di Lisa Malagoli

© Lilia Beda
Feel good inc dei Gorillaz era la mia canzone preferita.
Ricordo l’elettronica, l’hip hop, i personaggi animati a bordo dell’isola fluttuante, la riflessione sulla felicità artificiale nell’epoca del consumismo. L’ascoltavo in autobus, mentre mi asciugavo i capelli e prima di andare a dormire. La canzone si apriva con una gran risata che saprei replicare seduta stante: appartiene a Dave del trio hip hop statunitense De La Soul, e pare sia stata registrata per puro caso. I tre erano appena entrati nello studio di registrazione e, per ingannare l’attesa, avevano iniziato a raccontarsi storie divertenti a vicenda. I microfoni erano già accesi e così è nato l’intro di uno dei pezzi più conosciuti degli anni Duemila.
Da ragazzina la ascoltavo di continuo, forse perché ho sempre avuto un’ossessione per la risata, per la mia in particolare. Rido sguaiatamente: distorco la faccia, mi piego in due, lacrimo e mi cola il trucco. Ridacchio nei momenti più inappropriati – ai funerali, o quando mi trovo di fronte a qualcuno davvero disperato. I miei genitori mi chiedevano di contenermi, di ricompormi, come fossi stata un vaso di vetro che andava in pezzi.
Me ne vergognavo tremendamente, me ne sono vergognata per anni.
Ricordo esattamente il momento in cui iniziai a fare pace con la mia risata. Frequentavo la facoltà di Lingue straniere, avevo deciso di biennalizzare filosofia, una delle materie in cui riuscivo meglio in assoluto. Il primo giorno di lezione entrai in aula magna, mi sedetti e aprii il quaderno. La docente era alta, riccia e con un forte accento fiorentino.
«Sapete cos’è l’antropologia filosofica?»
No.
«E la risata? Sapete dirmi che cos’è davvero una risata?»
No, a entrambe le domande.
La professoressa puntò la penna in direzione di una slide: L’UOMO E I GRADI DELL’ORGANICO, io iniziai a scrivere. Ancora non sapevo che Helmuth Plessner mi avrebbe cambiato la vita.
Helmuth Plessner, uno dei maggiori esponenti dell’antropologia filosofica contemporanea, ha passato la vita ad analizzare il significato del riso e del pianto, quali forme espressive esclusive dell’individuo – assieme al linguaggio verbale, ovviamente. Plessner esamina il riso e il pianto come risposta umana a una data situazione sociale che porta l’individuo ai limiti dell’espressione, e persino a superarli: l’esplosione della risata, o del pianto, colma il silenzio dovuto all’assenza di un’adeguata risposta verbale.
Come si risponde a una forte emozione, a una notizia di morte, o semplicemente a una battuta molto divertente?
Quando il linguaggio verbale – forma espressiva umana per eccellenza – fallisce, l’individuo si lascia andare a un tipo di espressione più brutale, primitiva. Quanto spesso il riso e il pianto vengono paragonati a un verso animale, un guaito, un ruggito? Di fronte a situazioni comunitarie che ci portano a perdere il controllo, l’essenza umana si frantuma, si scompone, e poi si disintegra come uno specchio che s’infrange sull’asfalto. Quando nessuna risposta razionale e assennata è possibile, regrediamo allo stato animale.
In altre parole, cadiamo.
Quando il linguaggio non può essere risposta, l’individuo crolla, si sbriciola in una risata o si scioglie nel pianto. Ma non smette di essere umano.
Ed è questa la parte più interessante: nella caduta l’individuo si estranea dalla situazione sociale a cui non è in grado di rispondere, si isola, prende le distanze. Ma poi si ricompone e ritorna.
Quale altro essere vivente può permettersi di farlo? L’individuo sacrifica la propria unità solo per poi ritrovarla: accetta di abdicare al linguaggio verbale, a tutte le convenzioni e i comportamenti decorosi, per trasformarsi in un essere grottesco col volto trasfigurato. Gioca la sua ultima carta: usare il proprio corpo animale per svincolarsi da una situazione impossibile.
Attraverso la frantumazione, l’individuo trova una via d’uscita.
E la frantumazione è lo stadio che precede la ricomposizione.

© Lilia Beda
Fra il riso e il pianto, si può certo affermare che Plessner nutrisse una particolare predilezione per il primo. Entrambe considerate forme espressive oscure (si può infatti piangere di gioia o ridere di imbarazzo), il riso rappresentava per lui il fenomeno più rivelatore, quello in cui l’essere umano mostra con maggiore evidenza la propria eccentricità costitutiva.
