Abitare le case, tenere nel tempo

di Aurora Dell’Oro

© Francesca Zanette, dal di qua.

Il Ricettacolo dei sogni

Rovina e si dissolve:

ma quale altra dimora

di quella potrà mai tenere il luogo?

Questa, è vuota di tempo;

gli eventi hanno figura di conflitto,

qui, di furore e di guerra,

non hanno morte e riposo,

non son passati nello stesso punto

che presenti o futuri.

Questa, è soltanto viva.

Il tradimento – T. LANDOLFI

Tra poco non sarà più sola. Lui non la vedrà subito e si guarderà attorno spaesato; rimarrà fermo sulla soglia, il sacchetto del pane in una mano, il cartone del latte nell’altra. Lei si lascerà impietosire dal suo smarrimento e fingerà di tossire. Allora lui fingerà di non avere avuto paura, di avere sempre saputo che era lì, seduta sul pavimento, tra la poltrona e il divano a due posti. Entrerà con noncuranza nel soggiorno e le dirà in tono leggero che non è sano trascorrere una mattina di sole scartabellando tra vecchi documenti. Per rassicurarlo lei gli darà ragione. Chiuderà il faldone che tiene aperto tra le mani. Chiuderà gli occhi sulle note scritte con la sua grafia di dieci anni prima.

Attraversare i confini. Le case di Tommaso Landolfi.
di M. G.
[…] Scenario privilegiato è il paesaggio di Pico Farnese (nota bene: oggi Pico, prov. di Frosinone; Lazio, duemila anime; programmare una visita il prima possib.), paese natale di Tommaso Landolfi, nonché la casa avita, antica e d’origine nobiliare, da cui raramente lo scrittore si allontanava.
Le dimore landolfiane sembrano discendere da un unico «archetipo». Sono vecchie, grandi, silenziose; spesso sono abitate da un solo inquilino, tenacemente votato alla solitudine o tutt’al più avvezzo alla compagnia della propria domestica e di qualche fantasma, di qualche animale; sono residenze dal passato illustre, eppure sono incredibilmente vicine alla rovina. I muri cedono sotto i colpi del tempo e del cielo; i cardini cedono alla guerra, i tesori scompaiono nei saccheggi. Alla devastazione della casa corrisponde spesso l’esaurimento del patrimonio familiare: la dimora e il suo proprietario sembrano giunti a una «svolta» esiziale, contro cui non sembra esserci alcun riparo. Sottostà un’identificazione tra l’edificio e la voce narrante, quasi che il primo fosse simbolo dell’animo del secondo.
Le stanze sono ampie, ma poveramente ammobiliate; la tappezzeria è trascurata, i muri macchiati di tinte giallognole e verdastre, colori che in Landolfi indicano, tipicamente, l’approssimarsi dell’Unheimlich (rif. bibliogr.? citazioni, da dimostrare), ovvero dell’inquietante che fa il suo ingresso all’interno dello spazio normato dalla ragione. Tuttavia, ed è questo a sembrare davvero inspiegabile, nonostante la natura si stia insinuando con forza corrosiva all’interno delle case, queste rimangono in piedi. Non c’è caduta, dunque, ma esitazione sulla caduta; sopravvivenza che dura abbastanza da permettere alla storia di svolgere i suoi fili, tra un “dentro” fatto di presenze e oggetti rassicuranti e un “fuori” latore di mistero (correggere; non è sempre vero: cfr. Racconto d’autunno e la casa-labirinto).
© Francesca Zanette.

L’arredamento era entrato in casa insieme al loro primo litigio e alle stoviglie ricevute come regalo di nozze: piatti in ceramica praghese, tazzine orlate di giallo canarino, un set completo di zuccheriera spremiagrumi e portatovaglioli, oggetti che negli anni Ottanta ogni famiglia doveva possedere, pulire, sistemare in bell’ordine dietro le ante in vetro smerigliato della credenza. Ci si guardava bene dall’usarli quotidianamente; tanto meno si tollerava che li afferrassero i bambini. Erano le cose del “non si può mai sapere”. Si compravano non perché se ne avesse un reale bisogno, ma perché un giorno forse sarebbero servite, inaspettatamente e contro ogni ragionevole previsione; un giorno avrebbero scoperto che quelle semplici, umili cose avrebbero reso meno spaventose le imprevedibili svolte della loro vita. Perciò erano stati prudenti. Erano pronti; avrebbero potuto affrontare qualsiasi, inusuale circostanza. Avevano questo tipo di confidenza.

