di Giulia Scomazzon

© Letizia Santoro & Francesco Carbone
Ricordo, in modo sorprendentemente nitido, la prima volta che vidi in tv la pubblicità dell’Unieuro in cui Tonino Guerra proclama «l’ottimismo è il profumo della vita!». Devo aver trattenuto questo strano ricordo così a lungo perché all’epoca della messa in onda dello spot, nei primissimi anni Duemila, quello slogan era diventato prima uno sberleffo ai danni di una compagna di liceo con un approccio “troppo emotivo” alle difficoltà della vita scolastica – col senno di poi, realizzo che era l’unica ragazza di origini meridionali e, rispetto a noi, aveva solo un modo meno veneto, ovvero meno incolore e castigato, di esprimersi – e poi un motto di spirito ricorrente per una parte della classe, cioè per la fazione tendenzialmente nichilista a cui io appartenevo. Per me e per i miei amici, la frase “l’ottimismo è il profumo della vita” funzionava come un ribaltamento ironico – per darci una posa da élite classicista ci piaceva definirlo “apotropaico”, ma è un termine troppo impreciso – della nostra più profonda autopercezione, che coincideva con pensieri deprimenti e ossessivi del tipo: “la nostra vita è una sveglia alle 6 del mattino, viaggi in bus sovraffollati, lo studio fino alle 23 prima delle verifiche scritte e l’angoscia di essere costantemente interrogati e umiliati da un adulto e non c’è ragione di credere che il futuro possa essere diverso, migliore”. L’ottimismo era il profumo della vita nello stesso modo in cui il deodorante Axe o gli Arbre Magique erano il profumo dei miei compagni maschi dopo educazione motoria e degli interni dell’auto di mio padre, una botta olfattiva innaturale a coprire un odore spiacevole di sudore adolescenziale e tessuto imbevuto di fumo.
Qualche giorno fa mi è tornato alla mente quello stupido motto e subito dopo mio padre e con lui il solito spasmo di vuoto allo stomaco che mi provoca il suo ricordo. Ho sentito il bisogno di cercare su Internet informazioni sullo spot di Unieuro. Ne ho trovate poche e da fonti non affidabili. Alla mia richiesta di datazione della campagna, ChatGPT ha risposto sparando un 2010, ma io sono certa che è di molto precedente perché ho fatto il liceo nei primissimi anni Duemila. Gliel’ho fatto notare e si è scusato. Tutti i video dello spot che ho trovato online sono alterati. Guardandoli ho scoperto di aver rimosso dalla mia memoria il finale della pubblicità e che questo finale è, invece, ciò che si è impresso nella mente degli italiani che ne hanno conservato e diffuso il ricordo su pagine o canali comici: dopo aver innalzato quella specie di inno al progresso tecnologico che è “l’ottimismo è il profumo della vita!”, Guerra volge lo sguardo al cielo e del guano di piccione gli centra un occhio. Guerra esclama un «orco!» a cui l’autore del video ancora in circolazione, un umorista di talento, ha appiccicato un semplice e perfetto “dio”, creando un meme ante litteram.

