La pazienza del corpo. Ipertesto

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© Rowan Romeiro

Lascia parlare il corpo

Piedi

di Aurora Dell’Oro

Premiamo e sfreghiamo. Produciamo attrito. Quanto basta per sentire. Il ritorno venoso calma il cuore, prima del cervello. Il sistema nervoso periferico sfarfalla. Lo immaginiamo così, come una corrente fredda e dorata che corre dalle spalle alle mani. Inerti. 

Calchiamo o sfioriamo. È una questione di ritmo. Abbiamo sempre saputo come si fa, a tenere il tempo. Una volta eravamo la misura di tutte le cose. Definivamo distanze e altezza, durata di verso e di nota; l’intensità di un suono. 

Prima che il filo venisse reciso, parlavamo. Le teste erano sotto i nostri palmi. Ascoltavano. 

Poi, il filo: e quanto si dice uomo si ritirò verso l’alto, quanto si dice bestia piombò verso il basso.

Siamo stati ridotti al rango di servi; servi sciagurati, perché comandati da padroni ciechi. 

Sulle scogliere, però, qualcuno danza ancora. Nelle piccole polle d’acqua rimangono impresse le figure che tracciamo. Lo fa senza accorgersene, senza che nessuno se ne accorga. Sono i nostri spiragli di libertà: una vita in catene, solo per attendere momenti come questo. Durano poco, ma sono sufficienti, per noi. Che non abbiamo mai rimpianti: non possiamo muoverci se non in avanti. Quando siamo noi a danzare, e non la testa, facciamo cambiare la pelle. Togliamo protezione, proprio nell’istante in cui ci sentiamo più sicuri. Ingannare non è la nostra colpa; è la nostra vocazione.

Denti

di Livia Del Gaudio

Gli incisivi inferiori: spuntati a distanza di un giorno l’uno dall’altro (A sette mesi Anna è una neonata tranquilla che tocca ogni cosa: ha iniziato a gattonare e succhia con gusto pezzetti di mela). 

Gli incisivi – superiori e poi laterali –: cresciuti secondo tabella. 

Il primo anno e mezzo di Anna si chiude su un canino appuntito, insieme a suoni nei quali si intuisce il linguaggio.

I problemi arrivano con il molare superiore. Anna non dorme, la madre neppure. Il nuovo dente gonfia le gengive, fatica a uscire, sembra più grande della bocca. Anna piange, la madre la culla. Passano la notte sul divano. Alla televisione c’è un documentario su Francis Bacon: l’audio è basso, le parole non si distinguono, ma per diversi minuti l’immagine è ferma sul Trittico. La madre lo guarda.

Passano i mesi, i molari continuano la loro eruzione. La madre ha un nuovo lavoro, Anna inizia il nido. In un negozio dal marchio francese comprano un doudou con la testa di plastica biologica: Anna lo stringe fra le mascelle. Sul treno, nel tragitto che la porta in ufficio, la madre legge un saggio di pittura. Nel capitolo dedicato a Bacon ritorna l’immagine del Trittico. La madre lascia un biglietto tra le pagine.

A due anni e mezzo i capelli di Anna sono diventati scuri, gli occhi hanno perso ogni sfumatura blu, al parco la gente si stupisce che siano madre e figlia. Anna ha un difetto di pronuncia. Il problema sono i denti: il pediatra consiglia una visita specialistica. Il dentista prescrive un bite per il bruxismo, esorta ad aumentare l’attività aperto, fa alcune ipotesi ma alla fine ritiene che sia meglio aspettare. 

La dentizione decidua completa il suo ciclo entro i trentatré mesi di vita. Venti denti. Anna ne ha ventidue. Le maestre chiedono un colloquio. Comprendono il problema, ma a tre anni non permettono più che i bambini portino in classe ciuccio o doudou: li tengono in una scatola e li distribuiscono all’ora della nanna. Consigliano che a casa si faccia lo stesso. Sul treno smette di leggere, e comincia a disegnare.

Adesso la madre è seduta accanto al finestrino e guarda fuori. La campagna, l’orizzonte, il recinto degli asini. A guardare bene, il panorama non è mai lo stesso. Le foglie si muovono. La terra cambia colore. La ripetizione è ritmo, come il respiro. Sulle sue ginocchia c’è l’album: è arrivata alle ultime pagine, presto lo dovrà cambiare. Sui fogli lo stesso soggetto: Tre Studi per Figure alla Base di una Crocifissione, ovvero il Trittico di Francis Bacon. A una prima occhiata, quelle creature senza occhi che mostrano i denti sembrano mostri. Ma se si resta fermi a guardare, dopo un po’ succede qualcosa. L’attenzione passa dalla figura alla curva. I volti deformi smettono di fare paura. E dentro le bocche spalancate e urlanti, i denti non sono altro che luce.