Le stanze odoravano di vernice fresca, punte di trapano surriscaldate e fili elettrici legati insieme da legacci colorati. Ogni colore corrispondeva a un giro di circuito, a un buco nel muro in cui sarebbe corsa la corrente elettrica che avrebbe permesso loro di cucinare, scaldarsi, leggere prima di addormentarsi. Un pomeriggio lui l’aveva trovata davanti alla parete di quella che sarebbe diventata la camera da letto, con le mani infilate nelle tasche di un abito di lino che le stava largo, ma che a lui piaceva molto. L’avevano comprato l’estate precedente, in Grecia, dopo che tutti i suoi vestiti, i vestiti di lei, erano usciti rovinati da una lavanderia locale – avevano preso in affitto un piccolo appartamento con vista sul Pireo; all’epoca facevano ancora finta di sapere risparmiare.

Non voleva disturbarla. Stava per girarsi e andarsene senza dire niente; gli succedeva spesso, soprattutto da quando aveva cominciato a capire la specie a cui apparteneva la solitudine che lei si portava addosso. Sapeva che sarebbe stata il suo rivale più temibile e che non avrebbe mai dovuto contendere le attenzioni della moglie con nessun altro uomo. Era convinto che fosse una fortuna. In ogni caso, lei si era già accorta della sua presenza; aveva gli occhi anche sulla nuca, così la prendeva in giro lui.

«Guardo il muscolo che c’è dentro la parete», gli aveva detto, allungando il braccio per indicare la lunga ferita orizzontale nel muro, uno sbrego grigio di tessuto connettivo, cemento e polvere. «Stiamo per infilare l’aorta dentro la nostra casa, devo essere presente quando accadrà».

Lui l’amava per questo, soprattutto per questo.

Era stata di parola. Aveva assistito all’operazione in piedi dietro l’elettricista, in evidente stato di turbamento; non gli piaceva lavorare sotto gli occhi delle donne; di diverso avviso era invece il muratore venuto a chiudere la fenditura con malta e calcestruzzo, il quale aveva apprezzato la sua compagnia. Non capitava molto spesso di avere assistenti così giovani e carine, aveva scherzato.

Quando erano usciti tutti, elettricisti, muratori, padri e madri con i loro cesti di frutta e le loro riserve d’amore; da depositare sul tavolo appena comprato, i primi, e ovunque negli angoli, le seconde; si era sdraiata per terra, mettendosi in ascolto. Sentiva l’arteria battere, dietro la sua testa. Contò sei pulsazioni in sessanta secondi. Il cuore di una tartaruga. Quella casa avrebbe avuto una vita lunga, almeno centocinquant’anni.

