di Ramon Guevara

© Augusto Mario Russi
B ha la pessima abitudine di parlare di letteratura con i ragazzi con cui fa sesso. Non si intende fare l’amore, la tenerezza, o la complicità che si crea tra due persone che si frequentano e che decidono di esplorarsi l’un l’altro. Parliamo di sesso occasionale e nello specifico di sesso gay, che può assumere una fisionomia precisa a seconda di quanto uno sia disposto a usare o a farsi usare da un altro individuo. Si intende, ad esempio, farsi scopare da due uomini sposati che hanno il doppio dei tuoi anni, passare dall’uno all’altro come un pupazzo in mano a due bambini capricciosi mentre loro sniffano dalle boccette di popper e poi, dopo l’orgasmo, ancora ansimanti, immersi nell’odore di lubrificante e sperma, chiedere: “Avete mai letto il racconto di Dürrenmatt sull’uomo che ha ucciso sua moglie e ne ha fatto una salsiccia?”.
Non sa perché lo fa. Forse va in paranoia, teme di aver condiviso una parte di sé troppo intima con qualcuno di incompatibile e tenta di recuperare costruendo terreno comune sull’unica cosa che gli importa vagamente al di là del sesso. E alle volte si creano situazioni interessanti. Ad esempio, ha scoperto che un tipo con cui si vedeva aveva parenti sepolti nello stesso cimitero in cui c’è la tomba di Cortázar. Altre volte i ragazzi si annoiano e sgusciano via. Altre ancora si crea un aggancio vero, come con Markus, che ha conosciuto in una sauna gay di Berlino.
In realtà è lui a cominciare a parlare di letteratura e non hanno ancora scopato. Per la precisione parlano di teatro, perché lui lavora per una compagnia tedesca, e poi di filosofia, ma per B non fa molta differenza. Sono immersi nella jacuzzi insieme a un mucchio di uomini over 35, loro di anni ne hanno poco più di una ventina, e le loro gambe si stanno sfiorando da dieci minuti buoni. A un certo punto Markus nomina le “eterotopie”. Berlino è un posto pieno di eterotopie, dice. B gli chiede cosa siano.
“Sono degli spazi altri dalla società” fa lui. “O meglio, delle oasi dentro la società che sospendono alcune delle nostre ritualità, delle nostre regole o aspettative. Ma al contrario delle utopie sono luoghi reali, connessi e al contempo isolati dal resto della società”.
Quando parla di eterotopie a Berlino intende i locali per soli uomini. O i posti dove si balla la techno. Oppure la sauna gay dove si trovano ora, con questi maschi nudi che si osservano l’un l’altro, entrano ed escono dai vapori, sguardo attento, in costante esegesi, pronti a decifrare ogni tocco furtivo, ogni occhiata che si trattiene un secondo più del dovuto. Qui ogni gesto gronda di puro desiderio e del suo contrario. B pensa che il microcosmo di una sauna gay si divide in due: chi ti scoperesti e chi no.
“Suona come una cosa da french theory” gli dice B.
“È un concetto di Foucault” risponde lui.
“Eccolo.”


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Markus non è troppo il suo tipo, ma è molto interessante e ha un che di attraente. Nel modo di fare, pensa. Quindi alla fine entrano in una cabina e scopano ed è piacevole e quando hanno finito Markus attacca a blaterare su Schopenhauer e B pensa solo che aveva un modo molto strano di godere, però lui ha fascino e questa storia delle eterotopie se la porterà appresso per un po’, sì, come un amuleto, ci penserà.
Vanno negli spogliatoi, prendono i cellulari e si scambiano il contatto Instagram. B gli dice che gli ha fatto piacere vederlo. Markus annuisce e torna in sauna. Quella sera non si rivedono più.
Quando torna a casa cerca eterotopia su Google e comincia ad addentrarsi nella questione. Ci riflette. Per qualche motivo è un argomento appiccicoso, più cerca di toglierselo di dosso più gli si attacca alle dita, alle mani, alla faccia. Vive a Berlino da un anno ormai e da quando è arrivato non ha smesso di cercare chiavi di lettura attraverso cui guardare a quell’ammasso patafisico che è la capitale tedesca.
Ne parla con Francesca, un’amica con cui fa spesso serata. Lei è dell’idea che questo concetto si addica particolarmente a tanti luoghi della vita queer. Francesca è bisessuale, ha 35 anni e gli ha sempre detto che la vita di una persona queer rischia di essere incompleta se non fa esperienza di certi spazi. Berlino ne è piena, al punto che rischi di rimanerne incantato e dimenticarti che alla fine sta in Germania.
