, carne disossata.

Questa è la storia che Alex Raso racconta con le sue immagini. Un soggetto che attraversando le tele cambia se stesso, come se stessimo osservando differenti fotogrammi di un’unica danza. Il mostruoso che ne deriva non è circoscritto a una eccezionale individualità, ma condizione alla quale tutti partecipiamo e che dipende dal nostro stare nel tempo e nello spazio, alla nostra impermanenza di creature. 

La tecnica che Raso ha sviluppato parte dalle fotografie d’epoca per poi intervenire con la pittura; un processo grazie al quale l’immagine torna a essere materia, con una pastosità che ricorda le opere di Lucian Freud e Jenny Saville. Nel lavoro dell’artista il margine, che non è mail linea ma ampio spazio di contaminazione, vibra nel bianco dello sfondo, acquista sfumature azzurre, perde di purezza. Si moltiplica come un’onda sulla superficie del mare.

A young woman – she could also be a young girl – is moving on a rope. She moves forward step by step; she forces the audience not to breathe with her double pirouette. And as she keeps her balance, up there, the young girl changes: her body becomes the rope, elastic, deboned meat.

This is the story that Alex Raso is telling with his images. A subject that transforms itself while crossing the canvas, as if we were looking at different photograms of the same unique dance. The resulting monstrosity is not circumscribed to an exceptional individuality, but to a condition we all take part in and that depends on our ability to be in time and space, on our impermanence of creatures.

The technique Raso has developed starts from vintage photographs and then it mingles with painting; a process through which the image goes back to being matter, with such plasticity that reminds of Lucian Freud and Jenny Saville’s works. In the artist’s work, the border, which is never a line but a wide contamination space, vibrates in the white of the background, it gains light-blue nuances, it loses its purity. It multiplies like a wave on the sea surface.

Alex Raso, IllustroGraficoMischialettere, vive ed opera a Savona (Italia). Dopo gli studi al Liceo Artistico e presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti (Genova) si dedica all’illustrazione e alla grafica pubblicitaria. Nell’illustrazione utilizza tecniche miste e sperimentali analogiche e digitali. Selezionato a importanti festival d’illustrazione Italiani tra cui Inchiostro Festival (AL), PIC NIC Festival (RE), LIBRIMMAGINARI (VT). Selezionato per Italian Poster Biennial; pubblicato nell’Annual dell’Associazione Italiana Autori di Immagine di cui è socio. Collabora con varie case editrici tra cui ArteBambini di Bologna con cui pubblica il libro illustrato “Il Re dei Gatti”.

Alex Raso, IllustroGraficoMischialettere, lives and works in Savona (Italy). After studying at Artistic High School and at Genova’s Accademia Ligustica di Belle Arti, he dedicated himself to illustration and to advertising graphics. In his illustrations, he uses mixed and experimental analogical and digital techniques. He was selected at important Italian illustration festivals, notably Inchiostro Festival (AL), PIC NIC Festival (RE), LIBRIMMAGINARI (VT). He was chosen for Italian Poster Biennial; published in the Annual dell’Associazione Italiana Autori di Immagine, which he is a member of. He collaborates for several publishing companies, notably ArteBambini (Bologna), with whom he published his illustrated book ‘Il Re dei Gatti’.

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