di Luca Rizzatello

© Cecilia Gomes
L’ingegner Lawson appoggia il libro sul comodino e dice credo di avere avuto un’idea.
Un’altra delle tue idee, dice Joan, e aggiunge domani ricordati di pagare la bolletta del gas. L’ingegner Lawson sa che tra una settimana, del tutto fuori contesto, Joan gli chiederà e quale sarebbe questa idea?, così lui le dirà in pratica c’è questo libro che si intitola il ragazzo selvaggio è il diario di un medico che si mette a educare un ragazzo che dei cacciatori hanno trovato nel bosco pensa che truffaut ci ha fatto un film dieci anni fa; e poi le dirà altre cose che in questo momento ancora non conosce.
Quando l’ingegner Lawson pensa alle cose che ancora non conosce si sente in orbita, e non è come dire il primo bacio, non come le montagne russe; è una sfera di calore che si propaga oltre il suo petto fino a piegare la realtà circostante, è un desiderio che nessun completo in grisaglia riesce a contenere. Ma cosa sia davvero questa condizione l’ingegner Lawson non lo vuole sapere, perché saperlo significherebbe tornare con i piedi per terra.
Non vedendo Mosè da un po’, gli Israeliti vanno da Aronne, suo fratello, e gli chiedono di fargli un dio, così Aronne si fa portare dei pendenti d’oro e li fonde a forma di vitello; poi lo mette su un altare, a disposizione di chi volesse offrire dei sacrifici. A Dio questo fatto non sta bene, e dice a Mosè – che tra l’altro non si vedeva da un po’ proprio perché loro due stavano preparando le tavole della Testimonianza –, che la sua ira si sarebbe accesa contro il suo popolo. Allora Mosè cerca di mediare, ricordando a Dio delle cose che aveva detto in passato, e sembrerebbe riuscire nel suo intento, se non fosse che una volta sceso dal monte, tavole alla mano, vede nell’accampamento il vitello sull’altare e l’atmosfera un tantino frizzante; così prima spacca le tavole, poi brucia l’idolo, infine chiede ad Aronne come sia stato possibile che la situazione gli sia sfuggita di mano in quella maniera. Aronne si giustifica con degli argomenti non all’altezza della situazione, e di lì a poco muoiono circa tremila persone. Il giorno dopo Mosè raduna il popolo per dirgli che proverà a chiedere a Dio di perdonarli, ma non garantisce niente; pianta una tenda fuori dall’accampamento, e comincia a parlare con Dio, chiedendogli anche di poter vedere la sua gloria, ma Dio gli risponde che no, il suo volto non lo può guardare, perché chi lo guarda non può restare vivo. Però le sue spalle sì, potrà vederle.

© Cecilia Gomes
Mentre l’ingegner Lawson passa al piccolo Jamie la ciotola con il purè di patate, Bob Ross sta registrando il primo episodio di The joy of painting, un programma televisivo ideato con lo scopo di insegnare le tecniche per realizzare dei dipinti a olio, nella fattispecie paesaggi. Guardando in camera con una tavolozza trasparente in mano, dice che questo sarà il primo di tredici episodi; registrerà in totale trentuno stagioni. Dice anche che per tutta la stagione verranno usati solo otto colori, ovvero Bianco Titanio, Verde Ftalo, Blu di Prussia, Bruno Van Dyke, Cremisi Alizarina, Verde Vescica, Giallo Cadmio, Rosso Permanente, e che non servirà uscire e andare a comprare millecinquecento colori differenti, o chissà quali pennelli.
Oltre al purè di patate, Jamie chiede se per favore può avere una sorellina. L’ingegner Lawson e Joan si guardano senza dire niente; non è la prima volta che Jamie avanza questa richiesta, ma non hanno mai concordato una risposta comune, limitandosi a glissare con argomenti scarsamente persuasivi.
Forse dovremmo spiegargli che non possiamo averne altri, gli dirà Joan venti minuti dopo, passandogli un piatto da asciugare. Dovremmo comperare una lavastoviglie oppure posso costruirne una io che ne pensi?, dirà l’ingegner Lawson. Ci risiamo, dirà Joan, e aggiungerà speriamo che questa lavastoviglie lavi i piatti visto che il tagliaerba che hai costruito due mesi fa tutto faceva tranne che tagliare l’erba.
Nello stesso istante Bob Ross starà dicendo che nel tuo mondo puoi fare qualsiasi cosa che il tuo cuore desideri; starà dicendo anche che lui vive in Alaska, e che trascorre molto tempo a parlare con alberi e scoiattoli. Mentre lo dirà, aggiungerà profondità alle rocce con una spatola; poi si fermerà, per sussurrare che la bellezza è ovunque, e che l’unica cosa che devi fare è vederla. Si schermirà, dandosi del chiacchierone, e ritornerà a dipingere.
L’ingegner Lawson mette in ordine i giocattoli di Jamie, e la sua attenzione cade su una valigetta discoidale che ha dodici animali illustrati sul quadrante, con al centro un indicatore rotante a forma di contadino. L’indice del contadino punta un animale, si tira una cordicella, e si ascolta che verso fa. Questo gli fa venire in mente che la settimana scorsa ha letto di un brevetto per un aspirapolvere in grado di muoversi autonomamente all’interno della casa e di rilevare gli ostacoli cambiando direzione grazie a dei sensori piezoelettrici. Senza finire di sistemare i giocattoli corre in garage, quindi disegna la bozza di un aspirapolvere discoidale, con l’integrazione di un dispositivo in grado di emettere i versi di alcuni animali da cortile. Strappa del nastro carta, lo applica su una cartellina, ci scrive con un pennarello ANIMALI DOMOTICI. Apre la cartellina, guarda il disegno per trenta secondi, la chiude.
Il tredicesimo episodio della prima stagione di The joy of painting comincia con l’inquadratura di Bob Ross e di un ragazzo su campo nero. Bob Ross è in piedi, il ragazzo è seduto, presumibilmente su uno sgabello. Indossano gli stessi occhiali fumè a goccia, e la stessa camicia azzurra con tre risvolti sulle maniche; il ragazzo ha dei jeans blu scuro, i pantaloni di Bob Ross invece sono fuori dall’inquadratura. Bob Ross annuncia che questo sarà l’ultimo show della serie, e che proverà a rispondere alle lettere che gli sono arrivate; dopo ventiquattro secondi, toccandogli la spalla, presenta la gioia della sua vita: suo figlio Steve.