Schiena

di Sara Mazzini

Montréal, 1976: Nadia Comăneci ha quattordici anni. Il mondo non si è ancora abituato alle atlete ragazzine. Fino agli anni Sessanta le ginnaste sono state donne adulte, con corpi di donne, sulla ventina, non di rado accompagnate dal cognome del marito. Ma i rumeni hanno scoperto che le atlete ragazzine hanno fisici leggeri e sono in grado di sperimentare acrobazie ritenute impensabili. Soprattutto, sono prive di paura. Nadia è stata addestrata da un ex pugile, Béla Károlyi, e dal regime comunista, che l’hanno cresciuta aggressiva e competitiva, forte nel corpo così come nella mente. Eppure, al suo esordio sulla scena olimpica la sua figura minuta colpisce soprattutto per la grazia e il candore. Nadia ha guance piene da bambina, una frangetta sistemata in casa e un nastro bianco tra i capelli che la fa somigliare all’eroina di qualche cartone animato o di uno sceneggiato per famiglie ancora da venire: Hilary la promessa della ginnastica ritmica, ma anche Super Vicki. Con quest’ultima ha in comune l’espressione da robot – Nadia non sorride mai, e a chi le chiede la ragione risponde: «sto pensando al mio esercizio». Una sequenza fissa di figure regolamentari a cui si diverte ad aggiungere sempre qualcosa: un avvitamento non richiesto, un salto non previsto, una ripetizione in più del necessario. Vuole trovare il proprio limite, ma questa è un’impresa in cui non riuscirà mai. Non crede che per essere ginnasta occorrano specifici attributi: neanch’io, dice, sono nata su una trave. Il suo segreto è nella disciplina e nel duro lavoro. La ginnastica artistica si compone di quattro specialità, di cui tre sono basate sulle gambe: per questo, le parallele asimmetriche sono tutta un’altra storia. Occorre acquisire un livello di forza e di destrezza tali da scoprirsi in grado di fare cose che alla maggior parte della gente sembrano impossibili. Nadia sa che se cerchi di controllarle, piuttosto che affidarti all’oscillazione, le parallele possono dominarti. Si deve lavorare con le sbarre piuttosto che contro di esse: il controllo necessario è sul proprio corpo. Quando devi passare dall’una all’altra sbarra, e ti ritrovi nel mezzo, non sei in nessun posto: allora stai volando. È una facoltà, quella del volo, che si acquisisce quando il corpo e la mente si trovano in perfetta sintonia: è qui che alcuni corpi umani sviluppano le ali. Negli anni Settanta l’Unione Sovietica è la grande favorita, ma Nadia è determinata a vincere. È l’ultima della sua squadra a esibirsi; l’atleta che l’ha preceduta ha ottenuto un 9.9 e non c’è più spazio di manovra per i giudici. Per Nadia è la sfida della vita: perfino in una competizione tanto importante vuole azzardare qualcosa di più. Vuole sfidare la giuria, così aggiunge un elemento sull’uscita. Quando l’atleta si separa dall’attrezzo per atterrare, il corpo deve essere perfettamente dritto; ma cosa si può fare più del dritto? Nadia improvvisa e si stacca dalla sbarra con la schiena incurvata all’indietro, le braccia spalancate oltre le spalle, per simulare il volo di un uccello. Sul tabellone olimpico non ci sono lampadine a sufficienza: nessuno ha mai ottenuto il massimo punteggio e la Federazione Internazionale ha preferito risparmiare. Ma non ci sono dubbi: quell’1.00 è in realtà un 10.

© Rowan Romeiro

Let the body talk

Feet

by Aurora Dell’Oro

Translation by Elisa Bonfanti

We press and rub. We create friction, just enough to feel. The venous return calms the heart before it calms the brain. The peripherical nervous system flickers. This is how we imagine it, as a cold golden stream that runs from the shoulders to the hands. Motionless. 

We tread and touch, it is a matter of rhythm. We have always known how to do it, how to keep time. We were once the measure of all things. We used to measure distances and height, the duration of a verse and of a note: the intensity of a sound. 

We would talk before the thread was cut. Heads were under our palms. They would listen. 

Then, the thread: whatever calls itself a man moved upwards, whatever calls itself a beast fell.

We came down to being servants; we were miserable servants since we were ruled by blind patrons. However, someone is still dancing on the cliffs. The figures we trace remain in the little water springs. It does it without realizing it, without no one realizing it. Ours are glimpses of freedom: a lifetime in chains just to wait for moments like this one. They do not last long, but they are enough for us. For us, since we never have regrets: we cannot move other than forward. When it is our turn to dance, and not the head’s, we make the skin shed. We take away the protection, in the exact moment when we feel safer. To deceive is not our fault, it is our calling.

Teeth

by Livia Del Gaudio

Translation by Aurora Dell’Oro

The inferior front teeth: sprung just one day apart from one another. (During her seventh month Anna is a quiet newborn who touches everything: she’s started to crawl and she sucks tastefully little apple pieces). 

The front teeth – superior and then lateral-: growing according to the schedule. 

