Prendi-te-lo

di Jedrt Maležič

Traduzione dal serbo di Patrizia Raveggi

© Beatrice Fanari

La domanda l’avevo presentata perché credo davvero che solo attraverso l’esperienza personale si possa iniziare a cambiare le opinioni e a sfatare i pregiudizi. Alla Biblioteca Vivente mi dissero che non sarebbe stato niente di così grave, dissero, dopo un lungo colloquio, che sarebbe stato un peccato, per così dire, se nell’invito fossi stata definita solo come operatrice sociale quando invece ero qualcosa di molto più straordinario.

A me, sinceramente, non sembra che sia così, e risposi loro che sono Mina, che lavoro con ubriachi e junkie, che giorno dopo giorno mi sento una che lavora sul campo, non sono una specie di fenomeno esotico, e vorrei essere vista non come una meraviglia carsica tipo calanchi, doline o scannellature, ma come un elemento della quotidianità.

Non porto la barba e non l’ho mai portata, una donna barbuta sarebbe qualcosa di molto strano, dissi loro. Di Conchita ce n’è una sola, e io non sono lei. Ma sono brava in ciò di cui mi occupo, a lavorare con le persone. Con le donne, vittime di violenza. Cosa che ovviamente a loro non interessava, o interessava molto meno della situazione tra le mie gambe.

Accidenti, anche quando tutti gli argomenti sono dalla tua parte, le cose che ti vengono in mente sono infinitamente banali e sfigate, ma in quel momento non sapevo come ribattere. Basta, scrivete operatrice sociale, ed ecco fatto! Non sono un operatore/trice, non mi considero affatto qualcosa di non-questo e non-quello, nel mio caso non c’è nemmeno bisogno dello slash della par condicio.

Ma si fa perché sia chiaro. Cosa deve essere chiaro, cosa? Che io sono una costruzione? Voi tutti siete costruzioni, il genere è una costruzione, e soprattutto sono una costruzione le vostre idee che sia assolutamente necessario mettere in guardia le persone sulla mia qualifica di trans. Sono una donna, non importa in quale categoria.

E aggiunsi: lavoro sempre con le persone, credo nelle persone e nella loro buona volontà, ma se qualcuno – effettivamente attratto dalla descrizione “operatrice sociale” – in seguito incespica sul fatto che ho ancora un pisellino e che nel mio C.F. sono ancora registrata con la cifra degli uomini, vi chiamerò sicuramente per chiedere aiuto. Questo l’avevo pensato – è chiaro –, in modo estremamente sarcastico, ma il tizio mi dette comunque il suo numero privato, nel caso in cui qualche fruitore dei prestiti della Biblioteca diventasse violento, non si sa mai, se ne leggono di tutti i colori di questi tempi. Mi sono quasi offesa. Dopo tutto, sono alta un metro e ottantasette, mi piacerebbe vederlo quel coraggioso pronto ad affrontarmi.

Ad ogni modo, in prestito fui presa da una signora anziana, due teste più bassa di me.

Del fatto che lavorare con le persone costituisce per me una grandissima gioia glielo spiegai cammin facendo verso gli struccoli del mercato all’aperto di Plečnik1, dove lei desiderava ordinare lo stufato di vitello. Invitava anche me, disse, e se qualcuno fosse venuto a pietire, avrebbe offerto anche a lui. Pensai che fosse un gesto carino, per nulla umiliante. Vero però che teneva la borsa così stretta sotto i piedi, controllando in continuazione se fosse ancora lì, che sospettai una certa paranoia.

Tanto per cominciare mi aveva detto: «Sa, non voglio intromettermi, ma quelle persone fuori dal supermercato… non è che una volta o l’altra potrebbero presentarsi? Per loro noi non siamo altro che dei bancomat, nessuno ha il tempo di dare il buongiorno o chiedere come va, o di dire il proprio nome, di augurare Buon Natale, chiedere cosa mangiamo oggi a pranzo – cose del genere».

Le rivelai che “i re della strada” ufficiali hanno delle schede che riportano i loro dati personali. Le rivelai anche che la maggior parte delle persone non la pensa come lei e non ha tempo, non è interessata, mentre lei, aggiunsi, è ovviamente un membro di quella minoranza cui importa davvero il contatto umano e da parte mia trovavo la cosa ammirevole.