Era il 1941 quando in Germania usciva «Lachen und Weinen: Eine Untersuchung der Grenzen menschlichen Verhaltens», testo in cui Plessner dedicava alla risata un’analisi ampia e sistematica.
Ad oggi, la risata riscuote ancora successo. Feel Good Inc ne è un esempio.
Nel film Joker, di Todd Phillips, Arthur Fleck esplode in una risata che sembra un pianto.
Per la prima volta, la risata di Joker non è solo una cicatrice impressa sul volto, non è statica.
È un’azione.
Il protagonista assiste a una molestia sessuale a opera di un gruppetto di wasp nei confronti di una donna, momento che lo porterà a uccidere per la prima vola. Dileggiato e picchiato egli stesso, incapace di far fronte alla situazione, affetto da un disturbo neurologico non specificato, Arthur si affida alla risata. Una risata cupa, oscura, che toglie il fiato e che prevede espressioni facciali solitamente legate al pianto. Arthur si isola dal mondo, cade, si infrange e si ricompone.
La risata finisce, Arthur spara e uccide i tre uomini: è quello il momento in cui compare Joker per la prima volta. La risata isterica che lo ha accompagnato in ogni momento di disagio, in ogni situazione limite, sarà sempre meno presente, fino quasi a scomparire. Ora Arthur ha il dominio di sé, ha consapevolezza. Non è più costretto a portare avanti una finzione. Ancora una volta, la frantumazione dell’unità è la via d’uscita per arrivare alla rinascita.
Grazie a Plessner ho fatto pace con la mia risata.

© Lilia Beda
Nessuno ride quando viene stuprato.
A me era successo; non dico non sia stato bizzarro, semplicemente nemmeno io sapevo cosa stessi facendo.
Avevo sedici anni, ero al mare con i miei genitori e Beatrice, un’amica. Avevamo tutte e due il ragazzo, non che ci importasse molto, volevamo divertirci. Avevamo conosciuto tre tizi che ci avevano proposto di incontrarli davanti al Papeete, e noi avevamo accettato. Io mi ero fatta la coda, avevo degli shorts di jeans cortissimi, Beatrice portava un ombretto azzurro brillante; le avevo detto che sembrava una troia, per ridere un po’, lei si era offesa.
«Come si chiamano?».
«Luca, Matteo e Marco», aveva risposto, guardandosi allo specchio.
Arrivammo alle cinque precise. Quello più alto, Matteo, ci diede la mano; gli altri due risero. Uno basso, col codino, disse: «Ma che cazzo fai?».
E anche: «Scusatelo, è un idiota».
Venivano da Roma, o vicino Roma, non ricordo esattamente.
Tutto ciò che importa è che anche ora, tutte le volte che penso a loro, penso all’odore dei pini marittimi, la luce del tramonto sui sampietrini, il colore caldo e dilagante dell’estate.
Iniziai a bere dal pomeriggio, chiedevo sempre Gin Lemon senza ghiaccio, per ubriacarmi subito. Ballammo sulla sabbia, poi sui lettini; loro si stringevano attorno a noi due, come per proteggerci, spingevano via gli ubriachi che ci volavano addosso.
Cenammo con una piadina al chiosco, io ne mangiai solo metà perché avevo già da vomitare. Beatrice non si sganciava da Marco, quello col codino. Cercavo sempre di starle dietro, ma era chiaro che le dessi fastidio. Le chiesi di accompagnarmi a pisciare fra le auto parcheggiate.
«Mi tieni la borsa», mi chiese.
«Tienitela da sola».
«Oh, ma cos’è che c’hai?»
«Niente. Non stai mai con me».
Si strofinò via un po’ di maionese dalla guancia.
L’ombretto azzurro scintillava nel buio come una famiglia di lucciole.
«Che palle. Divertiti un po’».
Dopo cena proposero di andare alla Baia Imperiale, in discoteca cominciammo a bere sul serio.
Negroni, Sex on the Beach, shot di vodka, Rum and Fruit, Gin Lemon, e poi ancora Vodka, Gin, Pesquito, Long Island e Negroni.
I ragazzi buttavano giù un bicchiere dietro l’altro: immaginai il loro stomaco dietro le magliette, riempito di un intero oceano.
