Testo di Francesca Gentile | opere di 108, Guido Bisagni

© Dario Colacicco, TAM Matera, La forma scavata, mostra di 108, Guido Bisagni
Il telaio della bicicletta è coperto di neve: bianco, ghiacciato.
Un amico mi ha detto che a lui non piace leggere libri: perde concentrazione tra le parole. Ama invece i fumetti, «lì» mi ha spiegato «l’immagine e il racconto sono immediati».
La bici è appoggiata a un muro scrostato che ha assorbito gli scarabocchi di vernici spray: azzurro e qualche punta di nero e rosso sbiadito.
A me i fumetti non sono mai piaciuti: l’immaginazione del lettore si dissipa, ciò che ne rimane è l’impronta sintropica di chi ha realizzato la scena. Amo invece le parole: ognuna di loro rappresenta un atto creativo, entropico e sbilenco: irripetibile – eppure riproducibile – che plasma ed evoca ricordi, sensazioni nitide, tangibili.
Le ruote sono parcheggiate su folti e grossi fili d’erba e terriccio umido: allusioni a sfumature colorate, clorofilliane e fangose. Un catenaccio rosso è appeso al manubrio. Nel porta pacchi, matrioske: una cassetta – di un colore che non saprei dire – contiene buste, e rivestono oggetti che non saprei identificare.

© Francesca Gentile. All’interno della mostra La forma scavata al TAM di Matera, la foto della bici, nostalgico e colorato ricordo di 108, Guido Bisagni, usata per gli spostamenti della sua creazione on street.
La scrittura modella caotiche identità, e se anche l’arte veicolasse un dialogo tra l’io narrante e l’io visivo?
C’è il nero, le rigide, definite e perfette forme geometriche della sua bicicletta. Volevo vederla da vicino: non mi è bastata la sua fotografia in una cornice bianca al TAM di Matera1, che ospita la mostra La forma scavata2 di 108, all’anagrafe Guido Bisagni.
Ho cercato 108 dapprima in rete: cosa dicono di lui, le interviste rilasciate e chi sono i suoi maestri. Stak3, il primo amore, gli ha insegnato che si poteva andare oltre le classiche lettere: figure astratte, loghi neri, linee spruzzate su muri e vagoni. Novità che rompevano gli schemi, il passato.
E poi Long4, Giuliano Mauri5: mi metto alla ricerca, apro altre matrioske – altre babushke – poi mi fermo.
Potrei perdermi, dissiparmi.
Guido – 108 – l’ho trovato nella sua terra, l’artista mi accoglie e non mi concede il tempo di porre domande: mi consegna un’altra bici, monta in sella alla sua e comincia a pedalare. Gli sto dietro come posso, arranco, per niente abituata.
«La bicicletta è uno degli oggetti cardine della mia vita» dice, e io non so dove stiamo andando.
«È una macchina che non richiede carburante, ti permette di viaggiare senza distaccarsi dal territorio e di contemplare gli spazi che attraversiamo. È un vero e proprio oggetto magico», parla e ha un cappello grigio che non gli copre le orecchie.
«Quando ci salgo sopra tutto cambia. Ho usato per anni questo mezzo, anche per andare a dipingere. Quella foto al TAM fa parte di una serie di riprese che avevo fatto andando a dipingere da solo durante le tempeste di neve, quando ancora nevicava in pianura, momenti magici che trascendevano la realtà quotidiana».
Ammutolisce, fissa la strada davanti a sé.
«Uno dei miei sogni è spostarmi a vivere in montagna», prosegue e imbocca una stradina sterrata. «Per lo meno, o in campagna o in un paese in cui le città siano più umane, per semplificare questa fuga dallo spazio cementificato».
Ci fermiamo per una commissione: ritira oggetti che servono per il suo lavoro. Poco dopo siamo sulla via del ritorno.


