In tutto il mondo, non esiste bambino più bello

di Sara Verdecchia

[ITA] [ENG]

© Hernan Chavar

All’ingresso, appiccicato col nastro adesivo, c’è un cartello scritto a mano in una grafia tonda e consumata che dice di guardarsi bene dallo scalino. Chi bello vuole apparire, deve scendere sotto terra di un passo. La porta che si apre, il suono di uno scampanellio, i sensi che si accalcano nell’aria sigillata di quello spazio appena un poco emerso e chissà da dove, tre stanzoni ereditati da qualcuno che era morto con il nome già dimenticato. Anni prima, in quella parte del quartiere, i punti luce si erano estinti senza preavviso e il calore che li aveva attraversati si era disperso fino a rimanere nient’altro che il ricordo di una certa pace, impigliata nelle giunture delle ossa, nella mitologia dei sogni così costosi che a guardarli fino alla fine gli occhi si torcevano di sospetto. Il tradimento era ovunque, lo si respirava, aveva un suo odore vulcanico; stava nella distrazione fuori dalla visione periferica, nella strada che non si era mai percorsa. Persino nelle voci dei fratelli, che con l’occasione aperta diventavano infami e fuggitivi. La gente che lì c’era nata e vissuta, che poteva dire di appartenere, aveva deciso quasi di comune accordo che sarebbe stato troppo complesso aprire dei varchi nelle pareti di cemento armato – tanto più che le case sorgevano attaccate le une con le altre, e la mancanza di spazio aveva reso i caratteri rabbiosi, le mani sempre nelle risse, le parole abbaiate. Si sentivano circondati. Le paure, come i corpi, si premevano addosso e si incancrenivano a vicenda. Qualcuno disse di arrendersi e gli altri lo seguirono. Si lasciarono crescere nel buio pensando che le stelle avrebbero offerto luce a sufficienza, ma la città crebbe in altezza e il cielo si fece distante, erano pochi ad avere il privilegio di puntarci dentro gli occhi senza un’intenzionalità che richiedesse lo scatto del collo. Quelli che vivevano più in alto, dove l’atmosfera si faceva dipinta, costruirono dei giardini pensili per dare vita a nuovi ecosistemi, e a sorvegliarli misero delle statue di marmo a forma di cani aggressivi di dimensioni naturali – non si correva davvero il rischio che qualcuno di sgradito riuscisse ad arrivare fin lassù, ma quelli erano dei fedeli e veneravano la nozione di confine. Furono lasciati nei bassi coloro che più rassomigliavano agli animali notturni, attorno a loro nemmeno un filo d’erba e per le strade si ramificarono i fantasmi. Ogni tanto, si fermavano e guardavano verso l’alto con gli occhi dai quali sgorgava una pietà limpida, pregando che un boia immaginario concedesse loro grazia a sufficienza – volevano sopravvivere per arrivare a godersi il momento minuscolo in cui la vita li avrebbe esonerati. Una persona metteva al mondo un’altra persona, e la lasciava alla persona dalla quale era stata a sua volta messa al mondo, così di generazione in generazione, la promessa di un riscatto. Una serie di anelli passanti l’uno dentro l’altro. C’era quel momento però, prima che l’anello venisse fuso e incatenato agli altri, quel momento in cui si era fuori dalla fila, e quel momento era la giovinezza, ed era tutto quello che venisse loro offerto, l’unico momento in cui scoprivano che le gambe sapevano correre anche per qualcosa che non fosse la paura. Poteva essere una punizione, ma loro giuravano che ne valeva la pena. Con la fine della giovinezza, finiva la bontà, venivano istruiti a diffidarne, persino della propria – la propaganda mandava in giro la voce che erano i cuori teneri i primi a finire schiacciati. Vennero così al mondo queste creature che conoscevano il Sole solo grazie alle briciole di luce che lasciava cadere sull’asfalto, e non erano sicuri che fosse tepore calato dall’alto – non conoscevano la distinzione, iniziarono a pensare che fosse quello del magma che ribolliva incessantemente sotto di loro e che li rendeva furenti. Sentivano la vita come a una tragedia che resta sfiorata finché non decideva di schiantarglisi addosso. Il destino si gelò nei loro palmi e il futuro smise di scorrergli dentro. I bambini senza futuro sentivano i morsi della fame e la fame non andava mai via. Li faceva danzare di rabbia.