Beatrice era appoggiata a una delle colonne romane, il vestito di maglia alzato fino a metà culo e Marco che la toccava. Per la rabbia mi feci offrire tequila sale e limone, poi leccai via il sale dal braccio sudato di Matteo e corsi in pista. Saltavo abbracciata ai ragazzi, avevamo le maglie bagnate, puzzavamo di sudore. Le ragazze attorno a noi erano bellissime, i ragazzi in camicia, le lucine bianche sul fondo della piscina sembravano vibrare. Sentivo la musica spingermi in aria da sotto lo sterno – La danza delle streghe, Tell me why, Voglio vederti danzare – mentre Matteo mi baciava.
All’uscita andai quasi a infilarmi in un cespuglio.
Luca, quello biondo, mi afferrò per un braccio.
Arrivammo all’auto, Matteo mi prese per i fianchi, mi sollevò e mi scaricò sul cofano. Provarono a baciarmi entrambi, e per un po’ provai anche io, ma ormai ero così fusa da non riuscire a muovere la lingua. Ero molle, come se la spina dorsale fosse stata sfilata via.
Girai la testa prima verso gli alberi, poi il vialetto di ghiaia: nessuna Beatrice, nessuno che incrociasse i miei occhi. Solo cielo nero e sconfinato, caldo e vuoto. Le loro dita spingevano contro il tessuto, fra le gambe. Spingevano contro l’osso pubico e mi facevano male. Intravidi la carne rosa e morbida di Luca sulla coscia. La massaggiava, me la strofinava contro, avanti e indietro; era rosso in faccia, sudato, quando provavo ad alzare la gamba mi diceva di stare ferma. L’altro si era avvicinato al mio orecchio, sbuffava.
Scoppiai a ridere.
Una risata costante e sussurrata, come una litania: più sentivo i loro corpi addosso, in bocca, in faccia, fra i capelli, più il mio viso si storceva, come riflesso da uno specchio deformante. Ridevo e li spingevo via.
«Cazzo ride?», li sentii dire.
Uno di loro provò a mettermi una mano sulla bocca, credo non riuscissero a concentrarsi. Ma io non potevo fermarmi. Andai avanti a singhiozzare, poi piegai la testa indietro e mi lasciai cadere sul cofano dell’auto. Loro continuavano a strizzare, infilarsi, premere.
Alla fine erano stati anche piuttosto responsabili.
Mi avevano toccata, si erano toccati, mi avevano baciato i denti mentre ridevo, poi avevano finito sui miei vestiti. Nessun pericolo di gravidanze, ci avevano pure riportate a casa.
Alla fine erano stati anche piuttosto bravi, questo mi era stato detto da molti amici, Beatrice compresa.
A volte mi chiedo che fine abbiano fatto. Se prendono il sole sulle terrazze di Roma, se si sono laureati, se si fermano a guardare la luce del tramonto illuminare i sampietrini delle vie centrali.
Altri giorni non ci penso, vivo la mia vita e me ne frego.

© Lilia Beda
L’esame di filosofia fu un successo. Fui in grado di spiegare i gradi dell’organico, la posizione eccentrica dell’uomo in natura e il riso come espressione-limite umana. Parlai di quella scarica di tensione come capacità dell’uomo di prendere distanza da sé, trasformando la tensione in via di fuga.
«È come prendersi una pausa dal mondo», dissi.
La professoressa annuì: «Le è piaciuto l’argomento, vedo».
«Penso di averlo capito bene».
Mi diede la lode.
Sono passati anni, ma ricordo quel giorno con grande soddisfazione. Ora, quando riguardo le foto del liceo, mi riconosco solo parzialmente. Le sopracciglia tatuate, la forma del viso allungata e svuotata sotto gli zigomi. Anche la mia risata è cambiata. Difficilmente rido tanto da perdere il fiato, forse perché ho imparato a far fronte allo stupore col linguaggio verbale.
Ogni tanto, però, capita che qualcosa mi lasci senza parole.
Ieri sera ero con mia sorella, stavamo tornando da Milano.
Avevamo speso un sacco di soldi per trucchi e roba inutile, stavamo correndo per andare in Centrale.
«Devo fare pipì», l’aveva ripetuto per tutto il tragitto, in metro e per strada.
Pensavamo di riuscire ad arrivare in stazione, ma eravamo state costrette a fermarci in un negozio di vestiti che non aveva il bagno. La commessa ci aveva allontanate con un gesto della mano e uno sbuffo. Era tardi, i bar chiusi e i parchi lontanissimi. Mia sorella continuava a stringermi il polso, e a piagnucolare. Poi siamo passate di fianco a un tombino aperto, per poco non ci cadevo dentro.