© Cecilia Gomes
L’ingegner Lawson trova nel cassetto della sua scrivania un ritaglio di giornale che celebra il trentennale della prima proiezione di Pinocchio. Scorre l’apertura sull’impresa di Walt Disney, poi le note di costume, quindi legge che nelle intenzioni di Carlo Collodi la storia sarebbe dovuta finire al capitolo quindici con la morte del burattino, appeso a una quercia con quattro zecchini in bocca, ma le lettere insistenti dei piccoli lettori avevano fatto sì che la vicenda, quattro mesi dopo, riprendesse con la bella Bambina dai capelli turchini, che in realtà era una fata, alla finestra, impietosita dalla scena. L’ingegner Lawson non ricorda come quel ritaglio sia finito nel cassetto della scrivania in garage, tantomeno perché poco più che ventenne avesse deciso di conservare qualcosa totalmente fuori dal radar dei suoi interessi; ma in questo momento gli sembra perfettamente coerente, così annota: se il burattino e la bambina fata potessero diventare una cosa sola?
Dopo una vigorosa stretta di mano, Steve comincia a leggere le domande per Bob Ross. La prima è che cosa è il bianco magico. L’inquadratura si allarga, per consentire a Bob Ross una dimostrazione sulla tela, utile a ribadire che il bianco magico non va confuso con il gesso. La seconda è cosa succede se si stende troppo bianco magico sulla tela. La terza è posso usare qualsiasi colore a olio. La quarta è i pennelli che ho comprato non sembrano funzionare cosa consigli. La quinta è posso pulire i mie pennelli nella trementina. La sesta è i cartoni telati vanno bene per dipingerci. La settima è la neve sulle montagne è così bella ma ho difficoltà a rendere la pittura brillante puoi dirmi cosa sto sbagliando. Bob Ross sorride, e dice che il problema più comune è che spingi troppo forte, deve essere il più delicato tocco immaginabile, deve essere un sussurro che galleggia tra le montagne.
Elia va da Acab e gli dice che fino a quando Dio non lo deciderà, non ci sarà né rugiada né pioggia. Il motivo: Acab aveva introdotto il culto di Baal. Poi Dio dice a Elia di andare a oriente, e di sostenersi bevendo l’acqua del torrente e mangiando quello che gli avrebbero portato i corvi. E lo fa, finché il torrente non si secca, quindi Dio gli dice di andare a Sarepta da una vedova, a cui ha già dato indicazioni. Quando Elia chiede alla vedova dell’acqua, ma anche del pane, lei gli dice che di pane cotto non ne ha, ha solo farina e olio, che tra l’altro stanno per finire; così lui le dice di prepararlo, perché la farina e l’olio non si esauriranno finché Dio non manderà la pioggia. Poi succede che il figlio della vedova muore, ed Elia chiede a Dio che la vita del bambino torni nel suo corpo, e così accade. Dopo tre anni di siccità, Dio dice a Elia di andare da Acab; in cambio, manderà la pioggia. Tra i due partono un po’ di accuse reciproche su chi abbia mandato in rovina Israele, allora Elia gli lancia la sfida, dicendogli di convocare sul monte Carmelo tutto il popolo, più i quattrocentocinquanta profeti di Baal, e propone il sacrificio di due giovenchi, con l’invocazione alle rispettive divinità: quello che risponderà con il fuoco, sarà Dio. I profeti di Baal lo invocano per ore, ma niente, Elia invoca Dio e scende il fuoco dal cielo, dopo di che fa uccidere tutti i profeti; arriva la pioggia. Quando Gezabele, la moglie di Acab, scopre che Elia ha fatto uccidere quattrocentocinquanta profeti, gli giura vendetta, ed Elia si vede costretto a scappare nel deserto. Si siede sotto una ginestra, chiedendo a Dio di prendere la sua vita, poi si addormenta. Lo sveglia un angelo, che gli ha portato una focaccia e dell’acqua; si mette in cammino, e dopo quaranta giorni e quaranta notti arriva al monte Oreb, più precisamente in una caverna, dove Dio gli annuncia il suo arrivo, che non è nel vento impetuoso, non è nel terremoto, non è nel fuoco; è nel sussurro di una brezza leggera.