© Letizia Santoro & Francesco Carbone
Quando vidi per la prima volta la pubblicità di Unieuro dovevo essere in seconda o terza liceo e stavo cenando con mia nonna e mio padre. Di conseguenza, lo spot è sicuramente andato in onda su Rai3 tra le 19 e le 20.30, in uno dei due stacchi pubblicitari che separavano il tg nazionale da quello regionale e il tg regionale da Blob. La programmazione della rete funziona così anche adesso. A lungo ho pensato che a casa guardassimo esclusivamente il preserale di Rai3, la rete pubblica “lottizzata” dalla sinistra diceva mio padre, per ragioni politiche o culturali. Oggi riconosco che, se pure queste ragioni erano presenti, andavano a sommarsi a questioni più basilari e modeste, cioè socio-economiche. In Italia solo i proletari, i vecchi e i bambini si mettono a tavola alle 19. Mia nonna era vecchia, mio padre era un muratore e io non ero più una bambina, ma in una famiglia italiana, persino in una in cui non c’è né madre né orgoglio nazionale, è vitale che la sera si mangi tutti assieme. All’epoca mio padre si svegliava alle 6 del mattino, come me e mia nonna, che aveva il compito terribile di snidarmi da sotto le coperte. Iniziava a lavorare in cantiere alle 7 e rientrava per le 17.30. L’ho visto migliaia di volte tornare a casa dal lavoro col volto e i capelli neri screziati da gocce di cemento e imbiancati dalla calce. Prima di prendere a odiarlo, per alcuni anni della prima giovinezza, nella mia immaginazione devota mio padre era stato lo spazzacamino di Mary Poppins, il Martin Eden di Jack London, l’Arturo Baldini di John Fante: la personificazione di un’energia maschile che nel mio cervello prendeva la forma di un corpo asciutto e abbronzato, capelli mossi, spirito pratico e sognatore, un intelletto rapido. La superficie che gli invidiavo perché io, invece, ero paffutella, pallida, capelli lisci, sognatrice nel senso di ossessionata dai propri incubi, intelletto pigro, nessun tipo di abilità pratica.
Se venissi convocata in tribunale a testimoniare su fatti riguardanti mio padre, avvenuti tra il lunedì e il venerdì di una qualsiasi settimana lavorativa tra il 1998 e il 2006, dichiarerei in maniera approssimativamente vera che mio padre “quel giorno” rientrava alle 17.30, si versava un bicchiere di vino rosso in cartone o si apriva una birra del discount (a seconda della stagione). Tra le 17.30 e le 18.10 posso collocarlo, con una discreta certezza, tra la sua camera da letto e il bagno. La piccola anticamera da cui si accede ai due locali, tra le 18 e le 18.30, odorava sempre di bagnoschiuma maschile e hashish. Tra le 18.20 e le 18.55, mio padre si trovava nella sua camera da letto o, in alternativa, in un bar a pochissimi km da casa a leggere il quotidiano locale e alle 19 era sicuramente seduto a tavola perché il suono della sigla del tg si mischiava all’ordine, per me insopportabile, “è pronto! A tavola!”.

© Letizia Santoro & Francesco Carbone
Verso gli otto anni ho imparato a distinguere il suono di un motore a gasolio da quello di uno a benzina. All’epoca vivevamo al secondo piano di una villetta in una zona di campagna. Mio padre aveva trent’anni e una Ford familiare a gasolio, mentre mio zio viveva al primo piano con la nonna materna, aveva vent’anni e guidava una Peugeot sportiva a benzina. Nei weekend entrambi uscivano per fare vita sociale e la notte, nel mio letto, attendevo il rumore delle loro auto parcheggiate nei garage, lo spegnimento dell’autoradio, il rumore della portiera che si apre e si chiude, i passi che mi dicevano quanto avevano bevuto, le chiavi nella toppa che mi facevano chiudere gli occhi. Ricordo mio padre soprattutto attraverso le impronte olfattive e sonore che ho seguito per non perderlo mentre fuggiva. Mio padre ha iniziato a fuggire da casa nella sua prima adolescenza. Me lo raccontava la nonna. A 13 anni, rubò dei soldi al parroco e, assieme a degli amici, li usò per andare da qualche parte verso il Trentino ad accamparsi nei boschi. A 17 anni, rubò (poi restituì) l’auto del parente di un amico con cui era in combutta per andare in Olanda. Decine di storie simili, un po’ Twain e un po’ Kerouac, e poi quei tre/quattro anni di galere che devono aver sedimentato definitivamente il suo naturale istinto alla fuga. Quando ero piccola pensavo che gli adulti non potessero agire seguendo i propri istinti perché li immaginavo come una specie diversa da quella a cui io appartenevo. Ora so che non è così. Mio padre fuggiva perché l’età adulta è solo l’ultima matrioska che deve avere la stessa forma dei nostri io più piccoli, infantili, adolescenziali e giovanili, per poterli contenere.
