Sopravvivere alla catastrofe. Kurt Vonnegut e la scrittura del disastro. Ipertesto.

© Nicola Bertellotti

Mattatoio n.5

«E poi venne la primavera. Le miniere di cadaveri furono chiuse. Tutti i soldati andarono a combattere i russi. Nei sobborghi, le donne e i bambini scavavano trincee. Billy e gli altri del suo gruppo furono rinchiusi in una stalla. E una mattina si alzarono e scoprirono che la porta era aperta. La Seconda guerra mondiale in Europa era finita. Billy e gli altri uscirono nella strada ombreggiata. Gli alberi stavano mettendo le foglie. Là fuori non c’era nulla, non c’era alcun genere di traffico. C’era solo un veicolo, un carro abbandonato con due cavalli. Il carro era verde e a forma di bara. Gli uccelli parlavano. Un uccello disse a Billy Pilgrim: “Puu-tii-uiit?”». (K. Vonnegut, “Mattatoio N.5”, Feltrinelli editore, traduzione di Luigi Brioschi) 

Nel 1945 Kurt Vonnegut vede Dresda venire rasa al suolo nascosto in una grotta sottostante a un macello; ventidue anni più tardi, nel 1967, fa ritorno nella città tedesca sovvenzionato dalla Fondazione Guggenheim e, insieme a un commilitone, si reca al mattatoio in cui si era rifugiato durante i bombardamenti. Lo ricorda all’inizio di “Mattatoio n. 5”, il romanzo che pubblica due anni più tardi, nel 1969, alternando osservazioni dal tono quasi cronachistico a frasi lapidarie, pesantissime nell’apparente leggerezza dell’enunciato:  «Dresda somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel deserto dovevano esserci tonnellate di ossa umane. […] Facemmo amicizia con un tassista. […] Gli domandammo com’era vivere sotto i comunisti, e lui disse che in principio era stato terribile, perchè tutti dovevano lavorare tanto, e perché non c’erano case e mancava da mangiare e da vestirsi. Ma adesso le cose andavano molto meglio. Lui aveva un bell’appartamentino, e la figlia frequentava una buona scuola. Sua madre era rimasta incenerita nell’incendio di Dresda. Così va la vita».

Dal viaggio a Dresda e dalla conversazione avuta con l’amico O’Hare nasce così  “Mattatoio N.5”, un romanzo “breve e confuso”.  Il libro riceve altri due titoli: “la Crociata dei bambini”, perché, come fa notare Mary, la moglie del compagno d’armi, erano bambini i soldati partiti per il fronte, e “Danza obbligata con la morte”, perché la guerra è inevitabile come la morte. Il rimando al Medioevo produce peraltro uno slittamento temporale che introduce alla struttura frammentata e “dislocata” della vicenda romanzesca di cui è protagonista Billy Pilgrim, reduce di guerra che, rientrato in patria, sembra condurre un’esistenza del tutto normale, come se l’orrore a cui ha assistito non avesse mai avuto luogo. “Così va la vita”, come ripete spesso: orrore e banalità vanno a braccetto e talvolta allargano il loro girotondo a fugaci momenti di distensione.   

L’amante di Lady Chatterley.

Pubblicato a Firenze nel 1928, L’amante di Lady Chatterley è il capolavoro di D.H. Lawrence, nonché uno dei romanzi più famosi – e scabrosi – del Novecento.

La storia narra l’amore tra Constance, moglie insoddisfatta di un uomo freddo e indisponibile, ritornato invalido dalla prima guerra mondiale, e Mellors, il guardiacaccia della tenuta di proprietà dei coniugi.

Per molto tempo relegato dalla critica al ruolo di Harmony dalle tinte erotiche, il romanzo ha in realtà avuto estimatori illustri come Anaïs Nin che proprio all’opera di Lawrence dedica il suo primo saggio.

Nelle sue pagine, Nin sottolinea la portata rivoluzionaria del testo che pone al centro il ritratto di una donna anticoformista, capace di anteporre il proprio desiderio alla repressione sociale, elevando così il desiderio a cuore pulsante di ogni ribellione (vogliamo il pane e le rose, recita uno dei più celebrati slogan del movimento operaio).