© ph. sinstra: Dario Colacicco, TAM Matera. ph. destra: Francesca Gentile. Una delle 84 opere, che non hanno titolo, della mostra La forma scavata. Tra forme geometriche irregolari, cave e piene di nero si intravede nel riflesso la parete adiacente, tappezzata delle altre opere, anch’esse dalle forme cave, piene e nere.
Mi fa entrare nel suo studio: non toglie il cappello, sistema gli occhiali e comincia a tirare le tele.
«Poi passo ai fondi» dice, senza che io abbia chiesto niente, quasi preda di un flusso di coscienza. Mi metto comoda sul pavimento, accendo il registratore: gambe incrociate e tra le mani un taccuino. Non lo guardo, scrivo.
«Non ho orari e abitudine prefissate. Sono una persona ansiosa e vivo sempre ai limiti della confusione, molte volte mi trovo vicino al punto di crollare. È per questo che negli anni ho provato vari tipi di tecniche di rilassamento e – non lo nascondo – anche i medicinali. Purtroppo non sono così bravo a disciplinare me stesso. Nei periodi più ordinati mi sveglio, faccio trenta minuti di esercizi e meditazione, e se posso esco a fare un giro in bici. La cosa più faticosa e fastidiosa è occuparmi della corrispondenza e della burocrazia, lo faccio dopo pranzo e mi porta via ore. Nonostante questo, alla fine perdo sempre dei messaggi o dimentico cose, non ce la farò mai e questa è un’altra causa di ansia. Nei periodi che precedono le mostre, o quando entro nel mio stato di trance, posso restare in studio fino a notte fonda. In certi giorni invece prendo il treno e vado a Milano o a Torino, a prendere il materiale che qui ormai certe volte non trovo. O vado a vedere mostre, incontrare persone.
Ogni giorno è diverso e riesco sempre a complicarmi la vita».

© Francesca Gentile. Un’altra opera dell’artista: una collina – o una balena? – che mette radici in un terreno bianco, e fa germogliare lontano la vita.
Scrivo sul foglio a righe del mio taccuino: Lorenzo, il nome del mio amico dei fumetti. Sono tentata di chiedere a Guido, a 108 – non so proprio come chiamarlo, non lo chiamo – se a lui i fumetti piacciono, ma mi astengo. Finisco per chiedergli le ragioni di quel nome, quel numero, quesito banale e non gliene faccio mistero.
«Sì, quella di 108 è una domanda classica, ma del resto è stato il punto di partenza di questo progetto iniziato alla fine degli anni ‘90», dice continuando ad armeggiare con tele, chiodi e martelli.
«Ho sempre cercato di copiare i fumetti – quindi gli piacciono, scrivo – e le illustrazioni che amavo, i graffiti, quello che poteva interessare a un adolescente in quegli anni. Poi a fine ‘97 mi sono trasferito a Milano: ero riuscito ad entrare al Politecnico, all’epoca c’era il numero chiuso e ce l’ho fatta per un pelo. Lì ho scoperto un mondo nuovo: le avanguardie storiche, i testi di Kandinskij e Malevich. Inoltre ero appassionato di musica punk e iniziavo a interessarmi di musica sperimentale, underground. Tramite il punk, sembra strano, ho scoperto l’induismo che poi, insieme ad altre filosofie, ho approfondito nel corso dei decenni. Poi però mi sono reso conto che facendo graffiti stavo copiando le lettere, fatte da gente culturalmente molto distante da me, e soprattutto prendevo sempre più coscienza che nel writing si mette sempre al centro il proprio nome e quindi il proprio ego: questo iniziava a disturbarmi. Avevo preso l’abitudine di assegnare un ordine numerico ad alcune tracce sonore industriali che registravo. Così avevo deciso, come fosse un rituale di passaggio, di abbandonare il nome che usavo sui muri e mi venne l’idea di sostituirlo proprio con un numero, in modo da sacrificare la mia personalità. In realtà era una cosa più simbolica, non avevo nemmeno vent’anni, ma pensavo che non lo avesse mai fatto nessuno», si ferma e si corregge «cioè, c’era un artista di strada più anziano di me che a Berlino scriveva 6. Ad ogni modo, restava da trovare un numero per me. In quel periodo leggevo la Baghavad Gita e indossavo al collo un mala: il rosario induista-buddista formato da 108 palline. Da lì ho preso il numero che ancora oggi uso come nome d’arte».
Gli mostro dal telefono due foto scattate a Matera, a La forma scavata6.

© Francesca Gentile. L’opera Un altro autunno sfiorisce è installata nel giardino del museo, ai piedi della torre. Il pavimento è interamente ricoperto da erbe selvagge e naturali. Accanto, un grande secolare ulivo. Ciuffi di rame e foglie compaiono ai lati a rompere lo sfondo beige del tufo materese.
La prima ritrae una scultura in acciaio corten – tonalità marroni e accenti di ruggine – posta nel giardino proprio sotto la torre. È una sagoma irregolare, nera, bucata da una forma triangolare in basso a destra: a me sembra il profilo abbozzato di un uomo. Un altro autunno sfiorisce è invece il titolo, l’unico, che 108 ha attribuito all’opera.
La seconda è un piccolo e irregolare rettangolo bianco, all’interno compaiono cerchi vuoti.


