di Livia Del Gaudio

© Cecilia Gomes
Non chiedeva compassione, tantomeno desiderava un’anima
di Livia Del Gaudio
Prima che intelligenza artificiale e robotica si alleassero – rendendo possibile la vendita di fidanzate sintetiche a partire da 15000€ – avevamo super Vicki. Ogni pomeriggio su Canale 5, a partire dal 20 ottobre 1986 e poi in replica su Italia 1 negli anni Novanta, potevamo seguire le vicende della famiglia Lawson e della più piccola tra i suoi componenti, un’umanoide tuttofare dalle sembianze di una bambina di circa otto anni.
Ad attrarre, di Vicki, era la super forza, la totale assenza di imbarazzo e una forma di franchezza irraggiungibile per un essere umano: il tutto rivestito da un abito rosso correlato di grembiulino di taffetà e calzettoni fino al ginocchio.
A differenza di altri tipi di androidi, il perturbante, in Vicki, si insinuava in maniera sottile. Totalmente coerente con se stessa, incapace di evolvere, monolitica nel suo essere macchina, Vicki non chiedeva compassione, tantomeno desiderava un’anima: dove lei era efficiente, l’umano era goffo, energeticamente dispendioso, obsoleto. Agli antipodi degli androidi messi in scena da Ridley Scott qualche anno prima – antenati dei vampiri adolescenti degli anni dieci del XXI secolo – Vicki non era assalita da dubbi di natura filosofica o etica e non temeva la morte: dove cercare, dunque, la radice del suo fascino?
Il cortocircuito, la scintilla capace di accendere interesse, risiede nei tentativi di Vicki di apprendere i comportamenti umani attraverso un’interpretazione letterale dei comandi, associata alla ferma volontà della famiglia Lawson di mantenerne segreta l’identità: negazione e svelamento, ecco l’ambiguo connubio della formula Vicki.
Se da una parte affermare la natura umana di Vicki va contro ogni buon senso, dall’altra la famiglia Lawson – con villetta unifamiliare, canestro da basket sopra il garage e rassicuranti elettrodomestici di ultima generazione – fa da garante del vero: da qui il dubbio, associato all’improvviso rivelarsi del fraintendimento che risiede, a ogni livello, nel linguaggio. La risata dello spettatore esorcizza il pozzo che si spalanca.
È di qualche giorno fa la notizia dello spettacolare smaltimento di un modello obsoleto di automi, gli F.02 prodotti dall’azienda Figure: «Dismettere una flotta di robot piena di attuatori costruiti su misura e di altra proprietà intellettuale non è un compito facile. Dovevamo smaltire i robot in un modo che proteggesse il nostro hardware proprietario. Smontarli uno a uno avrebbe impegnato il nostro personale tecnico così a lungo da ritardare il lancio di F.04». La scelta è stata fonderli.
Per mesi, gli ingegneri di Figure hanno addestrato i robot a lanciarsi dal secondo piano di un edificio aziendale di San Jose, in California. Hanno installato grossi airbag e usato come modello il movimento di stuntman professionisti.
Nel video che registra l’intera operazione si vede questo: a turno, robot umanoidi il cui volto consiste in uno schermo si affacciano sulla fornace rovente simulando un’indecisione che non provano. Alcuni di loro si aggrappano alla catena, altri si lanciano direttamente nel fuoco: ogni ciclo di fusione offre una finestra di venti minuti prima che l’acciaio si raffreddi rendendo la superficie del pozzo un’unica lastra solida.