Anna’s first year and a half ends with a pointed canine tooth and with some sounds one may recognize as some sort of language. 

Issues are coming along with the superior molar. Anna doesn’t sleep, nor does the mother. The new tooth is swelling the gums, it is struggling to come up, it seems to be bigger than the mouth. Anna cries, her mother cradles her. They spend the night on the sofa. On TV there’s a documentary about Francis Bacon: the audio is low, it’s hard to hear the words, but for a few minutes the image stops on the Triptych. The mother is looking at it. 

Months pass by, the molars keep on erupting. The mother has a new job, Anna starts kindergarten. In a shop owned by a French brand they buy a doudou made of bioplastic: Anna squeezes it between her jaws. On the train, along the way to the office, the mother is reading an essay about painting. In the chapter on Bacon the Tryptic comes back. The mother puts a ticket between the pages. 

At two and a half years Anna’s hair has become darker, her eyes have lost their blue nuances, at the park some people can’t believe they are mother and daughter. Anna has a speech impediment. The teeth are the cause: the pediatrician suggests some specialistic examinations. The dentist prescribes a bite for grinding teeth, he urges them to increase their activities in the open, he makes some hypotheses but at the end he thinks it would be better to wait. 

The deciduous tooth fulfills its cycle by the thirty third year of life. Twenty teeth. Anna has got twenty two. The teachers ask for an interview. They understand the problem, but at three years old they don’t let kids bring the soother or doudou into the classroom. They keep them in a box and they hand them over when it is time for a nap. They advise us to do the same at home as well. On the train the mother stops reading and starts to draw.  


Now the mother is sitting beside the window and she’s looking out. The countryside, the horizon, the donkeys’ enclosure. The view is never the same, to look well. The leaves are moving. The earth is changing its color. Repetition is rhythm, as is the breath. On her knees there is the sketchbook: she’s got to its last pages, she’ll have to take another one very soon. On the pages the same subject: Three Studies for Figures at the Bottom of a Crucifixion, or the Tryptic of Francis Bacon. At first sight those eyeless creatures showing their teeth seem to be monsters. But if you stay still looking closely, something happens after some time. The focus goes from the figure to the curving line. The deformed faces aren’t frightening anymore. And inside the wide open and shouting mouths the teeth are nothing else than light.

Back

by Sara Mazzini

Translation by Elisa Bonfanti

Montréal, 1976: Nadia Comăneci is fourteen years old. The world is still not used to teenage girl athletes. Up until the 1960s, gymnasts were adult women, with their female bodies, they were around their twenties, and they usually had their husbands’ surname. 

However, Romanians found out that young female athletes have light bodies, and they can perform unimaginable acrobatics. And, above all, they are fearless. Nadia has been trained by a former boxer, Béla Károlyi, and by the communist regime that have raised her aggressive and competitive, strong both in the body and mind. 

Nevertheless, her petite figure stands out especially for her grace and candor on her debut. Nadia has childlike plum cheeks, a home-trimmed fringe and a white bow in her hair that makes her look like the main character of some cartoons or a family show that is yet to come. Hilary, the rhythmic gymnastics talent, but also Super Viki.

With the latter, she shares the robot-like expression. Nadia never smiles and, to those who ask her why, she answers: ‘I am thinking about the next exercise’. A fixed sequence of reglementary exercises to which she enjoys adding something every time. An unsolicited spin, an unscheduled jump, an extra repetition. She wants to meet her edge, but this is something she will never be able to do. 

She does not believe that you need specific features to be a gymnast: I was not born on a balance beam, either, she says. Her secret lies in discipline and hard work. Artistic gymnastics consists of four specialties and three of them are based on the legs. For this reason, uneven bars are a whole other thing.  

One has to acquire so much strength and finesse in order to be able to do things that look impossible to people. 

Nadia knows that, if you try to control them instead of relying on oscillation, the parallel bars can dominate you. One has to work with them and not against them: it is crucial to be in full control of your own body.  

When you have to move from one bar to the other and you find yourself right in the middle, you are nowhere, you are flying. Flying is a skill you acquire when both body and mind are in perfect harmony: it is exactly here that certain human bodies grow wings. 

In the 1970s the Soviet Union was the front-runner, but Nadia is determined to win. She is the last of her team to perform. The athlete who performed before her got a score of 9.9 and the room of maneuvre is limited for the committee. 

To Nadia this is the challenge of her life: even in such an important competition, she wants to dare something more. She wants to challenge the committee: hence she adds an element towards the end of her exercise. When athletes separate from the apparatus to land, their body must be perfectly straight, but what can you do more than that, more than being straight?

Nadia improvises and breaks off the bar with her back bent backwards, her arms wide open beyond her shoulders to mimic a flying bird. 

There are not enough light bulbs on the Olympic scoreboard: no one has ever obtained the highest score and the International Federation preferred saving up. Yet there are no doubts: that 1.00 is actually a 10.

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