© Francesca Gentile. Una forma cava che si amalgama, quasi si confonde, con lo sfondo del tufo della struttura che la ospita: hanno le stesse tonalità, anche le ombre.
Si tratta di foto, riproduzioni che ho voluto conservare: mi hanno incuriosito, hanno acceso tempesta dentro me, voglia di capire l’intento creativo, il significato e il significante. Confrontare il caos intuito da me con quello da lui generato: il nero, le ombre, la pienezza e la vacuità delle forme mai lineari delle ottantaquattro opere della mostra e del suo spazio urbano. Matera, come le opere, ha cave scavate, private e riempite di spazi angusti ed estesi che attraggono, fagocitano. Tanti piccoli e immensi buchi neri.
Glielo dico – me lo scrivo – buchi neri: stelle sfavillanti collassate.
Sorride, annoto anche questo.
«Il significato del nero nei miei lavori è in parte cambiato, nel corso degli anni. Il nero rispettava, secondo me, maggiormente gli spazi abbandonati su cui andavo a lavorare. Nei primi anni usavo il giallo principalmente, il nero era solo il contorno, per la sua visibilità. Ma non riusciva proprio a convincermi. Nei primi anni 2000 ho fatto delle prove con il bianco, non funzionava: non aveva forza. Il nero invece era perfetto per le forme organiche e semplici che stavo dipingendo, inoltre simboleggiava bene la mia attitudine. In quel periodo avanguardistico, tutti cercavano di essere allegri, visibili, di piacere allo sparuto pubblico che seguiva la pittura murale di quegli anni. Io invece volevo solo dipingere per cercare di fare qualcosa che soddisfacesse me stesso. Il nero, simbolicamente, era come erigere un muro tra me e gli altri: dipingevo muri perché amavo il contesto e la libertà che mi davano, ma allo stesso tempo non mi interessava che gli altri capissero facilmente, anzi, il mio intento era di creare mistero, curiosità, oppure ribrezzo. Ero cosciente di arrivare a molti in quel modo, ma anche del fatto che le persone generalmente sono superficiali. E comunque cercavo; speravo di generare l’effetto che in me faceva, per esempio, una pietra eretta in una radura o un’incisione rupestre incomprensibile. In molti hanno visto il nero come un simbolo di tristezza, di disperazione o peggio. In parte può essere anche vero, ma per me è prima di tutto un simbolo di introspezione e di introversione. Il male assoluto di questo periodo storico è proprio il dover essere estroversi e comunicativi nel modo più banale e invadente possibile. E poi non dimentichiamo la tecnica: il nero è la somma di tutti i colori, nella sintesi sottrattiva, infatti assorbe tutta la luce. I colori sono molto preziosi e, come le pietre preziose, l’oro o i gioielli, andrebbero usati con molta cautela. Altrimenti il risultato è la volgarità, altra cosa tipica di questi anni. Uso comunque altre tinte che amo: i colori primari, il blu oltremare, l’ocra, il turchese, penso siano quelli che preferisco. Ma il nero è una cosa a parte».
Lo saluto e lui sembra non fare più caso a me.
Il sole ha preso a scendere sull’orizzonte, non posso tornare a casa in bicicletta e il treno non parte, è in ritardo. La luce del vagone riflette la mia immagine nel finestrino oscurato: un’eco lontana di una versione di me.
Ho letto da qualche parte che nello spazio il suono non si propaga. Domani, scrivo, chiederò al falegname babushke nere.
Editing di Adele Bilotta
Francesca Gentile è nata a Taranto. Dopo la maturità classica si trasferisce a Firenze conseguendo la laurea in Biologia. Attualmente si occupa di controllo qualità microbiologico in un’azienda farmaceutica a Parma. Ha fondato nel 2019 la rivista letteraria illustrata online biró. Suoi racconti sono apparsi su L’Indiscreto, Nazione Indiana, Rivista blam!, Poetarum Silva, Micorrize, L’Eco del Nulla, Salmace, Clean Rivista. Sue recensioni sono apparse su Altri animali. Il cimitero dei calzini, edito Astarte edizioni, è il suo romanzo d’esordio.