[…] Ancora, la dicotomia tra interno e esterno assume un ruolo importante nel romanzo Pietra lunare. Scene della vita di provincia (1939; riflettere sulle altre dicotomie presenti nel testo. Sì, ma in che modo? Occorre coerenza. Meglio tacere; evitare l’horror vacui). Sulla soglia della cucina maleodorante degli zii di Giovancarlo, recatosi a P. per trascorrere le sue vacanze, fa il suo ingresso la strana Gurù, proveniente dalle montagne:
Contro il riflesso della luna, che illuminava violenta le case da un lato lasciando in ombra il resto della strada, prendevano vita e colore i suoi capelli corti, lisci e un po’ gonfi, invioliti dalla loro medesima cupezza. Se la fanciulla si volgeva, i denti e gli occhi brillavano nella lenta oscurità luminosa; crudelmente balenando quelli con lucore di lama, di riflessi grevi e madidi gli altri. […] Dal suo corpo veniva a tratti un odore violento, che però non aveva nulla di ferino e si sarebbe detto piuttosto di genziana o di dianto.
La descrizione della ragazza, su cui già stingono umori vegetali e magici - il richiamo al dianto e alla genziana, l’azione trasfigurante della luce lunare – ammalia e atterrisce Giovancarlo, il quale tuttavia è l’unico ad essere turbato dalla sua presenza. I parenti, al contrario, hanno una certa familiarità con la fanciulla, della quale diranno semplicemente che vive, sola, in un palazzotto, eredità di alcuni parenti tristemente noti per le loro nefandezze. Il mistero di Gurù, cucitrice di giorno e capra mannara di notte, amica delle piante e di tutti gli animali, si svolge nel testo con accenti tra il fiabesco e il mitologico, per poi concretarsi in una vera e propria «metamorfosi psichica di tipo dantesco», per citare le parole di Andrea Zanzotto. Il corpo trasformato di Gurù è umano, tanto quanto è ferino e vegetale. Non c’è una precisa linea di separazione tra le sue nature, perché lei è, in fondo, natura (Att., ripetizione; specie? Darwiniano?):
La linea d’attacco delle due nature non presentava niente di particolare, se mai il vello era sull’orlo appena un poco rilevato e staccato, quasi la parte donnesca di quel corpo fosse una bianca midolla di frutto a metà sgusciata da un mallo velloso. Forse questa era soltanto un’impressione, per qualche peluzzo rivolto verso l’alto, giacché quasi tutto il giro era anzi ravviato all’ingiù e non turbava affatto, in sostanza, la linea delle anche; quel vello, però, aveva qualcosa della rigida consistenza che doveva avere la scorza degli alberi sul corpo delle driadi.
© Francesca Zanette.

Cinque stanze per cento metri quadrati totali. Spazi funzionali, autoevidenti. Non ci sarebbe stato bisogno di spiegare: «Prego, entra, questo è il salotto», e «Questa invece è la cucina». Non avrebbero nascosto niente. Avrebbero lasciato i loro segreti nascosti in piena vista. Sarebbero rimasti aperti sul tavolo come i libri che compulsavano ai tempi dell’università, che avevano frequentato in due città diverse, ma simili, a modo loro. Li avrebbero riempiti di post-it, fogli di risulta annotati con troppe indicazioni bibliografiche; avrebbero scarabocchiato le folgorazioni della mezzanotte in inchiostro blu, come avevano fatto sulle prime pagine di una tesi dolorosa, che li aveva coinvolti troppo (avevano trovato di questi parallelismi, nelle loro vite di prima; esperienze speculari che in qualche modo li avevano preparati a accettarsi per quello che erano, per quello che erano diventati). Forse sapevano già allora che la vita accademica non li avrebbe portati da nessuna parte, ma all’epoca avevano ancora abbastanza tempo da perdere, o almeno così pensavano.

Riempivano le tasche di intuizioni smozzicate a cui speravano, un giorno, di conferire organicità, ma ormai non ci credevano più. Avevano accolto il disordine come una condizione inevitabile, forse necessaria, dell’esistenza in comune; non facevano progetti. Gli ospiti li avrebbero interrogati sorridenti sul futuro e loro avrebbero risposto con un ampio gesto circolare del braccio, concedendo facoltà di libera interpretazione.

L’appartamento faceva parte di un villaggio residenziale costruito sui terreni acquistati da una cooperativa che riuniva professionisti e privati, risparmiatori a cui qualcuno – consulenti? Familiari? Zii d’America? – aveva consigliato di investire nell’immobiliare. Tra di loro c’era anche il padre di lei. Aveva chiesto e ottenuto che gli riservassero una delle unità abitative con vista lago. Quando gli erano state consegnate le chiavi, aveva pagato l’intera cifra con un unico giro bancario. Era appena andato in pensione dopo quarant’anni passati a procurarsi gastriti e febbri da streptococco che curava solo quando lo costringevano a chiamare un’ambulanza, ma adesso si annoiava. Una volta era sempre arrabbiato, ora non lo era più; era triste: persino la gastrite l’aveva abbandonato. Per distrarsi si era perciò lanciato in quell’avventura finanziaria, un’avventura per lui, che per anni si era rifiutato di aprire un conto corrente.