«Aspetta. La faccio qui, mettiti davanti», mi ha detto Laura.
«Ma che cazzo dici?».
«Dai, muoviti».
Alla fine si è calata i pantaloni e ha pisciato lì, nel tombino.
Io provavo a coprirla, ma era del tutto inutile. Chiunque passasse si girava a guardaci: alcuni le fissavano il culo, altri bofonchiavano parole a bassa voce. Lei lanciava sospiri soddisfatti con gli occhi chiusi.
Il mio corpo non sapeva come rispondere: è arrivata la risata. Ho mostrato i molari, le mani che tremavano, le rughe perioculari, il seno che singhiozzava, mi sono piegata, poi inginocchiata, gli spasmi erano così forti da farmi venire male allo stomaco.
Non saprei dire per quanto tempo ho riso.
Dopo una decina di minuti mi sono ricomposta, ma non era finita, ho continuato a ridacchiare anche in stazione, sul treno e nel letto la sera.
Sono questi i momenti in cui ripenso a Plessner, alla resistenza del nostro corpo, alla forza e alla difesa.

© Lilia Beda
«Sapete dirmi che cos’è davvero una risata?», chiese la professoressa quel primo giorno di lezione.
Secondo Plessner, la risata è un istante di caduta, di regressione. Ciò che ci accade è così forte da non riuscire a rispondere con il linguaggio, con razionalità, per un momento ci si affida al corpo. Potrebbe sembrare debolezza, ma il corpo che ride non interrompe la comunicazione.
Il corpo che ride rifiuta di fuggire. Abdica al linguaggio, alla coerenza razionale, ma non rinuncia a esserci. Il riso non è una risposta garbata, non è aggraziato né raffinato. È un corpo che risponde, che si afferma.
È una dichiarazione di esistenza.
«Ricomponiti», dicevano i miei genitori.
Le schegge si muovono l’una verso l’altra: non è la fine della paura, è consapevolezza.
Quando ci rompiamo qualcosa in noi conosce la via del ritorno. Ridere, piangere, cedere, e poi tornare interi; abbastanza interi da ricominciare.
Editing di Adele Bilotta
Lisa Malagoli, trentanove anni, vivo in Emilia. Laureata in lingue, docente di inglese in un liceo di provincia. Ho frequentato alcuni brevi corsi di scrittura (Scuola Holden, Laboratorio Trenta Cartelle di Cattedrale). Nella vita scrivo, insegno, imparo, vivo con un compagno e un gatto senza orecchie. Alcuni miei racconti sono comparsi su riviste letterarie come Nazione Indiana, inutile, Il Rifugio dell’Ircocervo, Risme, Narrandom, Pastrengo, L’Inquieto, e tante altre.





Persona è in origine la maschera teatrale: il trucco scenico che protegge il viso e permette all’attore di vestire il ruolo di personaggio. Solo in un secondo momento il termine viene investito del compito di rappresentare l’identità del singolo. All’etimo della parola si rivolge la serie fotografica di Lilia Beda. Volti esposti allo sguardo come maschere, volutamente eccessivi, immobili dentro una superficie che, per stordimento, diventa profondità. Le persone immortalate dalla fotografa si negano, impermeabili a ogni forma di contatto: in questo risiede il loro fascino plastico di non-identità. In tempi di intelligenza artificiale non è facile comprendere il motivo di tale scelta che potrebbe apparire inutile, ridondante. È invece la ridondanza la chiave d’accesso alle immagini proposte. Come in una galleria di statue di cera, l’osservatore si trova a percorrere la sequenza – il re bambino; la guerriera malinconica; la bella Dalia Nera – senza riuscire a distinguere l’originale dalla copia. Ma ecco l’inganno: il ritorno dell’uguale è un bias cognitivo, nulla torna davvero; l’acqua in cui ci bagnamo non è mai la stessa, e così il riflesso specchiato nel fiume.
Livia Del Gaudio
Lilia Beda è una fotografa di Donetsk, Russia. Vincitrice del premio Best of Russia del 2013, dell’83° Salone Internazionale di Fotografia del Giappone del 2023 e del Sony Photo Awards del 2017. Ha partecipato alle seguenti mostre: Imagenation Paris del 2018, Warsaw Exhibition del 2019, Loosen Art’20, San Pietroburgo del 2025.