Vito è uno di loro. Vito che scende sotto terra di un passo ogni giorno da quando sua madre si è messa in carriera nel business del benessere estetico. Vito è un ragazzino che ha i capelli scurissimi tagliati dritti sulla fronte e rasati ai lati. Il suo cranio, visto da fuori, è un mistero di serrame, e anche i suoi occhi sono scurissimi, con la forma affilata – vicini e incassati, gli creano un’ombra attorno al naso che lo fa apparire sempre rabbuiato, teso in se stesso, le sue linee tutte inclini a restringersi verso quel buco nero di oscurità riflessa che è il fulcro del suo viso, la prima cosa di lui che si inchina verso il mondo. Guardandolo, si ha l’impressione che sia un pianeta culminato, la massima espansione ormai raggiunta, che sia cresciuto così tanto con l’intento sentito di potersi gustare un’implosione – la sua carne uno scintillio di viscere nel cielo notturno. Vito è cresciuto grasso e pensa che le persone lo stiano a guardare solo per cogliere a pieno le dimensioni di quella ripugnanza di cui si sente intessuto, l’unica storia che conosce è una prosopopea di cattiverie accanite. Da bambino, sua madre lo sentiva arrivare, sentiva l’intensità speciale dello scampanellio quando era lui a strattonare la porta, e gridava alle ragazze nel salone di trarre in salvo tutti gli oggetti delicati e di abbellimento che quel suo figlio grasso avrebbe potuto distruggere con i suoi passi maldestri. Oggi Vito ha scelto di essere diverso, ha una specie di missione da compiere prima di restare incatenato. Un ultimo tentativo prima di arrendersi.

Entra nel salone della madre e procede in linea retta, senza esitare, tra le postazioni delle ragazze in divisa rosa. Davanti gli si dispiega un percorso familiare: crema per le mani al burro di cocco, cera calda e filante che riluce sotto le barre al neon, le figure negli specchi alle pareti che si muovono senza sosta, le risa sguaiate delle donne in fila coi piedi immersi nella schiuma di acqua e sapone. Saluta coi cenni del mento quelle che lo chiamano Tesoro da quando ha cominciato a opporsi alla sua goffaggine e ha smesso di lasciarsi alle spalle i frantumi dei campioncini di profumo in omaggio. In una delle postazioni alla sua destra, c’è una ragazza di nome Imma che sta usando una fresa per rimuovere uno spesso strato di smalto verde lime dalle unghie di una ragazza che le offre le mani come se appartenessero a un fantoccio di pezza. Imma le torce e le maltratta gli arti, una nuvola di polvere si solleva quando la fresa si abbatte sulle unghie e il viso di Imma ci si perde dentro, la sua voce proviene da lontano mentre racconta di una dieta liquida che sta seguendo e che da tredici giorni le ha cambiato la vita per sempre. La ragazza che si sta facendo manipolare non presta alcuna attenzione, non appena la storia della vita cambiata per sempre si esaurisce, dice che sull’unghia dell’anulare sinistro vuole che venga scritto Tony, il nome dell’uomo di cui è innamorata e che ora è lontano, ma che le ha giurato sarebbe tornato da lei. Vito si sofferma a pensare all’amore devoto, un tipo di sentimento che non svanisce e che non può essere consumato, che non finisce dato alle fiamme. Forse ha intravisto l’amore in una foto di sua madre minorenne che sorride e posa col pancione. Accanto a lei, in piedi con aria seria, un ragazzino sottile la avvolge con entrambe le braccia. Questo ragazzo Vito non lo ha mai conosciuto. Dopo che la foto è stata scattata, il ragazzo è uscito dall’immagine e sua madre è rimasta ferma a perdere perle di lacrime dagli occhi, perle che sono rotolate sul pancione e finite ovunque, si sono infilate tra le fessure delle assi del pavimento, sotto al letto, sotto ai mobili di legno chiaro per cui sua madre e la madre di sua madre avevano tanto insistito – il sogno era quello di una casa che creasse la propria luce. La casa fu presto invasa dalle perle di lacrime e divenne impossibile abitarla senza scivolare e perdere l’equilibrio di continuo. Anni dopo, sua madre gli confidò che quel ragazzino non sarebbe stato un padre cattivo, se solo fosse riuscito a mettere la testa a posto, se non avesse sempre voluto scendere in strada a fare niente. Quel niente per Vito divenne l’alternativa migliore a se stesso.