© Beatrice Fanari

Lei disse: «Tutti mi vedono solo come una persona benestante, mi fa una rabbia. Perché io non ho nulla. Ricevo la pensione di mio marito di 1.600 euro ma ho spese di mille euro, contando solo il nostro appartamento, che è troppo grande. Sono quelli là che non sanno sparagnare, devo proprio dirglielo, non c’è scusa. Se mi ci metto io di fronte al supermercato, in due ore prendo tanto quanto otterrei in una settimana di lavoro con sessant’anni di anzianità. È redditizio!», dice, facendomi l’occhiolino.

«Non mettono da parte nulla, solo di questo si tratta».

Ribattei gentilmente che lo sapevo, ci avrei potuto fare giurin giurello a occhi chiusi, per esperienza lo sapevo che lei avrebbe sicuramente ottenuto di più perché è vestita bene e non ha l’aria pericolosa, qualunque cosa ciò significhi, ma le persone con pregiudizi, ovvero tutte, purtroppo non considerano tanto affidabili i senzatetto, che perciò hanno bisogno del nostro aiuto.

«Del resto, se lei dà una scorsa a quel loro foglio2», disse pensierosa, con lo sguardo perduto in lontananza sulle nebbie del fiume Ljubljanica, «a cosa gli servono quelle pagine di carta? È come se facessero finta di vendere qualcosa, di questo si tratta. Invece di dire: “Guardate, poveretto me in che stato sono, fatemi la carità peramordidio”. Una volta si diceva: peramordidio e si stava tranquilli. Ma oggi tutti vogliono essere uomini d’affari e commerciare in qualche cosa».

Avevo la sensazione che mi avesse preso in prestito dalla Biblioteca Vivente solo per convincermi dell’assurdità della mia professione. E questa sensazione non mi piace. Così cambiai marcia e misi la terza proprio mentre il cameriere veniva a prendere l’ordinazione. Lei lo aveva liquidato rapidamente: «Stufato di vitello per me e per lei struccoli al lampone con granella di mandorle e cioccolato bianco». 

Io però alzai due dita come si fa a scuola: «Un attimo», interloquii, «per me solo acqua minerale, grazie. Per la linea».

«Oh, ci mancherebbe», intervenne lei, «Badi alla linea nel tempo libero, ma non quando è con me! Come ho detto. Struccoli al lampone con cioccolato bianco», ordinò nuovamente.

«Posso portare anche una minerale, per il signore?» sfuggì al cameriere.

Ora per la prima volta potevo guardare in faccia il fottuto cameriere della fottuta Cosca Struccoli. Lo Elvir OcchioStorto dell’ottava B. Da farti uscire di cotenna per direttissima, ecco. Questo ammasso di poltiglia cerebrale mi aveva molestato per tutto il periodo scolastico. È lo stesso di allora.

© Beatrice Fanari

Mentre fissavo la sua faccia da zotico, Elvir mi strizzò l’occhio. Il che – nel giro di un secondo – mi trasportò indietro di venticinque anni. Ogni volta che mi mangiava la merenda, la mia merenda, dopo mi faceva l’occhiolino, come se al pascolo su quella sua collina bosniaca le pecore ce le avessimo portate insieme. Un macho ritardato, nient’altro che questo.

Devo arrabbiarmi nel modo più discreto possibile, per fargli capire che è un idiota e che lo sappiamo entrambi, quindi mi limito a dire: «I miei pronomi sono femminili». Perché no, oh no, non passerà inosservato il fatto che si sia riferito a me come a un uomo. Sono in servizio, quindi non voglio fare una scenata, ma non permetterò a questo moccoloso di un Elvir di farmi lo sgambetto. Meglio che il piccolo bastardo si dia una mossa e vada a prendere lo stufato e gli struccoli, altrimenti lo calpesto nel modo più binario possibile con un tacco a spillo3. E non in senso figurato, proprio per niente.

«La signora prende un bicchiere di minerale ..», dice l’anziana guardandomi di traverso, «e un mirtillo». Poi si corregge: «Un mirtillo per ciascuna. È tutto, grazie», e quasi lo percuote con il menu, che Elvir rimette con calma sul tavolo.

