La pazienza del corpo.

di Emanuela Canepa

[ITA] [ENG]

© Rowan Romeiro

Per tutta la vita il mio corpo è stato una casa rinnegata. Pensavo a lui come a un’appendice meccanica che non mi apparteneva. Concettualmente era un veicolo, un modesto mezzo di trasporto comprato d’occasione al primo levantino di passaggio, con l’unica funzione di portarmi in giro per il mondo. Un famiglio ubbidiente, forse addirittura un servo ottuso a cui affidare solo incarichi di poco impegno mentre io invece – e quando dico io mi riferisco a quell’istanza che identifico come la mia parte più vera, l’unica autenticamente legittimata a rappresentarmi – ho sempre vissuto a mio agio confinata tra le quattro pareti della mente. Con questo non intendo sostenere di essermi negata il genere di godimenti che solo il corpo ti concede di provare, perché non è così. Però erano comunque mediati, e duravano il tempo strettamente necessario ad attivare le terminazioni implicate, come se il corpo fosse il servizio in camera di un albergo che ti consegna una cena sontuosa. Senti bussare, ritiri il vassoio, e poi sbatti la porta in faccia al cameriere. Che se ne torni nei sotterranei da dove è venuto. Adesso che ha fatto il suo dovere non abbiamo più bisogno di lui.

© Rowan Romeiro

Feci un sogno, intorno ai trent’anni, che non ho più dimenticato. In parte perché rientra in quel ristretto numero di esperienze oniriche che tutti facciamo e che hanno il potere di penetrazione di una scheggia, e in parte perché mi capita raramente di sognare. O meglio: sogno, come tutti. Ma esercito un controllo molto potente su ciò che può superare la soglia della mia coscienza. Verso le cinque del mattino cala una saracinesca sull’attività onirica, e quando suona la sveglia circa un’ora più tardi tutto è stato diligentemente rimosso e sterilizzato. Lo so per certo perché le rare volte in cui mi capita per caso di svegliarmi spontaneamente con un certo anticipo, allora ricordo tutto. Ma non succede più spesso di un paio di volte l’anno. Ho un servizio di vigilanza interna molto efficiente. Non mi dispiacerebbe affatto liberarmene, se solo avessi idea di come riuscirci.

Nel sogno abitavo in un condominio montato su pilastri sottilissimi. Tutto lo sforzo per sostenere il peso dell’edificio era sopportato da cannule di cemento sopra le quali si stagliava un grosso palazzo di cinque o sei piani con terrazzi, piante rampicanti, e aggressivi rilievi in aggetto. Una ziggurat metropolitana. Una cosa che nella realtà fisica del mondo, quella assoggettata alla forza di gravità, non reggerebbe. Nessun peso di quel tipo potrebbe resistere su sostegni tanto esili. Ma esisteva per me, ed era il perfetto correlativo oggettivo della composizione della mia natura. La testa pesantissima occupava tutto lo spazio disponibile e colonizzava ogni manifestazione dell’esistenza vitale. Il resto, il mio corpo, non contava, stava lì per assolvere a una pura funzione di servizio di cui avrebbe potuto occuparsi chiunque al posto suo. Una roba da manovali, da energumeni, da guitti da circo.

Per molto tempo ho odiato il mio corpo in modo plateale, senza fare alcuno sforzo per nasconderlo. In superficie attribuivo tutta la responsabilità al fatto di essere distante da qualsiasi canone di bellezza, di garbo, di simmetria. Ma in profondità c’era un rifiuto manicheo legato alla natura stessa della sua essenza. Il corpo sarebbe tornato polvere. La mente era destinata ad evolvere di metamorfosi in metamorfosi fino a una forma superiore di coscienza. Per inciso credo sia una delle ragioni significative che ha determinato la mia passione per la lettura. Niente come un libro dissolve in una nuvola di atomi la sostanza di ciò che siamo per ricomporci su un altro scenario lontano dall’abitudine. La mente viene declinata altrove, e il corpo resta indietro a ruminare la biada.

In ogni caso, e qui soprattutto sta il punto, il mio corpo non ero io. Io stavo da un’altra parte, interamente risolta nella circonferenza della mente. Il resto era una funzione, un’appendice. Una cosa che mi portavo dietro ma che in nessun caso si sovrapponeva alla mia identità.

© Rowan Romeiro

Poi ho superato i cinquant’anni, con tutto quello che comporta in termini di perdita. Non credo esista nessuno che arrivi a questa fase della vita davvero preparato. Hai avuto sempre un corpo giovane, cosa vuoi saperne della vecchiaia? Ti manca l’esperienza sul campo.