Vito entra nella stanza dell’epilazione, sul pavimento ci sono peli di sconosciuti e lui cerca di non posarci sopra le scarpe. Sua madre è seduta su uno dei lettini e ha gli occhi immersi nello schermo del telefono, sta guardando il video di una ragazza a cui vengono tagliati i capelli con un colpo netto di ascia. Vito resta in silenzio, segretamente spera che la sua presenza possa fuggire – ogni notte sogna il dono dell’invisibilità, del piacere di avere il corpo e i pensieri inosservati. Oggi però si trova lì perché deve riuscire a dire almeno una parola, deve fare una richiesta. La richiesta è Aiuto, o Sistemami, o Sbruttiscimi, e deve avanzarla prima che il Sole si sia spento, prima che scatti l’ora dell’incontro e che accada quello che lui sogna di far accadere da quando ha scoperto che ne esiste la possibilità – la possibilità ha un nome e una barba che ingrigisce, ha una lingua, e una saliva che lui pensa potrebbe essere un’esplosione di dolcezza, come una spolverata di zucchero a velo caldo su un dolce con l’interno cremoso. Finalmente sua madre lo sente vicino e gli chiede cosa cerca. Un tempo era bella, nella foto con l’idea dell’amore era stata bellissima, poi aveva deciso di volersi trasformare e ogni giorno c’era un dettaglio della sua figura che spariva e veniva rimpiazzato da un dettaglio che aveva visto altrove, nei corpi delle donne che potevano prendere il Sole. Aveva cominciato col naso, le sue narici avevano due fori asimmetrici. Diceva che trasformarsi è l’unico modo di sopravvivere e che avrebbe dovuto chiamarsi adattamento. Alla fine di ogni giorno di lavoro, il trucco le si scioglieva col sudore e si rifugiava nelle pieghe del collo che cercava di nascondere, la faccia smetteva di avere un colore uniforme e le chiazze lucide che si creavano la facevano apparire come una statuetta di cristallo affranto che è stata incellofanata dopo un primo grande urto, nella speranza di farle superare gli schianti futuri con le crepe ancora tutte inespresse. Le ciglia le diventavano secche di mascara e scricchiolavano quando le chiudeva per sospirare davanti a quella sua creatura grassa che l’aveva incatenata, quel corpo enorme che avrebbe dovuto amare per sempre e chiamare vita mia con l’inasprirsi delle prospettive – era un trucco per mantenerli distratti, la vita di ciascuno veniva spostata in un futuro sospeso. Creandolo, aveva finito di creare se stessa, e lo odiava senza sapere quanto e con che ferocia, e guardandolo crescere era arrivata a capire di lui solo le parti che riusciva a tollerare. A ogni trasloco, a ogni nuovo uomo, c’era il desiderio di una vita diversa, diversa migliore, diversa meno sofferta di rinunce. Sarebbe stato impossibile crescere un figlio con quei mezzi contati, con la casa resa inagibile dal dolore versato, e non impazzire. La stanchezza l’aveva spezzata in un modo che nessun adattamento sarebbe riuscito a sanare.

Prima di trovarsi al limite, lo aveva affidato alla donna che doveva pagare il riscatto, e Vito era finito un fagottino nelle mani di sua nonna – una donna tutta muscoli e desideri feriti che passava le giornate a fumare e a friggere cuori di carciofi, a riempire pizze di scarola, a cerchiare col pennarello le offerte delle macellerie dei discount. Così è successo che Vito è stato nutrito incessantemente ed esposto sin da subito all’olezzo del catrame, per essere tenuto placido – la nonna odiava vederlo danzare, lo riempiva sperando che la pienezza lo avrebbe stabilizzato. La rotondità la rallegrava, nelle linee sferiche c’era un accenno di accoglienza che nella città mancava. In tutto il mondo, non esiste bambino più bello, gli diceva, e gli offriva una caramella che lui scartava sperando che fosse del suo colore di gusto preferito. Rosso ciliegia. La lingua resa rossa e frizzante vista allo specchio lo faceva illuminare. Un animale che vuole rompere il guscio e venire al mondo, ma quel suo bozzolo di carne era inscalfibile, gli pesava addosso come l’aria che si respirava nelle strade senza luce. Si sentiva interrato.

