Dentini

di Francesca Mattei

[ITA] [ENG]

© Tito Ghiglione

Quella dell’orata che ho cotto al forno ieri sera non sono riuscita a mangiarla. Mi sembrava una carne oscena. A farmi impressione non sono stati gli occhi appannati o le squame viscide, ma i dentini che spuntavano da dentro la bocca, che sembrava appartenere a un essere vivo, oltre che vivente. Erano piccoli come quelli del mio gatto e candidi come quelli di un umano. Non avevo mai pensato ai denti dei pesci, prima di quel momento. Mentre la sollevavo dalla teglia per diliscarla, le minute labbra bianche si sono aperte, come per parlare. Ho lasciato cadere la spatola di metallo, che è rimbalzata sul ripiano in granito producendo un suono acuto e sporcando tutto di olio.

D’improvviso il mio cibo era diventato un grottesco mostro degli abissi. Prima di finire nel mio forno, era stato un animale guizzante come me e sarebbe presto diventato quello che anche io diventerò un giorno. Humus. Come me, possedeva denti che utilizzava per triturare le sue prede. Ironicamente, vedere i denti della mia preda mi aveva reso impossibile mangiarne la carne.

Ho pensato alla mia, di carne, a quando brucia per la febbre e a quando si espande e si ritrae per il respiro, come una marea. A quando la mano di qualche uomo la strizza tanto da farla diventare rossa nell’area in cui preme con le dita, e bianca tutto intorno. È bizzarro che etimologicamente la parola “carne” significhi tagliare. Mi sembra che se qualcuno mi aprisse adesso, dentro il mio corpo non troverebbe altro che dentini di orata.

Dalla finestra di camera mia si vede il cimitero. All’interno, di fronte a una marmorea cappella familiare, troneggia la statua in bronzo di una vecchia dal ghigno beffardo che regge una candela. Si sporge vivace verso il visitatore, con il busto prominente e le orbite lisce e nere. Non è minacciosa, piuttosto impaziente.

Senza vederti, la donna ti guarda e come un oracolo parla attraverso la frase incisa sul suo piedistallo.

“Suona l’ora di tornare a casa”.

Francesca Mattei vive in una piccola città al confine tra Toscana e Liguria. Alcuni dei suoi racconti sono apparsi su Verde Rivista, Narrandom, Clen Rivista, Voce del verbo, Malgrado le Mosche, SPLIT, Salmace Rivista, In fuga dalla bocciofila e nell’antologia “Vite sottopelle. Racconti sull’identità”, edita da Tuga Edizioni e in collaborazione con Reader For Blind. Il primo marzo 2021 è uscita la sua prima raccolta, “Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa”, per Pidgin Edizioni e ha da poco preso parte all’antologia “Human” edita da MoscaBianca Edizioni con il racconto “Nutrirla”.

Little white teeth

by Francesca Mattei

Translated by Elisa Bonfanti

I couldn’t manage to eat that baked sea bream last night. To me, it looked like a horrible piece of meat. I was not disgusted by its foggy eyes nor by its slimy scales, but its little white teeth upset me. They were coming out of its mouth that looked like one of an alive being, other than living. They were as small as my cat’s and as white as those of a human. I had never thought about fish teeth before that moment. While I was lifting it from the baking tray to debone it, its small white lips opened as if they wanted to speak. I dropped the metal spatula that fell on the granite countertops making a shrill sound and getting oil everywhere. 

My food had suddenly become a grotesque monster from the abyss. Before ending up in my oven, it had been a gushing animal like me, and he would soon become what I too will become one day. Topsoil. Just like me, it had teeth that it used to shred its preys. Ironically, seeing my prey’s teeth had made it impossible for me to eat its flesh. 

I thought of my flesh. I thought of it when it burns because of fever and when it expands and contracts when we breathe, just like a tide. I thought of it when someone squeezes your hand so much that it becomes red where the fingers press against it, while it is white all around. It is funny to think that the word ‘flesh’ etymologically means to cut. It seems to me that, if someone were to cut me open inside, they would find nothing but little sea bream teeth.

You can see the graveyard from my bedroom window. In that graveyard, opposite to a marmoreal chapel belonging to some family, a bronze statue of an old woman with a mocking grin holding a candle dominates. She leans towards the visitor lively; her chest is prominent, and her eye sockets are smooth and black. She is not threatening but rather impatient. 

Without seeing you, that woman looks at you like an oracle and she talks through the engraved sentence on her pedestal.

“It is time to go home”.

Francesca Mattei lives in a small town on the border between Tuscany and Liguria. Some of her stories have appared in Verde Rivista, Narrandom, Clean Rivista, Voce del Verbo, Malgrado le Mosche, SPLIT, Salamace Rivista, In fuga dalla bocciofila and in the anthology Vite sottopelle. Racconti sull’identità, published by Tuga Edizioni and in collaboration with Reader For Blind. On March 1 2021 his first collection, Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa, was released for Pidgin Edizioni and has recently taken part in the antology Human published by MoscaBianca Edizioni with the short story Nutrirla.

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