“È molto tedesco segnare il perimetro in cui è consentito fare uso di sostanze, esprimere sessualità non conformi, perdere il controllo, eccetera. Capisci che intendo?”
Annuisce.
“Uno dei momenti più assurdi della vita berlinese,” dice Francesca, “uno di quelli che nei libri non si racconta abbastanza, che non trova spazio nei racconti delle serate, è il momento in cui esci dal club.”
B le chiede di spiegargli cosa intende, la sta ascoltando con attenzione.
“Voglio dire, il momento in cui esco da un club è molto…vulnerabile. È il momento in cui devo lasciarmi alle spalle tutto ciò che ho vissuto per una notte intera, a volte di più. Devo abbandonare l’euforia e la dimensione interna al locale, piena di meraviglie, per affrontare il mondo che sta fuori. E alle volte quel mondo non mi piace. Alle volte il mondo che sta fuori può fare paura.”
B annuisce piano.
“E poi ci sono tutte delle questioni abbastanza pratiche riguardo al modo in cui una persona gestisce lo scontro col mondo esterno. Tipo, se uno ha assunto troppe sostanze o certe sostanze, non è detto che l’impatto con l’esterno riesca a reggerlo bene. Capisci che intendo?”
B capisce, perché nel loro gruppo di amici molti hanno l’abitudine di fare after, una ritualità della vita notturna che consiste nel lasciare il locale una volta finita la serata per andare a casa di qualcuno, arenarsi sul divano e consumare droghe fino a giorno inoltrato, un modo come un altro di rimandare il mondo reale per una manciata di ore, finché la testa è troppo pesante, le gambe rispondono in ritardo e il corpo non ti ricorda che quel mondo che volevi scacciare non si lascia rimandare tanto facilmente perché in fondo ti ha contaminato, in fondo quel mondo sei anche tu.
B le dice che nell’Odissea, quando Ulisse torna a casa e può finalmente fare l’amore con Penelope, gli dèi allungano la notte.
“Beati loro,” dice Francesca.

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Uno dei tratti più affascinanti di queste eterotopie è che, secondo Foucault, sono una sorta di frammenti del tempo, cioè in qualche modo permettono di rompere il tempo in cui viviamo. Oggi, per intenderci, sarebbe il tempo produttivo, delle deadline, dei buoni propositi che scattano con l’anno nuovo, il tempo dell’utile e da mettere a frutto consapevolmente. Ma il tempo del rave e il tempo queer sono improduttivi per eccellenza. Il tempo del gioco per adulti, dove puoi permetterti di perdere il senso e produrre l’orgasmo come se la vita non fosse altro che questo. McKenzie Wark parlava del rave come una tasca del tempo e B ci crede, ha addirittura la sua personale teoria su come questo abbia a che fare col fatto che la musica techno, specialmente se ben mixata, risponda a una temporalità che non è lineare, che può essere progressiva ma rimane fondamentalmente ciclica. La struttura non è quella di una canzone, con introduzione, ritornello e strofa ben delineati, perché le parti che compongono una traccia si penetrano l’un l’altra e si contaminano fino a rendersi irriconoscibili, e ogni indicatore temporale si mimetizza.
Quindi ci sarebbe uno scivolamento dell’eterotopia nella dimensione temporale, e questo, dice Foucault, renderebbe manifesto come i cimiteri siano luoghi fortemente eterotopici, perché il cimitero è un luogo che ha inizio con (che corrisponde a) la perdita della vita. A B viene in mente una frase che ha letto in un testo di Nick Land: giocare nelle tombe. Per loro si traduce in ballare nelle tombe. Tanti club a Berlino sono ex fabbriche della DDR e con la caduta del Muro è morta la storia, diceva Fukuyama, o forse solo lo storicismo, pensa B, insomma in quelle fabbriche in disuso è sepolta la Storia e loro ci ballano dentro. Giocare nelle tombe, ballare nei cimiteri.
Una cosa assurda di queste eterotopie è che insieme al tempo distorcono l’intimità tra le persone. Tipo, Markus non lo sente mai, se gli scrive risponde di rado, ma se lo incontra in sauna, o alle feste, non riescono a staccarsi prima di aver fatto sesso un paio di volte. Si vedono e da quel momento la vicinanza è destinata a restringersi per un paio d’ore, ma appena escono dal club la calamita si guasta e perde la sua forza attrattiva. Markus gli ha raccontato che spesso è a Colonia dai suoi genitori, che ha un progetto lì con una compagnia teatrale e si appoggia da loro.