Finché un giorno non ha scoperto che qualcuno poteva desiderarlo. Un uomo lo ha fermato mentre andava in motorino tra i vicoli squassati, attratto dalla sua pienezza, dall’estasi che può offrire un’abbuffata. Gli ha detto che voleva mangiarlo vivo. Che voleva venire masticandolo, squarciargli la pancia e tirarne fuori qualsiasi cosa e cominciare a masticare ogni organo mentre era ancora caldo di circolazione. Voleva portarlo in uno dei vicoli più bui e freddi, così che il calore del suo corpo lacerato sarebbe stato visibile, avrebbe generato una nebbia tiepida che li avrebbe avvolti e fatti sentire al sicuro.

Vito si rivolge alla madre Mettimi qualcosa in faccia, qualcosa per mandare via i brufoli

La madre si rivolge a Vito Neanche i miracoli funzionano così

Devi impegnarti di più

Devi prendere la mira con gli occhi cattivi

Vito si rivolge alla madre  Voglio solo sentirmi la faccia pulita

La madre esce dalla stanza, i pensieri le hanno preso una deviazione sul farsi strada nel mondo con quello che si è. Torna poco dopo con un tubetto di lozione purificante. Dice a Vito di sedersi sul lettino e gli passa una mano sotto al mento, per sollevarlo verso la luce artificiale e studiargli la faccia con cura. Si versa un po’ di crema sul palmo e la raccoglie con i polpastrelli, la scalda, la fa diventare quasi liquida e comincia ad applicargliela sul viso. Dalla fronte verso le tempie, dal naso verso gli zigomi, dal mento verso le guance, ripete questi movimenti e a ogni tocco le dita si fanno più forti, scavano più a fondo.

Quando l’uomo gli ha detto quello che voleva da lui, Vito ha avuto paura, ma questa paura era nuova, era eccitante e meravigliosa, e lui ha pensato che forse era l’occasione che aspettava, il momento in cui avrebbe potuto scoprire cosa si nascondeva dentro tutte quelle membra inspessite. Ha pensato alla saliva dell’uomo che si mescolava al suo sangue, un fluido nuovo e viscoso che gocciolava via, le vene che si alleggerivano. Gli avrebbe chiesto di descrivere il sapore della sua carne e il sapore sarebbe stato Ciliegia. Finalmente si sarebbe sentito aperto e liberato. Gli avrebbe chiesto di andare quanto più a fondo che poteva, di mettergli entrambe le mani dentro e smuovere tutto quello che era rimasto fermo fino a quel momento. C’era qualcosa da cercare lì in mezzo, qualcosa a cui non sapeva dare un nome. Nemmeno Dio sa cosa accade dentro le sue creature, la violenza con cui la pianta espelle il suo seme. Quando sarebbe stato estratto dai suoi intestini, lui lo avrebbe capito subito. Avrebbe potuto dirsi rivelato. Messo in scena.

Vito percorre i tre stanzoni a ritroso, la pelle del viso gli luccica, si sente unto ed eccitato. Cammina verso la sua trasformazione. Di nuovo lo scampanellio e poi il cielo che si scurisce. Si ferma in uno dei baretti del centro e compra una birra in bottiglia da due euro, la tiene in equilibrio sul cruscotto del motorino mentre corre per le strade gremite. Gli occhi dei santi macilenti lo osservano dai loro altarini e le candele si sciolgono tra i fiori di plastica. Un uomo vestito di stracci colorati, con la voce ubriaca, promette che per una sola moneta farà sparire il malocchio per sempre. In pochi minuti, Vito si avvicina al mare, i palazzi diventano altissimi e hanno tutti dei balconi che si affacciano verso le luci dei paesi vesuviani. Vito fiancheggia le onde che sbattono sugli scogli e degli schizzi di acqua salata gli piovono addosso. Gli piace la sensazione dei lampi di freschezza sul petto. Con uno scatto del collo guarda verso l’alto. Non ci sono stelle sul golfo.