«Incominciare a capire Lawrence è incominciare immediatamente a intendere la filosofia non solo come un mero edificio intellettuale, ma come un’appassionata esperienza del sangue.

Egli aveva un modo insieme tenero e violento, sobrio ed esasperato di sondare sentimenti e grovigli di emozioni. Sotto la sua poderosità e la sua asprezza dobbiamo intuire il poeta che lavora attraverso le visioni e la coscienza originaria. “La coscienza originaria nell’uomo è pre-mentale e non ha niente a che vedere con la cognizione”». (Anaïs Nin, “D.H. Lawrence – l’autore di Lady Chatterly interpretato secondo un’affinità elettiva”, Bompiani, 2014).

Storia naturale della distruzione.

Insieme alla proiezione, la rimozione è uno dei meccanismi di difesa più potenti nella psiche umana e, per estensione, in quell’io collettivo che è la società. Così potente da rendere possibile l’impensabile, ovvero il completo annientamento della memoria storica. Secondo Sebald questo è ciò che avvenne in Germania alla fine della seconda guerra mondiale quando, pur di liberarsi del dolore della distruzione, “nessuno fra gli scrittori tedeschi” volle o seppe “mettere per iscritto qualcosa di concreto sul decorso e le conseguenze di quella lunghissima, immane campagna di annientamento”

“…Forse fu proprio […] perchè noi stessi ci sentivamo in qualche modo complici — che nessuno, nemmeno gli scrittori incaricati di conservare la memoria collettiva della nazione, si riconobbe in diritto, più tardi, di richiamare alla nostra mente immagini così ignominiose come quelle, ad esempio, del Mercato vecchio di Dresda dove, nel febbraio del 1945, 6865 cadaveri furono bruciati sui roghi da un commando delle SS che aveva fatto le sue esperienze a Treblinka”

Alla rovina fisica si somma, dunque, quella inflitta alla memoria di una nazione, così che dell’oltre un milione di tonnellate di bombe inglesi ed americane che piovvero — nel corso di quattrocentomila incursioni tra il 1943 e il 1945— su centotrentuno città tedesche provocando seicentomila morti fra i civili e sette milioni di senzatetto, non resta oggi quasi traccia.

Questa la tesi al centro delle conferenze tenute da Sebald a Zurigo nel 1997 sul tema “Guerra aerea e letteratura”, raccolte nel volume pubblicato da Adelphi con il titolo “Storia naturale della distruzione” in cui l’autore, con disarmante lucidità, rivela che il re è nudo, mostrando quanto “l’amnesia individuale e collettiva, [sia uno] strumento probabilmente regolato da processi preconsci di autocensura allo scopo di dissimulare un mondo ormai non più comprensibile.”

Gli svassi

Gli svassi sono uccelli acquatici appartenenti all’ordine dei Podicipediformi. Sono pescatori di laghi e estuari. In quanto tali, sono mediocri volatori, essendo invece ottimi tuffatori dai piedi lobati; ciò significa che ogni dito delle loro zampe ha sviluppato una membrana. Poiché non si avventurano, se non raramente, sulla terraferma, non hanno sviluppato le unghie. Sono diffusi in tutta Europa e, benché prediligano l’acqua dolce, talvolta vivono anche vicino alle coste marine. 

Quando giunge la stagione dell’accoppiamento, gli svassi aprono le danze, eseguendo uno tra i rituali più belli tra i volatili. Dapprima, i due partner si affrontano alzando e abbassando le piume della testa; successivamente, si tuffano in acqua, per riemergerne in verticale e offrendosi a vicenda ciuffi di alghe. 

Le coppie di svassi costruiscono insieme nidi galleggianti nascosti tra i canneti e li difendono con accanimento: sanno preservare i loro spazi. Il periodo di cova delle uova, mai più di cinque, dura circa 28 giorni. I pulcini, portati a turno da mamma e papà sulla groppa, vengono svezzati in 10 o 11 settimane.

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