Una sera, dopo che hanno fatto sesso, B gli dice: “Potremmo vederci per un caffè un giorno”.
Lui si paralizza.
“Se ti va, quando sei a Berlino” aggiunge, esitante.
Annuisce, ma non risponde.
Un altro principio che definisce le eterotopie è che queste avrebbero un funzionamento di apertura e chiusura che le rende al contempo isolate e penetrabili. Questa cosa è molto evidente se si pensa alla selezione che fanno i bouncer alla porta di alcuni locali.
In alcuni luoghi la selezione operata all’ingresso è così leggendaria che i buttafuori sono icone riconosciute della vita berlinese e i tentativi di entrarvi costituiscono un vero e proprio trend su TikTok.
Come ti vesti, come ti poni alla porta, conoscere la line-up della serata, sono tutti rituali che Foucault direbbe servono a purificarci prima di accedere a questi spazi. Oggi B si è vestito con dei pantaloni di pelle e delle sneakers. Francesca ha un vestito con le borchie e degli anfibi. Sono in coda per un locale da venti minuti e le sta parlando del fatto che Markus si è pietrificato quando gli ha chiesto di vedersi al di fuori dalle serate.
“Mi dispiace, capisco” fa lei. “Purtroppo queste realtà non comunicano sempre bene con quello che sta fuori. Alle volte è un bene però, tu pensi che lo troveresti così interessante se l’avessi incontrato da un’altra parte? Al lavoro ad esempio?”
B ci pensa. Poi mentre sta per dire qualcosa vede che si stanno avvicinando alla porta del locale, la gente si è zittita, perché si fa così, quando ti avvicini alla porta non parli, fare chiasso, attirare l’attenzione su di sé, è un ottimo modo per non farsi ammettere.
Arrivano lì davanti e dopo qualche minuto di attesa il buttafuori fa loro cenno di entrare. Pagano il biglietto, lasciano i giubbotti al guardaroba e salgono le scale. È come arrampicarsi su una montagna. Arrivano al piano di sopra, dove c’è musica house anni novanta che blasta e riempie tutta la stanza e lui e Francesca si gettano in pista e si sorridono, le luci colorate perlustrano il dancefloor, torsi nudi, molta pelle esposta, il sudore che luccica sulle schiene tatuate dei raver, attorno a loro qualcuno agita un ventaglio rosa mentre iniziano a ballare come se qualcosa si muovesse dentro di loro e cercasse di uscire, e B sa per certo che, mentre ondeggiano in sincronia, hanno entrambi lo stesso pensiero: siamo nel posto più bello del mondo.
Non sa quanto tempo passa, perché il tempo lì non ha importanza e corre a lato di una pausa in bagno, di un drink al bancone o di un ballo in pista, possibilmente davanti a sinistra, che è il punto dove stanno di solito. A un certo punto alzano le tapparelle e allora una luce pura e nitida come una lama entra nella stanza e B si rende conto che si è fatta mattina, che stanno ballando da una notte intera. L’incantesimo diventa visibile, brucia gli occhi da quanto è bello.
Si gira verso Francesca.
“Con tutto quello che succede nel mondo noi siamo qui” dice lei.
“Sì.”
“Ti rendi conto” gli urla all’orecchio “che con tutta la merda e la miseria che c’è nel mondo noi siamo qui e stiamo vivendo questo momento? Capisci perché la magia esiste?”.
Un bel rave è come guardare un film. Come leggere un libro e commuoversi fino alle lacrime. Come fare l’amore, come nuotare, o pregare. Al rave la musica è intorno o dentro di lui, anzi dentro e fuori di lui, dentro e fuori. Al rave si può perdere la cognizione del tempo e assecondare un unico principio: salire molto in alto e galleggiare.


© Augusto Mario Russi
Quando esce dal locale, la bocca secca, gli occhi offuscati dal sonno, chiama un Uber e il mattino lo frastorna, è sfinito, ma lo capisce solo fuori dal locale. Una volta a casa si butta in doccia e poi a letto, prova quella stanchezza tenera che ti prende soltanto dopo una bella festa. Ha bisogno di dormire, scivolare in un vuoto sordo che può sopraggiungere solo dopo aver provato tutto a un’intensità eccessiva per una nottata. Svegliarsi. Scrivere e leggere. E rifare tutto il weekend successivo, di nuovo e di nuovo ancora. A volte devi gettarti a capofitto nella notte per uscirne purificato.