Quando vedo per la prima volta lo spot dell’Unieuro con quel vecchio romagnolo inebriato dall’acquisto di un Nokia 3310 a cui piove in testa del guano di piccione penso solo: “casting semplice, ma efficace”. Mio padre, invece, si sorprende, riconosce Tonino Guerra, passa dal dialetto, con cui si stava rivolgendo alla nonna, all’italiano, e dice: «Uno scrive film con Fellini e Tarkovskij e poi per campare è costretto a umiliarsi». Non avevo ancora mai visto un film di Fellini, figuriamoci di Tarkovskij. A casa non c’era mai stato né un videoregistratore né un lettore DVD e, ammesso e non concesso, che in una ricca cittadina della provincia di Vicenza organizzassero retrospettive sui grandi autori del cinema – non accade ora, perché sarebbe dovuto accadere all’inizio del nuovo Millennio? – nessuno mi ci avrebbe portato. Ho recuperato tutta la loro filmografia durante i miei primi vent’anni e l’ho fatto per sentirmi alla sua altezza, anche se per vedere un intero film di Tarkovskij dovevo calarmi una o due redbull e limitare il consumo di cannabis.

© Letizia Santoro & Francesco Carbone
Il punto è che “l’ottimismo è il profumo della vita” non significa nulla e questo prima mi faceva ridere e ora mi fa incazzare. La parola ottimismo non può attivare nessuna sensazione olfattiva condivisa in chi la sente o la legge. Non ha niente da spartire con parole come fragola, benzina, mare, sussidiario. Una sera, all’inizio degli anni Duemila, Tonino Guerra, nei panni del testimonial di una catena di centri commerciali, pronuncia una frase che dopo alcuni anni, studiando filosofia, troverò simile all’esempio che fa Russell di un enunciato sensato ma falso, «l’attuale Re di Francia è calvo». Non esiste nessun attuale Re francese e non esiste nessun profumo intrinsecamente connesso all’ottimismo. Realizzo, dopo ventitré anni, il senso di quello slogan vuoto, della sua immediata parodizzazione nel contesto scolastico e della delusione espressa da mio padre nei confronti di Tonino Guerra. Il senso, forse lo si può chiamare “insegnamento”, è che uno scrittore, un poeta o uno sceneggiatore come lo fu Guerra non dovrebbe mai scrivere o pronunciare qualcosa che non pretenda, anche alla lontana, di essere vero. Poi però ci sono i mutui, le rate dell’auto, le tasse universitarie dei figli, il costo della vita e questo a Tonino Guerra lo concedo.
“L’ottimismo è il profumo della vita”: l’ho sentito dichiarare durante una qualsiasi cena dentro una delle due pause pubblicitarie tra le notizie nazionali e regionali del giorno e i collage disturbanti di Blob dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Lo slogan sta lì, incastrato dentro un panorama mediatico angosciante, più angosciante del solito, e sembra un invito a consumare anche tra le macerie e la paura. Durante quelle pause commerciali, io e mio padre commentavamo i fatti politici e di cronaca come se uno di noi dovesse per forza affermarsi sull’altro. Il principale responsabile dell’atmosfera agonistica che si respirava a cena durante i miei anni al liceo era mio padre, lo stesso uomo che si rifiutava in modo categorico di non “schiacciare” a ping-pong o di non fare buca di sponda a biliardo contro una bambina di dieci anni. Sono convinta di aver tentato parecchie volte di spiegargli che avrei imparato a giocare molto meglio se non fossi stata “sconfitta” – lui diceva “annientata” – dopo cinque minuti e impossibilitata a chiedere una rivincita perché il tempo per me non doveva togliere tempo a lui, cioè a lui e al bar, a lui e alle donne, a lui e alle sue fughe da eterno ragazzo. Un atteggiamento diseducativo e odioso che ho imparato a perdonare solo durante il lockdown, quando io e lui giocavamo a ping-pong sul tavolo della cucina e io, nel fiore dei miei trent’anni, macinavo punti con tiri cortissimi e angolati di rovescio e lui, sulla soglia dei sessanta, falliva i suoi dritti di potenza mandandoli inesorabilmente fuori campo. A metà marzo 2020, vinsi 21 a 4 una partita a ping-pong e, d’un tratto, riuscii a perdonare il giovane padre poco empatico e responsabile che era stato, anche se mentre lo perdonavo lui diceva «questo non è giocare seriamente, questi tiri corti del cazzo sono da vigliacca, riesci a battermi giusto su un tavolo molto più piccolo». Se non ti sei trasformato in un nulla come credevi e sei da qualche parte, papà, vorrei farti sapere che sono tutte stronzate; ti avrei tranquillamente battuto in un tavolo regolare perché ci vedo meglio e sono più reattiva di un sessantenne. È nella natura delle cose, come la morte.