È una mia impressione o questo sciocco occhiostorto rende la signora che mi ha preso in prestito nervosa quanto me? Questa non può essere una buona cosa. Un bullo delle elementari che fa irruzione sulla scena  in un momento così delicato non può che essere un segnale negativo. Mi ha messo in un angolo morto della mia identità morta e del mio nome morto, quello declamato da una parte all’altra dell’aula dalle insegnanti di classe. Le stesse insegnanti di classe che ignoravano le accuse di bullismo più e più volte denunciate dai miei genitori nel corso dei colloqui, dopo che avevo dovuto dire loro perché non volevo più andare a scuola. Eppure, se la cavava così bene, si erano meravigliati il babbo e la mamma.

Ma quell’individuo non c’è più. Ci sono solo io e sono pura magia e sono la regina di questo stupido mercato, io regno sui degenerati tipo Elvir OcchioStorto e incanterò la nonnetta che vorrebbe smettere di aiutare gli indifesi. Questo sono io adesso. You are magic – own that shit , continuo a ripetermi.

Non la ascolto sul serio quando mi spiega che dovrei accorciarmi i capelli perché sono troppo lunghi e le punte si spezzano. Ma davvero? La gente viene alla Biblioteca Vivente per prendere in prestito una persona e poi si mette a darle lezioni su come deve tagliarsi i capelli? In quale universo questo sarebbe affar loro? Non capisco perché, invece di domande sul mio lavoro, mi aspettano sproloqui su come dovrei vivere e sul mio aspetto.

La mia giornata è entrata in conflitto con il mio ottimismo. E menomale che ho il numero privato del coordinatore della biblioteca. Non è più scontato che tutto fili liscio. L’anziana signora dice: «Di certo la conosci la  barzelletta?» È transitata al tu, il che non mi sfugge. Poi inizia a blaterare qualcosa sul fatto che un clochard che non beve è in rigor mortis e non respira.

La barzelletta non la conosco. Ma mi accorgo che mi ha veramente messo in agitazione quell’idiota di Elvir. Da quando abbiamo ordinato, continuo a voltarmi verso la porta in piena paranoia, come se mi avesse già preso di mira. Non sono convinta che non farei meglio a darmela a gambe dai mirtilli, – che in realtà non mi sono permessi a causa della terapia ormonale, oltre tutto l’idiota ci avrà copiosamente sputato dentro – e da questa tormentosa storia con una vecchia destrorsa, in cui mi sento sempre più una comparsa. Che cosa mi è saltato in mente di offrirmi volontaria come libro umano? Cosa cercavo? Volevo educare gli altri, ed ecco il risultato, ho quello che mi merito. Quasi non ce n’è uno che faccia domande, mentre tutti vorrebbero educare me. Lo prenderò come un training alla tolleranza in situazioni di emergenza.

«Ma mi sei stata a sentire?», dice l’anziana. «Non hai riso. L’hai capito o no? L’unico clochard che non beve è un clochard morto stecchito».

Mi viene in mente che c’è un momento e un luogo in cui è opportuno essere diretti.

«Signora», dico.

«Signora», la misuro con lo sguardo. Ne vale la pena?

«Signora». Mi guarda ancora con aria interrogativa

«Le hanno mai detto che lei è intollerante nei confronti di chi è più vulnerabile di lei?».

Una specie di grazia le pervade il volto, il che mi sorprende, infatti mi aspettavo una rivolta. Poi con lentezza apre bocca e da essa sgorga un profluvio di una – direi quasi maschile – ansia paternalistica di fare da maestro a chi la pensa diversamente.

«Beh, sa, ora lei mi fraintende. Niente di grave, non è raro, capita. Le spiegherò in modo che possa anche lei percepire in cosa consiste l’umorismo. Non è che costoro siano più vulnerabili… è semplicemente che…».

«Ebbene, di che cosa si tratta, signora, me lo dica lei che per tutta la vita si è fatta intrattenere alla mangiatoia in qualità di coniuge mantenuto, di che cosa si tratta? Ebbene, di che cosa si tratta? Me lo dica, sto aspettando».