Il venerdì successivo scrive a Markus. Gli risponde dopo due giorni. Passa una settimana. Di nuovo il weekend. Gli riscrive: Sei sempre a Berlino? Che fai questo sabato? O forse intende il prossimo, questo sta già finendo.
B e Francesca pianificano di andare in un club alle undici di sabato sera, a meno che non finiscano alla festa a casa di Tom, a meno che non perdano tempo fino all’after party di Leo. Lui questa gente a malapena la conosce, ma la loro compagnia non gli dispiace. Poi la situazione precipita, molte facce nuove, entra in soggiorno una ragazza ubriaca, qualcuno alza troppo la musica, i vicini bussano alla porta, arriva il ragazzo di Francesca con delle birre. La gente qui sa di mefedrone e ghb, un odore molto preciso, dolciastro e un po’ acido. Gli offrono qualcosa ma lui rifiuta, non mi piace nemmeno bere, dice. “Perché non andiamo a ballare?”, dice qualcuno. Intanto si è fatta domenica mattina. “Ci siamo andati ieri sera”, risponde un ragazzo coi capelli rasati. “No, scemo, siamo venuti qui. Insomma qualcuno vuole andare al Berghain?”
“Chi c’è?”
“Boh”.
“Intendo, chi suona?”
“Ben Klock”.
Allora il soggiorno si scalda, voci di assenso che si rincorrono, una ragazza col volto pallido si accende una sigaretta e annuisce: “Tutti vogliono sentire Ben Klock”.
“Chi altri?”
“Developer”.
“Wow. Cazzo. Ma andiamo allora”.
Iniziano i preparativi. Altra musica techno in sottofondo. Mettono un mix su Soundcloud di un deejay danese. La pelle mi sta bene? Berghain-coded.
Poi non ci vanno. O alcuni di loro vanno, mezz’ora dopo, e gli altri restano a casa. B fuma seduto sul pavimento del soggiorno. Qualcuno riposa sul divano, qualcuno per terra.
Poi Markus gli risponde. Dice che è a Berlino, ma è molto impegnato in questo periodo e nel caso gli scrive lui. B fa leggere i messaggi a Francesca. Lei gli dice che è meglio lasciar perdere.
Da allora ogni tanto si vedono alle feste, per caso, ma non si sono più sfiorati.
Editing di Antonio Russo De Vivo
Ramon Guevara è nato nel 2000. Si è laureato in Filologia Moderna e ha studiato alla Scuola Galileiana di Studi Superiori di Padova. Nel 2023 è stato finalista al Premio Zeno con il romanzo inedito “Fino all’osso”. Appassionato di cinema e musica elettronica, attualmente vive a Berlino.






Ci sono forme d’arte che celebrano la vita. Il più delle volte questo avviene per contrasto: colori accesi, sorrisi spalancati, tagli fotografici di grande impatto nascondono dolori che rivelano momenti apicali dell’esistenza, passaggi che hanno l’immediatezza dell’attimo.
La ricerca portata avanti da Augusto Mario Russi ha a che fare con questo. A partire dall’ambiente underground, dall’euforia della festa, il fotografo intesse una narrazione che intercetta il lavoro di Nan Goldin senza farsene epigono. La grana delle immagini, l’utilizzo del flash porta gli scatti in una dimensione anti malinconica, un’epifania del mezzogiorno che non contempla ombre. I soggetti di Russi sono ritratti in quanto superficie, rifuggono l’idea del punctum barthesiano: se tra il fotografo e la realtà esiste uno spazio intermedio, di lavoro, quello dentro cui si muove Russi è quello della non rappresentazione: un’immagine che affiora e riaffiora sulla pellicola, che basta a se stessa.
Livia Del Gaudio
Augusto Mario Russi classe ’94, documento l’identità underground attraverso un ritrattismo ‘in-your-face’ che mette al centro l’umanità più radiosa della scena free party. La mia ricerca è un viaggio costante tra i volti e la libertà di essere se stessi, lontano dalle etichette di marginalità e degrado. Mi piace ‘rubare’ la profondità di un momento felice e sbatterlo in primo piano con un flash diretto e senza filtri, esaltando la grana dell’istante. Scatto per mostrare l’energia pulita di una comunità che viene troppo spesso descritta solo attraverso le sue ombre: i miei soggetti non sono mai ‘sporchi’ o ‘cattivi’, ma persone che celebrano la vita. Ogni mio scatto è un atto di resistenza visiva, un tributo alla spensieratezza e a quei sorrisi che sono la vera anima del movimento.