Nel mio caso, avevo avuto fino ad allora un corpo giovane ed estraneo, certo, ma comunque in grado di fare lavori di fatica senza lamentarsi mentre io mi occupavo d’altro. Era facile dimenticarsi di lui. A un certo punto però mi sono accorta che non resisteva più come un tempo. Che occasionalmente sentiva dolore, rallentava, e i tempi di recupero si allungavano. E lì è successa una cosa che non mi aspettavo: in questa fenditura, quella tra il massiccio servitore di un tempo che trasportava pietre sulla schiena senza un lamento, e il portantino insicuro sulle gambe che oggi esegue le stesse funzioni strascicando i piedi, si è insinuata una tenerezza imprevedibile. Ogni tanto non posso fare a meno di fermarmi e guardarlo. Gli faccio domande. Lo ascolto. E pensare che fino a poco tempo fa quasi non conoscevo nemmeno il suono della sua voce. Gli chiedo: stai bene? E lui mi risponde sempre con amore.

© Rowan Romeiro

Certe volte ci fermiamo a un angolo di strada e sediamo uno accanto all’altro. Non posso dire di avere imparato a coincidere con lui. C’è ancora distanza, non siamo una cosa sola. Ma di sicuro è cambiata la gerarchia dei nostri rapporti. Non ci sono più uno che comanda e un altro che ubbidisce. Piuttosto sembriamo due compagni di viaggio che al tramonto dividono il pane in silenzio. Ogni tanto mi prende un soprassalto di gratitudine.

Mi tornano in mente episodi del passato a cui all’epoca non avevo dato alcun credito. Ricordo certi discreti richiami alla prudenza – venivano da lui, lo sapevo anche allora, ma chi aveva intenzione di ascoltare un servo? – l’invito cauto e rispettoso a tenermi lontana da certe persone che riteneva pericolose e che a me invece piacevano molto. Non ascoltavo mai, mi sarebbe sembrato volgare. Però a volte mi capitava di svegliarmi come dopo un letargo, con la sensazione che qualcuno mi avesse portata via da una casa in fiamme un attimo prima del disastro. Ricordo che sentivo ancora l’odore di bruciato sulle punte dei capelli. Avrò sognato, pensavo. Un sogno vividissimo. E adesso invece mi chiedo se quelle non siano le volte in cui è stato lui a portarmi in salvo mentre io ero priva di coscienza, stordita dal dolore, senza pretendere nulla al mio risveglio.

Una creatura che abbia subito quello che gli ho fatto passare io, secondo me, dovrebbe portare più rancore. Ammalarsi, magari, che è un modo abbastanza esplicito per far salire in superficie la verità, ed è anche una lingua che i corpi parlano correntemente. Lui però, a parte qualche occasionale acciacco compatibile con l’età, non prova rancore. Sento che mi resta vicino volentieri.

Sono io, invece, che ogni giorno che passa provo più vergogna per quello che ho fatto. Non l’ho mai ringraziato, e ho speso invece un tempo lunghissimo a sottolineare la sua inadeguatezza, a misurare la distanza fra lui e il canone col metro da carpentiere, a insolentirlo e disprezzarlo.

Allora mi sono messa a fare calcoli. Sulla base dell’età che ho, se la fortuna mi assiste, mi restano all’incirca venticinque anni da vivere. Trenta, se proprio mi dice bene. Mi pare un periodo di tempo ragionevole. Mi piacerebbe riuscire a colmare lo spazio che resta da percorrere. Vedere se io e lui ce la facciamo ad annullare la distanza che ancora ci separa.

© Rowan Romeiro

Sento che sarebbe bello, e profondamente giusto. C’è qualcosa di perfetto e circolare nell’unione tra due istanze accoppiate a caso che si incarnano in un unico essere senza avere niente in comune, e che arrivano alla fine del percorso lasciando la terra fusi in una condizione di perfetta unità. Mi piace l’idea che l’evoluzione dell’universo sia un progressivo franare di barriere in cui ogni creatura si fonde nell’altra annullando le differenze e guadagnando a ritroso lo spazio e il tempo fino a tornare alla perfetta coscienza indivisa che è all’origine del cosmo prima della grande esplosione. Significherebbe che abbiamo imparato qualcosa. E che magari al prossimo giro di giostra faremo meno fatica, proveremo meno tristezza. Saremo, l’uno per l’altro, quello che è sempre mancato.

© Rowan Romeiro

Emanuela Canepa è nata a Roma dove si è laureata in Storia Medievale, e vive a Padova dal 2000. Lavora come bibliotecaria per l’università dove si occupa di assessment in psicologia. Nel 2017 ha vinto la XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo L’animale femmina, pubblicato da Einaudi Stile Libero ad aprile del 2018. Nel 2020 è uscito il suo secondo romanzo, sempre per Einaudi Stile Libero, Insegnami la tempesta. Nel 2021 ha partecipato con un suo racconto alla raccolta Hotel Lagoverde curata da Gianluigi Bodi per l’editore LiberAria.