Sara Verdecchia è nata in Abruzzo nel 1997. Collabora con la rivista Split di Pidgin Edizioni. Vive a Napoli e manifesta una crescente insofferenza per le scalinate.

In the whole world, there isn’t a more beautiful boy

by Sara Verdecchia

Translated by Aurora Dell’Oro

In the entrance there is a sign, glued on the wall with pieces of adhesive tape, written in rounded and worn-out letters. Mind your step, it tells. Who wants to look nice, must take one step under the ground.  

The opening door, the sound of the ringing bell, the confused sensations in the sealed air of that space emerging just a little above the surface level – and who knows where it comes from. Three big rooms inherited from some dead whose name has already been forgotten.  

Years before, in that area of the block, the light spots had vanished  without a warning and their warmth had scattered. They left the memory of a peaceful feeling, trapped in the bones’ joints, in a mythology of dreams so expensive that, if one looked closely at them, he would avert his eyes  in distrust. 

The betrayal was everywhere, it could be smelled everywhere, it had its own volcanic scent. It dwelt in the distraction outside the peripheral vision, in the road that was not taken. Even in the brothers’ voices, who seized the chance for becoming infamous and evasive. Those who were born there, who lived there, who could claim their belonging, stated almost unanimously that it would be too hard to open some passages into the walls of reinforced concrete. Moreover the houses were very close one to the other and the lack of space enraged the personalities, the hands always busy with some brawl, the words barked. They felt besieged. The fears pressed and mortified each other, just like the bodies. Someone suggested they should surrender and the others followed him. They grew up in the dark, thinking that the stars would have given enough light, but the city sprang up in height and the sky became distant. Only a few of them had the privilege to look at it unintentionally so that their neck didn’t have to twitch abruptly.

Those living in the upper part of the city, where the atmosphere was as it were painted, built vertical gardens to create new ecosystems. Marble statues in the shape of real sized, aggressive dogs took on guard. No chance that someone unpleasant could climb up there. Notwithstanding they were loyal to the ideal of the Border. 

Those who resembled most the nocturnal animals were left in the slums. Around them there was no grass and in the streets the ghosts branched out. Now and then they stopped and looked up above with eyes crying clear piety, praying for an imaginary hangman to be merciful enough – they wanted to survive to enjoy the tiny instant when life would have relieved them. 

A person would give birth to another person and then would leave the child to the one who had given life to her, and so on, from one generation to another, the promise of a redemption. A chain of intertwined rings. There was a moment, though, before the next ring was melted and enchained with the others – in that moment you weren’t in line. That moment was youth and it was everything they were given and it made them understand that the legs knew how to run even not out of fear. It could be a punishment, but they swore it was worthy. When the youth was coming to an end, goodness ended too, they were taught to be wary of it, even if it were their own – the voice of the propaganda was telling that the tender hearts were the first to be squashed. 

These creatures came to the world knowing the Sun only because of the  crumbs of light fallen to the pavement. They weren’t even sure it was warmth descended from above. They couldn’t tell the difference, they came to think it was produced by the magma which was constantly boiling over beneath them and it made them furious.  They felt as if life were almost a tragedy, as long as it didn’t decide to crush on them. Destiny froze into their palms and the future ceased to run through them. The children with no future were bitten by hunger and the hunger wouldn’t go away. It made them dance in rage.

Vito is one of them. Vito who goes underground a step at a time everyday since his mother has started a business into the wellness field. 

Vito is a boy with very dark hair, straight on the forehead and shaved on the sides. From the outside his skull is a mystery of locks and his eyes too are the darkest, sharp shaped – close to each other and built-in, they cast a shade around the nose making him always looking gloomy and taut. His lines shrank in that hole of reflexed darkness which is the center of his face, the very first thing of him which bows in front of the world. Looking at him, one has the impression that he is a planet at its highest point which has reached the maximum grade of its expansion. He has grown so much moved by the explicit aim of enjoying an implosion – his flesh shines sparkles of entrails under the nocturnal sky. Vito has grown up fat and he thinks that people stare at him to fully understand the dimensions of the disgust he imagines to have been loaded with. The only story he knows is a prosopopoeia of inveterate malignities. When he was a child, her mother heard him coming, she heard the special intensity of the ringing when it was him who shoved the door and she used to yell at the girls in the saloons, ordering them to save all the fragile objects voted to the embellishment of the clients, because her fat son could destroy them with his goofy steps. But today Vito is choosing to be different. He has a kind of mission to accomplish before being enchained. A last try before surrender.

