La donna folle in “Cry, the Peacock” di Anita Desai e in “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy. Ipertesto

a cura di Aurora Dell’Oro

[ITA] [ENG]

© Stefania Zucca

 Femminismo, società e ecologia: una conversazione tra Esther Daimari e Aurora Dell’Oro

A.: Esther, pensi che la tradizione culturale indiana abbia in qualche modo plasmato l’approccio ai temi femministi? 

E.: L’India ha molte culture e gruppi etnici. Perciò, i punti di vista sul femminismo sono culturalmente influenzati. In ogni caso, le culture indiane sono state per la maggior parte patriarcali e dunque il femminismo ha riguardato la lotta alla mentalità patriarcale della società e la ricerca dell’uguaglianza tra i generi. Si pensa che il femminismo in India sia nato durante il periodo coloniale nel diciannovesimo secolo, quando riformatori come Raja Ram Mohan Roy hanno cominciato a mettere in discussione la presenza di certi “mali sociali” nella società indiana, come il Sati (che consiste nel bruciare viva la vedova accanto al corpo del marito defunto, N.d.T), la vedovanza e così via. Comunque, le donne nate dopo l’indipendenza indiana continuano a soffrire per il limitato accesso alle cure mediche e all’istruzione, la mancanza di uguali stipendi, l’aborto selettivo in base al sesso, la violenza domestica, le molestie e violenze sessuali e così via. Anche se ci sono leggi in vigore per contrastare questi problemi, in India, dove si dà per scontato che le donne abbiano diritto ad avere meno di tutto e che gli uomini siano i capifamiglia, e dove le donne simboleggiano la purezza, le persone tendono a considerare il femminismo e l’uguaglianza di genere come qualcosa più adatto alla teoria che alla pratica. Le donne, di conseguenza, non vengono incoraggiate abbastanza a imparare quali sono i loro diritti e non hanno consapevolezza politica. 

A.: Nel tuo testo hai scritto dello stigma che colpisce le vedove, le donne senza figli e le donne sterili. Peraltro, la città di Vrindavan, la cosiddetta “città delle vedove”, ha una certa fama. Nel corso del tempo è cambiata la considerazione della società nei confronti di queste tre categorie? Esistono, nello specifico, leggi che proteggono i diritti delle vedove? 

E.: Dunque, in India ci sono leggi, come l’Hindu Succession Act del 1956 e l’Indian Succession Act del 1925, che garantiscono i diritti di proprietà e permettono alle vedove di risposarsi. Molte società, inoltre, accettano oggi l’idea che le vedove si risposino. Tuttavia, ci sono ancora molti pregiudizi associati alle vedove e alle donne senza figli. Nonostante la diffusione di conoscenze mediche, le donne (non gli uomini) sono incolpate per la mancanza di figli. Nonostante la protezione legale, per le vedove non è facile risposarsi, a causa di una serie di motivi, come il fatto che non vengono accettate dalla nuova famiglia o non vengono accettati i figli avuti dal matrimonio precedente. Tali questioni sono poi intrecciate alla condizione economica e alla casta della donna. Qualche volta i loro stessi figli, che le considerano un peso, allontanano le vedove dalla casa. 

A: I tuoi interessi di ricerca riguardano sia il femminismo (in letteratura) sia le questioni ambientali e, per quanto riguarda il secondo aspetto, ho subito pensato a Vandana Shiva, che è una donna. Secondo te, c’è una ragione per cui un certo tipo di femminismo e di pensiero ecologico hanno trovato un terreno comune di lotta? E chi sono, oggi, gli autori indiani più interessati a questi temi? 

E: Come affermano Vandana Shiva e altre ecofemministe, c’è un collegamento tra lo sfruttamento delle donne e lo sfruttamento del mondo naturale, poiché sono entrambi dovuti al potere oppressivo dei sistemi patriarcali come il capitalismo, il colonialismo, la globalizzazione e via dicendo. In India, in diversi movimenti ecologici, come il Chipko Movement e il Narmada Bachao Andolan, le donne hanno avuto un ruolo cruciale. Questi movimenti nascono dalla consapevolezza che la distruzione dell’ecologia sarebbe fatale per chi viene discriminato, come le donne, gli agricoltori e i gruppi tribali. Oltre a Vandana Shiva, scrittori indiani come Arundhati Roy, Amitav Gosh e Mahasweta Devi hanno scritto esplicitamente delle donne, delle emarginate e del loro legame con l’ecologia. 

A.: Infine, per tornare al tema del tuo pezzo, che è la “folle” in letteratura, il legame tra la follia e il femminino è diffuso globalmente — come suggerisci implicitamente, citando Jane Eyre e altri romanzi vittoriani. Come sai bene, nella letteratura europea questo tipo di personaggio è stato spesso descritto con i caratteri della “donna fatale”, che per lo sguardo maschile è tanto irresistibile (pur nella sua follia) quanto letale. C’è un equivalente anche nella letteratura indiana? 