Avevano fatto un bel lavoro. Ogni casa conteneva quattro, al massimo cinque appartamenti spaziosi, due porte su ogni pianerottolo. I dirimpettai avrebbero concordato i turni per la pulizia delle scale e degli spazi in comune, secondo quanto era stato pattuito durante la prima riunione condominiale. Si sarebbero impegnati e tutti avrebbero fatto la loro parte, ne erano profondamente convinti. Era bello sentirsi così e sapere di non essere i soli.

Anche lei si era unita all’entusiasmo generale e fingeva di non sapere che praticare gli oggetti li avrebbe portati alla rovina. I muri esposti a nord si sarebbero macchiati per colpa dell’umidità, qualche tegola avrebbe dovuto essere sostituita dopo le grandinate d’agosto. I figli dei vicini avrebbero rotto i vetri della porta d’ingresso giocando a pallone e qualcuno avrebbe dovuto chiamare il fabbro per sostituire una serratura rotta. Sarebbe accaduto, ma non a lei, a un’altra. Lei sarebbe sempre stata quella che viveva nell’appartamento nuovo.

Ci sono poi anche oggetti talmente strani da essere completamente inutili. La mancata finalizzazione del manufatto desueto lo rende disponibile a impieghi alternativi, non legati alla realtà più comune. Al tempo stesso, l’incapacità di determinare lo scopo per cui l’oggetto è stato costruito sconvolge il narratore: la mancanza di una funzione, infatti, rende l’oggetto stesso una cosa inconoscibile e dunque estranea al principio di realtà e di razionalità. È il caso, ad esempio, del racconto Oggetto inquietante (1970) (citaz.).
Sono legati al soprannaturale anche le cose “nuove”, le invenzioni della scienza e i ritrovati della tecnologia, attorno ai quali non si è ancora consolidata un’abitudine derivante dall’uso: c’è da pensare che negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento Landolfi segnasse così il passaggio di un’epoca e l’approssimarsi di un futuro che pareva non essere stato preparato con lentezza sufficiente.

La bambina colleziona di tutto: sassi, ramoscelli, piume bianche e blu, uova di pettirosso che tiene nel cotone idrofilo. Nasconde quello che trova in una cassetta di legno che una volta conteneva delle arance; gliele avevano portate gli zii dalla Sicilia. Per due settimane ne aveva mangiata una al giorno, sempre alle tre del pomeriggio. Si regolava con il suono delle campane, da casa sua si sentono bene. Il sole le infiammava la gola, esplodeva in un liquido ialino che scendeva per l’esofago, un lungo dito di sole che le rimestava lo stomaco, sciogliendo qualsiasi cosa si fosse indurita là dentro. Ora le arance sono finite da un pezzo, gli zii non vengono più a trovarla da un anno; si sono trasferiti, le ha spiegato la mamma, urlando per sovrastare il rumore dell’aspirapolvere, sono andati così lontano che per arrivarci hanno dovuto prendere un aereo, poi una nave. La cassetta però è rimasta, la bambina l’ha nascosta sotto il letto prima che la mamma riuscisse a buttarla via. Le cose non sopravvivono, in casa sua.

La bambina è cagionevole. I suoi genitori sono preoccupati. L’ultima volta ha avuto una forte epistassi. Ha intriso un lenzuolo intero con il suo sangue. È stato così che hanno scoperto che è allergica a tutti gli antidolorifici: la bambina deve attraversare il dolore, non ha scelta, ha detto il dottore; quello, oppure gli antipiretici. Il lenzuolo, matrimoniale, hanno dovuto buttarlo, ci ha pensato sua madre, ci è abituata, anche se per una volta aveva provato, ci aveva provato davvero, a risparmiarlo. Si è quasi ustionata le mani nel tentativo di smacchiarlo, in ginocchio davanti alla vasca; sulle dita aveva il sangue della sua bambina. Era così tanto, che si è chiesta cosa le fosse rimasto, dentro.