Editing di Fabiana Castellino
Giulia Scomazzon è nata a Vicenza nel 1987. Ha conseguito un dottorato in Letterature e Media e nel 2021 ha pubblicato il saggio sul “true crime” Crimine, colpa e testimonianza (Mimesis). Nel 2023 ha pubblicato La paura ferisce come un coltello arrugginito (Nottetempo) vincitore del Premio Opera Prima Bagutta 2024.




«Sono entrato in un buio senza appigli: sbandavo, affondavo, mi perdevo. E in me si perdeva la poesia, almeno come la avevo concepita fino ad allora … Comunque, avevo ben altro a cui pensare. Altro che poesia. Ero completamente svuotato, stranito, spaesato.
È lì che mi sono venute incontro le case. Le facciate delle case …
Ho cominciato a girare a caso per i quartieri di Milano, a fotografare le case con una Polaroid. Cercavo le facciate più anonime, i muri ciechi più squallidi. Non era un progetto artistico (non sono un fotografo), piuttosto una sorta di esorcismo. Cercavo di rimpadronirmi di quell’ovvio che mi spaesava, che mi si presentava come un enigma. Non avevo ben chiaro che cosa mi spingesse a questi “safari fotografici” (così li chiamavo): la sera tornavo a casa, ricomponevo le foto maniacalmente, a gruppi di nove, o di quattro, come in un rituale magico»1.
La materia prima di tutto è ciò che ci viene incontro. Cosparsa e tratta da combinazioni che anticipano la nostra immaginazione e la nutrono. I lavori dei fotografi Letizia Santoro e Francesco Carbone sembrano riprodurre le corrispondenze tra materia e pensiero; pensiero che in queste analogiche si fa epidermide fotosensibile: le congetture, la memoria che sovrappone, i suoi inganni, gli azzeramenti, le biforcazioni, gli spostamenti di date, luoghi, le infiltrazioni di parole nel freddo incunabolo del presente. Questa complessità non può che respirare nella leggerezza dell’impiego della tecnologia e, ancor più, nel grado zero del bianco e nero; il rapporto tra pensiero e materia assume forma nella percezione fotografica dell’artista, dove movimento e illusione del movimento coincidono. Nella loro ricerca si preserva uno scarto di imprevedibilità, scelte non riducibili a una logica, per arrivare dove l’occhio del tempo presente da solo non arriva, ma dove sa di essere stato.
Maria Teresa Rovitto
Letizia Santoro, nata nel 1982 nella provincia di Salerno, non ha nessuna formazione artistica né ha mai frequentato corsi di fotografia. La sua passione per le immagini e il suo impegno da autodidatta sono le basi del suo percorso fotografico. Tra analogico e digitale, la sua ricerca è concentrata su sfumature e significati dell’esistenza e del genere umano.
Francesco Carbone è un artista poliedrico, nato a Salerno il 27 aprile 1983. Laureatosi all’accademia delle belle arti di Napoli in pittura, sperimenta quasi tutti i linguaggi artistici ma ritroviamo nella performance, nella video arte e soprattutto nella fotografia i suoi lavori migliori. Partecipa a numerose mostre collettive e personali. Attualmente vive e lavora a Salerno.
- U. Fiori, Le case vogliono dire. poetica e poesia, Manni Editori, 2023, pp. 15 -16 ↩︎