He enters his mother’s saloons and he walks straight through the stations    of the girls dressed in pink uniforms. He doesn’t hesitate. A familiar path unfolds in front of him: coconut butter hand cream, hot and racy wax glimmering under the neon lightning, the silhouettes in the mirrors on the walls ceaselessly moving, the coarse laughters of the women in line with their feet soaked in the foam of water and soap. He greets lifting with his chin towards the ladies calling him Sweetheart since when he has begun fighting against his goofiness and he has quitted leaving behind perfume samples torn to pieces. On his right, at one of the stations, there is a girl named Imma who is using a cutter to remove a thick layer of lime green varnish from the nails of a girl offering her hands as if they belonged to a rag puppet. Imma is twisting and mishandling her limbs, a cloud of dust arouses when the cutter hits the nails and Imma’s face gets lost in it, her voice comes from far away while she tells about a liquid diet she has been following for thirteen days and that has changed her life forever. The girl she is manipulating couldn’t care less. As soon as the story of her life- changed-forever ends, she says that she wants Tony written on the nail of her left annular. It is the name of the man she has fallen in love with and now he is far away, but he swore to her he would come back. 

Vito’s thought lingers on faithful love, a kind of feeling which doesn’t disappear and can’t be consumed and doesn’t end up burnt in flames.  

Maybe he had a glimpse of love in one of her mother’s photos. She was underage and she was smiling, showing her pregnant belly. Next to her a thin, serious boy was on his foot, hugging her with both his arms.  Vito has never met this boy. After the photo was shot, the boy left the picture and her mother stayed still crying pearls from her eyes. Those pearls rolled over her big belly and they got between the cracks in the floor laths, they went under the bed, the light-wooden furniture his mother and his mother’s mother had insisted on so much – they dreamt of a house making its own light. 

The house was soon invaded by the pearls of tears and it became impossible to dwell in it without slipping continuously. 

After some years, his mother told him that boy wouldn’t have made a bad father, if only he knew how to behave properly, if only he didn’t always want to go into the street doing nothing. 

For Vito that nothing became the best alternative to himself. 

Vito gets into the epilation room. On the floor there are the hair of strangers and he is trying not to walk on them with his shoes. His mother is sitting on one of the beds and she is staring at the screen of her phone. She is looking at the video of a girl who is having her hair cut with the neat blow of an ax. 

Vito keeps quiet. He secretly hopes that his presence can fly away – every night he wishes for the invisibility power, for the pleasure to have body and thoughts unseen. Nevertheless today he is there because he has to manage saying at least one word, he has to make a request. The request is Help, o r Fix me, or Make me less ugly, and he has to say it before the Sun goes down, before the meeting time, before it could happen what he is dreaming to make it happen since when he discovered that there is a chance – the chance has a name and a graying beard and has a tongue and saliva he thinks could be an explosion of sweetness, like a dusted of icing sugar on the top of a creamy tart. 

Finally his mother feels his presence and asks him what is looking for. Once upon a time she was beautiful. In the photo depicting the idea of love she had been beautiful, then she resolved to transform herself and everyday there was a detail missing in her appearance and that was replaced by another detail she had seen elsewhere, in the bodies of women who could bathe in the Sun. She had started from the nose, her nostrils had two asymmetrical holes. She used to say that change is the only way to survive and that it should be called adaptation. At the end of every working day, the make-up melted mixed with sweat and ran in the folds of her neck she was trying to hide. The face lost its uniform color and the shiny spots made her look like a sad crystal little statue which was shrink-wrapped after a first great crash, hoping to spare the future snaps to all the cracks still unexpressed. The eyelashes became dry with mascara and they creaked when she closed them in front of her fat creature who had chained her, the huge body she should have loved forever and call my life at the narrowing prospects – it was a trick to keep them inattentive, each life was dislocated in a suspended future. In making him she ended up making herself and she hated him without knowing how much and how fiercely and looking at him growing she got to understand just the parts of him she could bear.  At every move, at every new man, there was the desire of a different life, better different, with less suffering waivers. It would have been impossible to raise a child with such poor means, with the house made unusable by the pain poured down, and not getting mad. The tiredness has broken her so much that no adjustment would succeed in healing her. 

