di Adele Bilotta

© Augusto Mario Russi
Un luogo altro fatto di gente altra
di Adele Bilotta
Eterotopia deriva dal greco: héteros e topos, un luogo altro.
Uno spazio che accoglie ciò che altrove viene escluso, prende ciò che mette in crisi le norme; è un luogo reale dettato da rituali di accesso, uno spazio non neutro ma costruito socialmente di costruzioni visibili, che lo rendono per Lefebvre un punto di tensione, uno svelamento. L’eterotopia è uno spazio di sospensione che contiene costellazioni temporali: un luogo altro fatto di gente altra, che stratifica il tempo e lo spazio.
Quando parla di eterotopie a Berlino intende i locali per soli uomini. O i posti dove si balla la techno, lo scrive Guevara per il suo personaggio – B – che quando finisce a letto con qualcuno ha la pessima abitudine di parlare di letteratura.
Il corpo che danza di una danza continua, senza regole e disciplina, segue una linea di fuga: le norme sociali si attenuano, le identità si fanno immobili, non c’è più narrazione di un Io performativo ma solo loop di energia spesa senza reale scopo, un dispendio improduttivo che trasforma l’eterotopia non solo in elemento spaziale ma anche energetico, vivo.
Non si appartiene allo spazio ma lo si abita, e le vibrazioni del rave uniscono ciò che è soggettività a ciò che è collettività. Non ci sono delimitazioni, solo una linea di fuga sulla quale le persone ballano.
La narrazione si ferma perché nessuno le chiede di esistere: Ulisse torna a Itaca dopo la sua odissea, raggiunge Penelope e la dea Atena trattiene l’aurora, la notte deve continuare e il reale scorrere del tempo non può esistere. Gatsby intrappola con luci, musica, eccesso il desiderio e la nostalgia, sospende le regole sociali per una comunità effimera per la quale il tempo assume carattere irreale. Nel lungo ballo del Gattopardo l’aristocrazia si abbraccia in un proprio cerchio, rende immobile il reale mentre fuori la storia scorre: il tempo si prolunga mentre tutto sta per finire.
“Con tutto quello che succede nel mondo noi siamo qui” dice lei.
“Sì.”
“Ti rendi conto” gli urla all’orecchio “che con tutta la merda e la miseria che c’è nel mondo noi siamo qui e stiamo vivendo questo momento? Capisci perché la magia esiste?”
Guevara racconta dell’eterotopia del rave, e appartenere a quello spazio irreale è come guardare un film. Come leggere un libro e commuoversi fino alle lacrime. Come fare l’amore, come nuotare, o pregare.
Ci si tuffa, si trattiene il fiato, poi si ritorna su e si galleggia.
Nella soggettività e nella complicità.