Di nuovo viene attraversata da un che di morbido e cedevole che mi riempie di stupore. Con quale naturalezza sminuisce l’accusa con un cenno di diniego quando perfino lei sa che è vero. Vorrei sottolineare che un tale garbo è letteralmente l’epitome della mia ambizione femminile. Vorrei davvero, davvero tanto, essere imperturbabile come lei. Non si offende nemmeno quando cerco di provocarla. Io evidentemente ho voglia di piantar grane.

«Sei ancora giovane», a mo’ di conciliazione mi dà dei buffetti su una coscia.

In quel momento inizia a nevicare. In una giornata di sole ventosa e fredda. Proprio non ho fortuna. Dovrò sfangare per raggiungere la Biblioteca, e con i tacchi e un tempo simile è concreto il rischio di fare un brutto scivolone.

Quel cretino di Elvir porta su un braccio gli struccoli e tra le mani il vassoio dello stufato di vitello caldo e i mirtilli. L’acqua minerale no, non ce l’ha, del resto una cima non è mai stato e per di più è abbastanza astuto da riuscire a dimenticare la parte più economica dell’ordine, se non altro. Ma ti sei giocato la mancia, tesoro.

«Grazie», dico, nel modo più mortificante di cui sono capace, «è tutto», cercando di imitare l’eleganza e la nonchalance della paternalista accanto a me.

In effetti, sono scioccata nello scoprire che OcchioStorto Elvir non ha idea di chi io sia quando mi strizza di nuovo l’occhio. Mi ero sbagliata, non era che uno stupido errore. Lentamente, l’ottimismo si insinua di nuovo in me e la minuscola spolverata di neve si aggrega in batuffoli a formare larghe lenzuola umide.

© Beatrice Fanari

La vecchia mi tocca un’altra volta la coscia, con condiscendenza, come per farmi ricordare che lei è lì. «Forse non sono quello che si dice moderna, ma proprio grazie a ciò sono ancora più curiosa. È per questo che l’ho presa in prestito, dopotutto. Suvvia, signorina, mi dica come mai non si è ancora bruciata. Cosa la spinge a sbattersi in giro ad aiutare persone che si sono messe nei guai?».

Quando la guardo con cipiglio, riformula la domanda: «Cosa la tiene a galla?» e mi pizzica leggermente la guancia, come se fossi sua proprietà.

In effetti, potrei tranquillamente mentirle, ma non mi va. Non do a nessuno il permesso di invadere la mia intimità. Vecchia mia, hai avuto quello che volevi.

«Un tempo, quando ancora venivo fatta crescere come un maschio dai miei genitori e dai miei insegnanti, ho potuto rendermi conto di quanto le donne siano oppresse, anche da persone privilegiate come lei. Mi dica, le sarebbe mai venuto in mente di pizzicare una guancia o mettere la mano sulla coscia per esempio … a lui?» 

Accenno a  Elvir, in quel momento sta trasportando un vassoio colmo per un altro cliente, en passant depone sul nostro tavolo l’acqua minerale. La vecchia guarda in alto e scuote la testa, fa spallucce e spalanca gli occhi come un gufo.

«Eh?», dice Elvir, a bocca aperta, con la sua consueta rozzezza bovina.

«Eh?», dice la vecchia.

Ma io mi sto gasando. Finché nevica rimango qui, e oggi sono un libro vivente. «Le do quello per cui lei è venuta», sibilo alla vecchia.

«Ehi tu, Elvir», e punto il dito contro il compagno di scuola occhiostorto, «altri due doppi mirtilli, hop hop muovi le chiappe!». A quanto pare, c’è abituato perché gira sui tacchi e se ne va dietro il bancone.

«E tu», mi giro verso la vecchia, che ora ha la bocca like a grotto, like a jama, like a cave, «ora saprai come ci si sente ad aver vissuto diverse vite, e in ognuna di esse aver incontrato senza sosta persone buone che allegramente ti opprimono sotto il pretesto della loro bontà».

La vecchia deglutisce faticosamente e alla fine si limita a dire: «Ma, signorina, non ho tempo per…».

La metto a tacere con uno schiaffo sul tavolo. «PRENDI-TE-LO»E so che non oserà obiettare, perché questa lingua è l’unica che i bulli capiscono. E, guarda un po’, diavolo, a quanto pare finalmente la parlo anch’io, e in modo assai fluente, il che è una sorpresa per me, ma piacevole.