Before coming to the her limit, she trusted him into the arms of the woman who should pay the ransom and Vito ended in his grandma’s hands as a bundle – a muscled woman full of wounded desires who lived her days smoking and frying artichokes’s hearts, filling escarole pizzas and circling with a marker the sales at the discount butcher’s shop. So it happened that Vito was nourished continuously and exposed to the smell of the tar since he was a baby, so that he could stay placid – her grandma hated to see him dancing and she was filling him hoping that his fullness could make him steady. Roundness made her joyful, in the rounded lines there was a hint of welcomeness the city was lacking. In the whole world, there isn’t any boy more beautiful than you, she told him and she gave him a candy he unwrapped hoping it has the color of his favorite taste. Cherry red. At the mirror the red and sparkling tongue made him cheer up. An animal aspiring to break the shell and enter the world, but his flesh cocoon was unscratchable. It weighed on him like the air breathed in the lightless streets. He felt like he was buried.

Until one day he found out that someone could want him. A man stopped him while he was driving his scooter on the uneven alleys, attracted by his fullness and the ecstasy provided by a binge. He told him he would like to eat him alive. That he wanted to come chewing him, tearing his belly apart and pulling out everything in it and started chewing every organ while it was still warm with blood.  He wanted to take him in one of the darkest and coldest alleys so that the warmth of his lacerated body would have been visible, it would have conjured up a warm fog which would have embraced them making them feel safe. 

Vito calls on his mother Put something on my face, something to get rid of the pimples. 

The mother calls on Vito Miracles neither work that way 

You should try harder

You should get a clean shot with evil eyes

Vito calls on his mother I just want to feel my face clean 

The mother left the room, her thoughts took a detour about getting a name in the world and just being oneself. She comes back soon after with a  tube of purifying lotion. She orders Vito to sit down on the bed and she runs a hand under his chin to lift it up towards the artificial light and to carefully observe his face. She spills a bit of the lotion on her palm and gathers it with her fingertips, she warms it and turns it almost in a liquid and begins to apply it on Vito’s face. From the forehead to the temples, from the nose to the cheekbones, from the chin to the cheeks, she repeats these movements and at every touch her fingers are stronger, they dig deeper.

When the man told him what he wanted from him, Vito felt afraid, but this fear was new, it was exciting and marvelous and he thought this was the chance he was waiting for, the right time for finding out what was hiding inside those thickened limbs. He imagines the man’s saliva mixing with his own blood, a new and viscous fluid dripping down, his veins lightened. He would ask him to describe the taste of his flesh and the taste would be Cherry. At last he would feel open and free. He would ask him to go as deep as he could, to put both his hands inside him and move everything that had been still until that moment. There was something to look for down there, something he couldn’t give a name to. God neither knows what happens inside his creatures, the violent expulsion of the seed from the plant. When it would have been eradicated from his bowel, he would have felt it right away. He could say he was revealed. Brought onto the stage. 

Vito walked backwards through the three big rooms, the skin of his face shining, he felt greasy and excited. He is walking towards his transformation. The ringing again and then the sky gets darker. He enters one of the little bars in the city center and he buys one bottle of beer for two euros. He keeps it in balance on the dashboard of the scooter while he is running along the crowded streets. The eyes of the emaciated saints are staring at him from their tiny altars and the candles are melting among plastic flowers. A man dressed in colorful rags is promising in a drunk voice he will make misfortune disappear forever, just for one coin. In a few minutes Vito gets close to the seaside, the buildings are very high and all of them have balconies facing the lights of the Vesuvian towns. Vito flanks the waves beating on the cliffs and sprays of salty water rains on him. He likes the feeling of fresh lightning on his chest. He looks upwards with a sudden movement of the neck. The sky above the gulf is starless.

Sara Verdecchia was born in Abruzzo in 1997. She collaborates with Split magazine of Pidgin Edizioni. She lives in Naples and shows a growing impatience for the stair ways.

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