The patience of the body

by Emanuela Canepa

Translation by Aurora Dell’Oro

For my whole life my body has been a disowned home. I considered it as a mechanical appendix which didn’t belong to me. In theory it was a vehicle, a mean of transport with no pretense bought for sale from the first passing-by Levantine. Its only reason to existence was to carry me around the world. 

It was an obedient domestic, perhaps even a silly servant which could just accomplish easy tasks. Whilst I – and when I say I, I mean that instance I recognize as the truest version of myself, the only one which could claim the right to represent me – I have always lived at ease among the four walls of the mind. 

That said, I do not intend to claim that I denied to myself the kind of pleasures only the body can provide, as it is not so. They were provided by something else, though, and they lasted just as long as it was necessary to activate the endings implied, as if the body was the hotel room service delivering you a superb dinner. You hear the knocking, you retrive the tray and then you slam the door in the waiter’s face. May he go back to the cellar from which he came out. He got his job done and we don’t need him anymore.  

I had a dream, around my thirties, which I haven’t forgotten. Partly because it belongs to that small number of oneiric experiences everyone has which are as sharp as a knife, partly because I rarely dream. Or, better to be said: I dream, like everybody else. But I control very strictly the borderline between the unconscious and the consciousness. 

At 5 a.m. a shutter lowers on the oneiric activity and when the alarm clock rings almost an hour later everything has been diligently removed and sterilized. 

I know it for sure, as the few times I wake up spontaneously, then I remember perfectly. It doesn’t happen that often, though, just twice in a year. I have a very efficient internal patrol. I would not dislike getting rid of it, if only I knew how to. 

In my dream I was living in a block built upon extremely thin pillars. Cement tubes held up the weight of the structure and upon them there was a huge apartment building of five or six floors with terraces, vines and aggressive protruded reliefs. A metropolitan ziggurat. In the real, physical world obedient to gravity such a thing wouldn’t stand up. Any weight of that kind could not endure upon such thin supports.

But it existed for me and it was the exact objective correlative of my natural composition. The heavy head occupied all the available space and colonized every manifestation of life. The rest, my body, doesn’t count, it was there just to absolve a mere service that could be done by anything else. A work for unskilled laborers, for  all-muscles men, for ham actors.  Apparently I gave the whole responsibility to the fact I didn’t fit into any beauty canon, neither to some kind of politeness nor harmony. But deep down there was a Manichean denial due to the nature of its essence. 

 The body would have turned into dust. The mind was meant to evolve, going through multiple metamorphosis until it would reach a superior state of consciousness. 

For instance, I believe this is one of the decisive reasons  which determined my passion for reading. 

Nothing like a book dissolves the substance of who we are in an atomic cloud, just to reassemble us in a far distant scenario. 

 The mind is reconstructed somewhere else and the body is left behind chewing the grass. 

In any case, and this is the point of the matter, my body was not me. I was somewhere else, completely absorbed in the circle of the mind. The remnant was a function, an appendix. Something I carried behind me without anything to do with my identity. 

Then I got past my fifties with all that is implied in terms of loss. I don’t think there is anybody who is really prepared for this life stage. You have always had a young body for all your existence, what do you suppose you know about aging? You lack experience on the field.

As for me, until that moment I had a young body which was a stranger to me, but it was able to do a certain amount of things without questioning, while I was keeping myself busy with something else. It was easy to forget about it. But at a certain point I noticed it wasn’t as strong as it was before. I became aware that now and then it was feeling pain, it was slowing down and it needed more time to gain a full recovery. And at that moment something I didn’t foresee happened: an unpredictable tenderness slipped in the crack open between the solid servant who carried stones on his back without uttering a word of complaint and the barrow boy unsure on his legs who accomplishes the same doings shuffling his feet.

Sometimes I cannot stop looking at him. I ask him a question. I listen to him. To think that, not long ago, I barely knew the sound of his voice. I ask him: Are you ok? And he always gets back to me with love. 

There are times we halt at the corner of the street and we sit down next to each other. I cannot tell I learned how to be him. Even now there is some distance between us, we are not the same thing. However the hierarchy in our relationship has changed for sure. There isn’t a master and a servant anymore. We rather seem to be two traveling companions sharing their bread at dusk. Sometimes a sudden sense of gratitude wins over me. 