Ha il dubbio che ora sia troppo vuota, così le offre sempre del cibo, come se fosse una divinità indù. Placa il demone di sua figlia; che la lasci stare, almeno per un po’. Ognuno prega a modo suo.

D’estate invece stanno sempre un po’ meglio, tutti quanti. Lui prende ferie e lascia evaporare i malumori invernali sul terrazzo assolato, mentre lei rinuncia a viaggiare e si perfeziona nell’arte del dare conforto alla casa. Impara, ad esempio, a togliere gli aloni lasciati dalla cera delle candele sulle superfici di legno: con la sensibilità tattile di un chirurgo assaggia lentamente l’estensione della zona su cui deve intervenire, poi solleva le scaglie indurite facendo leva con la carta di credito scaduta da un mese. Quando ha finito rimangono delle zone opache, che però fa scomparire scaldandole con il phon e poi strofinandole con la carta da cucina.

Niente raffreddori, niente otiti. Nessun lenzuolo da buttare. Si rimane fuori fino a tarda notte, si parla; ci sono anche i figli dei vicini, organizzano un campionato di corsa su mezzi a pedali, diviso per categorie, dalla bicicletta al triciclo. Il giudice è un’incorruttibile ragazzina di tredici anni.

Sembra che il mondo li abbia dimenticati, se non fosse che, talvolta, mentre toglie le ragnatele accumulatesi in salotto dopo lunghi mesi in cui era stata dappertutto tranne che a casa sua – Cina, Sudafrica, Venezuela, Israele, tutti posti che aveva visitato per poter guadagnare abbastanza da potersi permettere di continuare a vivere in quello stesso appartamento -, scosta la tenda e si trova davanti due facce verdi di uomini in elmetto; dietro, riconosce le aride alture del Golan. Apre la portafinestra e si ritrova nelle strade di creta dove uomini di ferro la mettono in una fila insieme ad altri. Tira verso il basso l’orlo della gonna; ha un vago presentimento, le cose potrebbero mettersi male. Una donna bruna negozia per lei. La sua vita in cambio di una scollatura.

Lui la trova seduta sul divano, in lacrime. Succede sempre più spesso e ormai sa cosa fare. Le porge una pillola e un bicchier d’acqua.

© Francesca Zanette.
Se dunque, come è stato detto, la casa è una porta aperta sul fantastico, è altrettanto vero che la casa stessa è un collettore di oggetti inquietanti e misteriosi. Non è più necessario avventurarsi sui monti, per imbattersi nel perturbante; basta cercare in soffitta, tra i cimeli di famiglia. Tra i resti sopravvissuti a epoche antiche, si possono trovare stoffe drappeggiate in modo da riprodurre i lineamenti di volti stravolti e spaventosi e spade risalenti all’epoca delle crociate in grado di tagliare qualsiasi cosa, incluso il proprio amore (La Spada), diventando così simbolo del possesso amoroso inteso come «distruzione» dell’altro.
Nel racconto Roboto accademico, invece, si preconizza un futuro in cui a insegnare storia in una prestigiosa università americana sia un vero e proprio robot, coltissimo e efficiente, ma impreparato ad avere a che fare con gli essere umani. Il «roboto» entra infatti in cortocircuito e muore dopo che una studentessa gli ha confessato il proprio amore: «A questo punto però avvenne la cosa di tutte più straordinaria: il roboto prese a lampeggiare e borbottare e mugolare, sebbene da nessuno interrogato. E il lampeggiamento, insostenibili alla vista, si faceva sempre più rapido, sempre più rapido, tra schianti sinistri che non avevano ormai nulla di comune coi soliti rumori. Spaventoso scatenamento: già quasi tutte le sue luci erano accese, avvivandosi e smorendo in una incontrollabile ridda, mentre il fragore era divenuto di tuono».
Il roboto affronta qui una situazione che non è codificata dai suoi sistemi. La complessità delle situazioni umane rimane ciò che ci distingue dalle macchine, ma si assiste anche a un paradossale rovesciamento perché il perturbante è l’uomo – o meglio, la donna - e a subirne gli effetti è la macchina. Sembra quasi una parodia del racconto di fantascienza, ma anche in questo caso la componente simbolica e soprannaturale sono strettamente intrecciate.