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L’ingegner Lawson scrive nel suo quaderno quello che non riesce a dire a Joan. Ora scrive che se il tagliaerba che avevo costruito tutto faceva tranne che tagliare l’erba, è perché avevo installato un sensore per risparmiare dal taglio le erbe officinali, e nelle mie intenzioni tale sensore avrebbe dovuto spegnere il motore in presenza delle sopraddette erbe. Ma la fase di sperimentazione serve proprio a questo, si tratta di un percorso fatto di errori, ed è inutile farsi prendere dall’impazienza, perché ogni successo richiede il giusto tempo, e i modelli sono per definizione fallibili.
Joan, io lo so che tu vorresti un tagliaerba normale, una lavastoviglie normale, una figlia normale, ma io queste cose non le so costruire.
Spero solo che un giorno potrai accettarmi per quello che sono.
Luca Rizzatello è nato a Rovigo. È editore per Prufrock spa, autore in proprio e come Ophelia Borghesan, podcaster per Come un taser tra le rose, discreto esperto di unicorni.





In una realtà parallela alla nostra, la fotografia è blu. Blu di Prussia, nello specifico: inventata nel 1842 da Sir John Herschel, quasi in concomitanza con lo sviluppo dei procedimenti messi a punto da Talbot e Daguerre, la cianotipia sfrutta la sensibilità alla luce dei sali di ferro. Se in quei primi anni fosse prevalso l’utilizzo di questa tecnica il nostro modo di guardare sarebbe diverso, condizionato dal processo di ossidazione del ferro che, invece dei grigi prodotti dal nitrato d’argento, offre allo sguardo il celeste. Parte del fascino dei cianotipi dipende forse da questo: essere la strada non presa dell’immagine.
Spesso, il destino di chi arriva secondo è la nicchia: non a caso la storia di questa tecnica si lega al nome di Anna Atkins, da molti considerata la prima fotografa della storia, che fece della cianotipia il suo mezzo di espressione. Foglie di felci, papaveri, sottili steli di capelvenere, sono questi i soggetti della sua ricerca che, oltre proporre la prima collezione botanica disegnata dalla luce, conferisce a foglie e fiori l’aspetto alieno di forme che si compongono nel blu.
Alla storia naturale di Anna Atkins, arricchita da suggestioni che ricordano Metropolis di Fritz Lang, si rivolgono i cianotipi di Cecilia Gomes. Non stupisce che l’immaginario di questa artista dialoghi con il Giappone: per il colore, certo, come per l’apparenza di acquarello che conservano queste stampe, ci troviamo trasportati nell’universo del delicato che più che fragilità richiama trasparenza, la sovrapposizione di livelli tipica del teatro delle ombre. Un attraversamento di stati che dalla biologia porta alla chimica, l’ “opera al nero”1 del processo fotografico.
Livia Del Gaudio
Cecilia Gomes Nata nel 1997, Cecília è un’artista e fotografa brasiliana che spazia tra fotografia, cianotipia, illustrazione e collage digitale. Il suo interesse per i processi fotografici alternativi è nato nel 2017, durante un corso di fotografia presso l’Universidade Federal de Vila Velha; successivamente, ha conseguito la laurea in Graphic Design nello stesso ateneo. Nel 2023 ha iniziato a condividere i suoi lavori con il nome di “Bluest Days”, esplorando la cianotipia attraverso fotografie originali, collage digitali e poesia. I suoi collage traggono ispirazione dalla cultura giapponese, dall’ukiyo-e, dal surrealismo e dall’immaginario botanico. Le sue opere sono state esposte in fiere d’arte e mostre a Vitória, in Brasile.
- L’opera al nero, o nigredo, è la prima fase della Magnum Opus, il processo alchemico diretto alla creazione della pietra filosofale ↩︎