108 (Guido Bisagni) nasce ad Alessandria nel 1978. Vive e lavora tra Alessandria e Milano. Storico esponente della scena italiana dell’arte urbana, laureato in disegno Industriale presso il Politecnico di Milano, è considerato uno dei primi e maggiori esponenti del post-graffitismo astratto a livello nazionale ed europeo. Si avvicina al mondo dei graffiti all’età di tredici anni, accedendovi dalla cultura punk-rock e dalla pratica dello skateboard piuttosto che dal più comune indirizzo hip-hop. I suoi interventi nelle strade di Alessandria si avvicinano in un primo momento allo stile americano più tradizionale, con qualche sperimentazione sulla via del tridimensionale proposto dalla scena svizzera e tedesca, per poi successivamente conoscere gli stili nordici più avanguardistici. Nel 1999, influenzato dal superamento dell’idea comune di graffiti operata dal mondo transalpino (André; Stak; Honet) abbandona il lettering tradizionale per dedicarsi a formule espressive più distintive e caratterizzanti, come sottolinea anche il passaggio allo pseudonimo 108, nome de-personalizzante derivato da una combinazione di interessi nelle filosofie orientali e nella geometria. Segni, simboli, materializzazioni astratte dalle sembianze organiche compongono il suo nuovo immaginario poetico e spirituale, nel cui concepimento subentrano contaminazioni di fonti differenti, dall’astrattismo delle avanguardie storiche alla causalità dadaista di H. Arp, dalla numerologia alla pittura primitiva. La componente sciamanica delle religioni orientali e la teoria dei colori di Kandinskij sono apporti fondamentali per costruire un discorso attorno a queste forme morbide, eteree e pesanti allo stesso tempo, non tanto nel verso del loro portato estetico, pur molto presente, quanto nella loro intimità universale. Dopo una prima fase caratterizzata dall’uso di pellicole adesive dalle accese tonalità gialle, l’artista di Alessandria trova una dimensione più propria nella completa dedicazione al nero, inteso come via maestra alla profondità introspettiva. L’utilizzo di vernice, rulli e la ricerca di luoghi estranei al contesto urbano, pareti di strutture abbandonate e muri solitari nel paesaggio naturale, individuano questa fase. In anni più recenti si situa un deciso ritorno al colore, sempre indagato nella sua imprescindibile componente simbolica. Fondamentale è, inoltre, il rapporto con la superficie e i luoghi di intervento, quest’ultimi osservati e interrogati come precise entità, quindi rispettati e mai “occupati”. In seguito alla scoperta delle composizioni sonore di L. Russolo, 108 allarga la sua sperimentazione anche al campo musicale sotto lo pseudonimo di Larva 108. Con l’ausilio di vecchi computer e strumenti acustici, trasporta l’inquietudine delle opere murali nella produzione di rumori e composizioni sonore disturbanti.
- Tower Art Museum, Museo d’arte contemporanea – che è TAM ma anche MAT al contrario: le iniziali della città lucana. ↩︎
- In corso d’opera fino al 07/06/2026. Il percorso espositivo di 108 vuole contrapporre il vuoto delle cave della città di Matera, nata dallo scavo del tufo, e il “pieno” urbano dove vivono i suoi abitanti. ↩︎
- Olivier Stak è un post-graffitista francese attivo dal 1987. È stato il fondatore di World Signs, una rivista trimestrale dedicata all’arte del graffiti, È indubbiamente radicato nell’espressione urbana (tag e graffiti); ha lavorato con una varietà di materiali che spaziavano dalle luci al neon agli adesivi. Il suo lavoro intende essere uno scontro di tre mondi: moda, pubblicità e arte. ↩︎
- Richard Long è un artista visivo britannico, noto per il suo lavoro nella Land Art, un movimento artistico che si concentra sull’uso di materiali naturali e paesaggi per creare opere d’arte. ↩︎
- Giuliano Mauri è stato un esponente dell’arte ambientale: la sua opera si fonda sul presupposto – legato alla naturale caducità del materiale impiegato – che la natura riempirà i vuoti lasciati dal disfacimento del legno, dando luogo quindi a una sorta di dialogo con l’artista. ↩︎
- Vedere nota 2. ↩︎