Past events recur to me even if at the time I didn’t give them any credit. I remember certain discreet rebukes to carefulness – they came from him, I knew it even then, but who listens to a servant? – the cautious and respectful warnings telling me to keep at distance from certain people he judged to be dangerous but who I liked a lot. I’ve never listened to him, it would have seemed vulgar to me. But I happened to wake up after a hibernation, feeling like someone had taken me away from a house surrounded by flames, just a moment before the tragedy.   

I remember the smell of smoke on the tips of my hair. I was dreaming, I guessed. A very vivid dream. And now I wonder whether those were the times he had rescued me, while I was unconscious, made numb by the pain. He had never expected anything when I woke up.   

A creature vexed by the things I made him bear, I guess, should be more rancorous. He should get sick, perhaps, which is an explicit way to reveal the truth and it is also a language spoken fluently by the body. But he doesn’t feel any bitterness, leaving aside some occasional illness due to aging. I sense he stays beside me willfully.   

On the contrary, it is me that every passing day feels ashamed for what I have done. I have never thanked him. 

I spent a very long time emphasizing his inadequacy, measuring the distance between him and the ruling model with the carpenter’s ruler, injuring and despising him.

So I started to count. With any luck, I have twenty-five years left, judging by my age. Maybe thirty, if I’ll be very fortunate. It seems to me a reasonable amount of time. I would like to fill the space I’ll have to walk through. Just to see if we can erase the distance that is still keeping us apart.  

I can tell it would be nice and deeply fair. There is something perfect and circular in the union of two instances paired by chance which embodied themselves in just one being. They have nothing in common and yet they get to the finish line melted in a condition of perfect unity. I like the idea that the evolution of the universe is a progressive sliding down of boundaries. Every living being dives into each other setting aside every difference and gains in space and time with a retrograde movement. It can go back to the whole undivided consciousness which originated the universe after the great explosion. 

It would imply we learned something. And maybe at the next carousel ride we will struggle less, we will be less sad. We will be, for each other, what has always been missing.

Emanuela Canepa was born in Rome where she graduated in Medieval History. She’s been living in Padua since 2000. She works as a librarian at University and she’s into assessment in Psychology. In 2017 she won the XXX edition of “Premio Calvino” with the novel L’animale femmina, published by Einaudi Stile Libero in april 2018. In 2020 her second novel, Insegnami la tempesta, was still printed by Einaudi Stile Libero. In 2021 she took part with a short story to the collection Hotel Lagoverde, edited by Gianluigi Bodi for LiberAria.

Per Rowan Romeiro il femminile è creatura:  indistinguibile dal mondo vegetale che ne ricama la pelle e dalla terra che ne disegna le curve. Eppure non c’è carne nelle sue fotografie: la profondità sale in una superficie continua dove ogni piano sfuma nell’altro.

In un’estetica che richiama gli anni Cinquanta  – nelle acconciature, nel trucco, nell’uso di un bianco e nero in cui il contrasto è sempre smorzato  – l’artista ridefinisce l’iconografia sacra: lontana dalla Grande Madre quanto dalla Vergine, la donna si contamina con le dive del cinema e diventa lei stessa pellicola. Non è un corpo percepito in termini di massa fisica, ma è descritto attraverso la sua capacità sensoriale e di movimento; un corpo che in questo caso diventa punto di incontro tra chi guarda e il principio femminile che si offre allo sguardo. Lo sguardo non può che uscirne frustrato: perché il nostro tentativo di  intrusione nell’essenza di questa creatura si arresta bruscamente sulla superficie della sua pelle.

According to Rowan Romeiro the feminine is a creature: it is different neither from the vegetable world that embroiders her skin nor from the earth that draws her lines. And yet there is no flesh in her photographs: the depth rises to the surface where every part of her body interpenetrates into each other. Resuming an aesthetics which reminds the Fifties – as for the hairstyles, the make-up, the use of a delicately shaded black-and-white – the artist redefines the sacre iconography: far distant from the Great Mother as well as from the Virgin, the woman takes from the movie stars and she herself becomes a film. 

It is not a body perceived as a physical mass, but it is described through its ability to feel and move; a body that is the meeting point between the observer and the feminine principle which is offering itself to the gaze. The gaze cannot be but frustrated, because our attempt of intrusion into the essence of this creature stops abruptly on the surface of its skin.

Rowan Romeiro è uno spirito intenso e molto ambizioso. Fotografa analogica, filmmaker sperimentale, cattiva poetessa e una camminatrice solitaria. Dalla regione nordorientale del Brasile, con tutto il suo amore (e una buona dose di dolore).

Rowan Romeiro is an intense and very ambitious spirit. Analog photographer, experimental filmmaker, bad poet, and someone who walks alone. From the Northeast region of Brazil with all her love (and a lot of pain).

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