Le cose migliori non accadono mai alla luce del sole, dice prima di andarsene. Dormi.

Chiude gli occhi. Scende in riva al fiume – ogni periferia ha il suo fiume, o i suoi fiumi, ci sono crepe nei muri larghe abbastanza per infilarci un letto, scaturigini nell’asfalto come risorgive, graminacee come cartelli stradali – dove l’erba è un singolare collettivo, ed è verde, ed è anche luce. Sopra ci batte il sole, lei ci mette una mano sopra, il sole si stacca dall’erba ed è un guscio di larva. Glielo porge e dice – mangia, ti fa bene. Apre le dita una a una, lei affonda il viso al centro del suo palmo e obbedisce. Crede in lui come in nessun altro. Più in là si libra (libera?) una libellula elettrica e un cervo li guarda col suo occhio vegetale. Ha fame, una fame affilata. Avere un corpo rende pesanti. Manda giù con la fiducia di un bambino che ingoia il suo primo cucchiaio di minestra; la gioia è una bolla che talvolta occorre bucare, per non morire. Una volta ha conosciuto una vecchia, viveva in una stanza piena di barattoli, dentro ci conservava di tutto, diceva che la gioia è una catena di amminoacidi, una catena comunque. Le ha dato un mantello, era traslucido come una placenta. Chissà che fine ha fatto. Non lo trova più, da quando lo ha incontrato.

I battiti rettili dietro le pareti sono cessati; nessuno appare dietro i vetri degli specchi a ricordarle che il mondo è infinitamente più grande, e pericoloso, e vivo, dei suoi cento metri quadrati. Ha sostituito le pillole con l’esercizio fisico. Una delle prime cose che ha imparato è che le posizioni di inversione apportano grandi benefici. Migliorano la circolazione, riducono lo stress, da qualche parte ha letto che rallenterebbero persino il processo ossidativo delle cellule. La maestra conclude ogni lezione con una posizione di questo tipo e li costringe a mantenerla per almeno cinque respiri. Lei non avrebbe mai pensato che cinque respiri potessero durare così a lungo; ma in tre mesi ha compiuto grandi progressi. In ogni caso, non ha più paura. 

Aurora Dell’Oro (1990) ha vissuto quasi sempre in un piccolo paese in provincia di Lecco, fatta eccezione per gli anni universitari, trascorsi a Pavia, e qualche mese newyorkese, a cui deve la sua seconda nascita. Ha avuto delle buone maestre e ora insegna. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Malgrado le mosche inutile.

Le stanze si aprono per essere attraversate dalla luce e la luce assorbe, nei suoi incroci, oggetti che sono anche, per negazione, presenza d’umano. Nelle fotografie di Francesca Zanette bicchieri, poltrone e cassapanche hanno il candore delle cose in attesa, di queste condividendo una pazienza un poco disillusa, ma poetica, in quanto posta al di fuori del tempo. 

A presenziare a questa attesa, a precedere l’irruzione del gesto che porterà l’acqua alla bocca, che farà gorgogliare il caffè sul fuoco, basta un volo d’uccelli su un terso azzurro.

Francesca Zanette, Vive a Treviso dove lavora a come brand designer freelance. Interessata da sempre all’arte e letteratura, scrive opere di narrativa e alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste online, cartacee e in antologia (Reader for Blind, Digressioni, ItalianDirectory, Bomarscé, Tuga Edizioni, IlSaggiatore). La Fotografia è la sua seconda penna. Si è formata in campo fotografico frequentando corsi specializzanti e seminari di fotografia. Negli ultimi anni, la sua indagine artistica esplora in modo personale la potenzialità narrativa della Fotografia. Da questa riflessione sono nate mostre personali e partecipazioni a collettivi artistici.

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