E.: Nella letteratura indiana, la maggior parte dei personaggi femminili che hanno spirito d’avventura, pensano con la loro testa e mettono in discussione, in un modo o nell’altro, il patriarcato, emergono come delle “folli”. A questo proposito penso al tropo della maternità, che è così familiare, eppure così complesso. Più precisamente, le dee nella letteratura indiana sono venerate come madri, ma hanno anche un lato distruttivo e folle che può rovesciare il patriarcato indù. Anche nell’opera di Arundhati Roy, Ammu è una madre la cui sessualità e scelte di vita minano le fondamenta della famiglia patriarcale e dello stato; perciò, è una folle. 

On Feminism, Society and Ecology: a Conversation between Esther Daimari and Aurora Dell’Oro 

by Aurora Dell’Oro

A.: Esther, do you think that the Indian cultural heritage has somehow shaped the Indian perspective on feminist issues?

E.: India has many cultural traditions and indigenous groups. Therefore, the perspectives on feminism are also culture-specific. Nevertheless, cultures in India have mostly been patriarchal, and therefore, feminism in India has been about fighting against the patriarchal mindset of society and seeking gender equality. Feminism in India is believed to have begun during the colonial period (in the 19th century), when reformers such as Raja Ram Mohan Roy started questioning the presence of certain “social evils” in Indian society, such as Sati, widowhood, and so on. However, post-independence women in India continue to suffer from issues such as having limited access to health and education, lack of equal wages, sex-selective abortion, domestic violence, sexual harassment, eve teasing, and so on. While there are laws in place to tackle these problems, in India, where women are traditionally expected to be entitled to less of everything and consider men as heads of the family, and where women stand as symbols of purity, people tend to look at feminism and gender equality as something more suited to theory than practice. Women are, therefore, not encouraged enough to learn about their rights and they lack political awareness. 

A.: In your essay you wrote about the stigma which falls upon widows, childless and sterile women and the holy city of Vrindavan, the so-called “city of the widows”, has quite a fame. Has the social beliefs towards these three categories changed over time? Is there any law to guarantee the rights of the widows, specifically? 

E.: Well, there are laws in India, such as the Hindu Succession Act of 1956 and the Indian Succession Act of 1925, to guarantee the property rights and remarriage rights of widows. Many societies also in India today accept the idea of remarriage for widows. However, many stigmas are still associated with widows and childless women. Despite the spread of medical knowledge, women (not men) are blamed for childlessness. Despite the legal protection, widows do not find it easy to remarry due to several issues, such as their non-acceptance in the new family or of their children from a previous marriage. These issues are also intertwined with the class and economic status of the woman. Sometimes, their own children, who consider them a burden, turn widows out of the house. 

A.: Your research interests cover both (literary) feminism and ecological issues and, as for the latter, I immediately thought of Vandana Shiva, who is, obviously, a woman. According to you, is there any reason why a certain kind of feminism and ecology have found a common ground of struggle? And who are, today, the Indian authors more involved with these themes? 

E.: As Vandana Shiva and other ecofeminists assert, there is a connection between the exploitation of women and the exploitation of the natural world, as they are both due to the oppressive power of patriarchal systems such as capitalism, colonialism, globalization, etc. In India, in several ecological movements, such as the Chipko Movement and the Narmada Bachao Andolan, women have played a significant role. These movements stem from the realization that the destruction of ecology would be fatal to marginalized groups such as women, farmers, and tribals. 

Apart from Vandana Shiva, Indian writers such as Arundhati Roy, Amitav Ghosh and Mahasweta Devi have written explicitly about women, the marginalized, and their connection with ecology.

A.: And, at last: getting back to the focus of your essay, which is the “madwoman” in literature, the bond between madness and femininity has had a worldwide diffusion — as you implicitly suggested, quoting Jane Eyre and other Victorian novels. As you well know, in European literature this kind of character has often been depicted as the “fatal woman”, who appears to be equally irresistible (even in her own foolishness) and lethal to the male gaze. Is there an equivalent in Indian literature too? 

E.: In Indian literature, mostly women characters who are adventurous, have a mind of their own, and question patriarchy in one way or another emerge as “madwomen”. I can here think of the trope of motherhood in Indian literature, which is so familiar yet so complex. For instance, goddesses in Indian literature are revered as mothers, yet they also have a destructive and mad side that can unsettle the Hindu patriarchy. In Arundhati Roy’s work, too, Ammu is a mother whose sexuality and life choices unsettle the foundations of the patriarchal family and state; therefore, she is a “madwoman”.

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