Jedrt Maležič (1979) è una scrittrice e traduttrice letteraria dall’inglese e dal francese. Ha scritto tre romanzi: Vija vaja ven -2018, Assassine a metà -2021, Križci, krožci -2022 e tre raccolte di narrativa breve: I mentalisti pesanti -2016, Colori di guerra -2016 e Dvoliki -2023. Assassine a metà ha avuto la nomination per il Kresnik Award 2022, I mentalisti pesanti ha avuto la nomination come miglior romanzo d’esordio 2016, Colori di guerra per il Novo mesto Short Award 2017 e Dvoliki per il Critical Sieve Award 2024. Nel 2022 e nel 2023 Maležič è stata candidata al Premio Charles Nodier per la traduzione dal francese dei primi due volumi della Trilogia Vernon Subutex (di Virginie Despentes). La prima parte della trilogia è stata premiata con il Prix Nodier de Slovénie e la seconda parte è stata candidata al Premio Sovret. La terza parte è stata appena pubblicata dalla casa editrice Cankar.  La raccolta Colori di guerra è stata tradotta in macedone (casa editrice Begemot), il romanzo Assassine a metà in tedesco (Mali Verlag) e la raccolta I mentalisti pesanti è stata pubblicata due volte in spagnolo (Literae Slovenicae 2021  e Baile del sol 2023). Alcuni racconti sono inclusi nelle antologie: Na balkon visoke hiše, Brez milosti , 16 short stories from  Slovenia, Already Morning of the Last Day, Ereignis in Der Stadt e Wizige Anomalien.La sua ultima raccolta, Dvoliki, è stata nominata per il Premio Maruša Krese (l’unico premio della Slovenia per il racconto breve).

Patrizia Raveggi, nata a Siena, laureata a Pisa – Università degli Studi e Scuola Normale Superiore – studi post-laurea a Roma. Alle prime esperienze di traduzione e all’incontro con i grandi classici della letteratura slovena, Ciril Kosmač e Fran Levstik, segue la pluridecennale attività di diplomatico culturale, mediatore tra culture per il Ministero Affari Esteri italiano. Al rientro in Europa, riprende a far conoscere opere di letteratura slovena in Italia, curandone le edizioni e la riscrittura in italiano e con contributi in numerosi convegni di studio internazionali. Gli autori tradotti, curati e postfati appartengono al moderno e contemporaneo, Goran Vojnović, Vitomil Zupan, Mirt Komel, Dušan Šarotar, Gregor Strniša, Ivan Minatti, Marko Kravos, Ivanka Hergold, Katja Perat, Tadej Golob, Berta Bojetu Boeta, Andreja Peklar, Alojz Rebula etc. Il 17 giugno 2023 le è stato conferito il Diploma Lavrin dall’Associazione slovena dei traduttori letterari “per l’alta qualità delle sue traduzioni e il suo impegno nella promozione della letteratura slovena in Italia”.

Una famosa foto ritrae Simone de Beauvoir di spalle, nuda davanti a uno specchio. Si trova in un bagno. L’obiettivo la spia dalla porta socchiusa: indossa un paio di ciabattine chiare con tacco alto, entrambe le mani sono impegnate nel gesto di sistemarsi i capelli sulla nuca. La fotografia, di Art Shay, è datata 1950. Ai tempi la scrittrice ha poco più di quarant’anni ma il corpo ritratto è genericamente quello di una giovane donna conforme – per posa, composizione, suggestioni e gioco di luci – all’iconografia tradizionale della Venere, da Prassitele a Picasso, passando per Giorgione, Velázquez, le bagnanti di Renoir e Cézanne. Consultare l’immagine mi ha richiesto un certo sforzo. Censurata da Google per via del nudo ​​– come le celebri compagne dipinte – non è reperibile attraverso una semplice ricerca di immagini ma va stanata, sottratta a forza da una censura che negli ultimi anni è arrivata a insidiare la storia dell’arte. Eppure, in questo caso specifico, l’accusa di offesa al decoro non mi pare solo grottesca ma storicamente appropriata.

L’archetipo dal quale dirama l’iconografia della Venere è l’Afrodite Cnidia, scultura del IV secolo avanti Cristo attribuita a Prassitele, primo nudo integrale femminile della storia occidentale – se si escludono le piccole Veneri paleolitiche. Un nudo che non passò inosservato neppure ai suoi tempi, se si prendono per vere le parole di Plinio il Vecchio quando racconta che gli abitanti dell’isola di Coo, a cui Prassitele l’aveva offerta, le preferirono una statua della dea vestita, giudicata più casta. Al di là delle varianti culturali di epoca e contesto geografico, potrebbe essere utile indagare il perché dello scandalo che la Venere continua a suscitare. 

Alla radice della reazione c’è lo svelamento di qualcosa percepito come intimo. Se la nudità maschile si accompagna al concetto di valore, di prestanza fisica e morale, quella femminile ha qualcosa di intrinsecamente voyeuristico: non a caso il mito di Diana e Atteone, dove il cacciatore viene punito con la morte per aver guardato il corpo nudo della dea. Il corpo femminile è un corpo che spaventa anche – e forse ancora di più – quando non fissa l’obiettivo: è capace di trasportarci in un mondo fatto solo di carne. Cosa che sa bene Beatrice Fanari, la cui fotografia ruota attorno al tema del nudo femminile attraverso continue citazioni della tradizione classica che, invece che estetizzare e allontanare la paura, la amplificano. Ciò che resta fuori scena, nelle fotografie di Fanari, è il volto, ovvero la possibilità che il nostro sguardo sia corrisposto dal soggetto. Questa assenza, invece che sollevarci, ci lascia inquieti. Proprio come Atteone, la contemplazione può essere in qualunque momento interrotta nella maniera più brutale: ci si può trovare soli, esposti, a nostra volta visti nell’atto di guardare. E allora, veloci, prima che la porta si chiuda: prendiamo fin dove l’occhio può arrivare. 

Livia Del Gaudio

Beatrice Fanari, classe 1993. Isolana alla terza. Vago nel mare, a volte senza rotta. Ho imparato a nuotare per non morire, per arrivare a terra quando serve. Ma è nel sale che resto, è lì che il corpo si accende. L’arte mi ha sempre tirata fuori, anche quando cercavo di sottrarmi. Ho provato a metterle distanza studiando lingue, parole straniere, letterature altrui: prima un turistico, poi una laurea, di quelle che dovrebbero mettere ordine – dicono. Non so se mi renda più libera l’arte, il mare o il passare da una lingua all’altra senza appartenere mai del tutto. A un certo punto — da grande, si fa per dire — cambio disciplina. Mi butto nella fotografia. Poi finisco, e subito penso che forse dovrei tornare indietro, riprendere le lingue, scavare meglio. Sono ondivaga. Mi muovo come l’acqua, consumo le sponde, non trattengo forma. Nel frattempo mi accorgo che non faccio né una cosa né l’altra. Lavoro con il corpo. Lo presto. Lo tengo fermo. Sono modella vivente in un liceo artistico. E oggi — dolori a parte, è il lavoro più giusto che potessi fare: per me, per loro, per quello che chiamiamo arte quando non sappiamo come altro dirlo.

  1. Progettato dall’architetto Jože Plečnik tra il 1931 e il 1939 il mercato centrale di Lubiana si situa sulla riva destra del fiume Ljubljanica tra Tromostovje (I Tre Ponti) e (Zmajski most) il Ponte del Drago. Il mercato e la piazza nella quale viene tenuto (Vodnikov trg), sono protetti come monumenti culturali di importanza nazionale. ↩︎
  2.  https://www.kraljiulice.org/kaj-delamo/casopis/o-casopisu/Kralj ulice “I Re della strada” è la prima e unica rivista slovena sul tema dei senzatetto e sulle questioni ad esso correlate. È una pubblicazione di strada, che si differenzia da quelle disponibili in edicola soprattutto per il modo in cui viene proposta, ma anche per il suo contenuto. Viene pubblicata mensilmente. ↩︎
  3. Forse allude alla cantante croata Severina e al suo disco I miei tacchi a spillo [Moja štikla/Moj sokole; https://www.rtvslo.si/kultura/glasba/severina-s-stiklo-in-sokolom/146184%5D ↩︎

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