Del fallimento, ovvero la sottile arte dell’autoinganno. Ipertesto

un racconto di Antonio Russo De Vivo

© Lulù Withheld

Edgar Allan Poe

di Antonio Russo De Vivo

Lo dico subito: la musica per me è un ripiego. Canto malvolentieri, e solo perché non mi costa nessuna fatica. Se mi piaccia o no, non saprei dirlo e tutto sommato ha poca importanza. Nella vita, avrei voluto fare tutt’altro, e per la precisione, lo scrittore. Non è andata come avrei voluto, questo è ovvio, altrimenti ora sarei in giro per l’Italia a raccogliere i maggiori premi letterari. O anche premi minori ma ben pagati, per carità. Mi sarei accontentato. Purtroppo, nessuno mi ha mai detto: «Che bella storia, dovresti fare lo scrittore». Mi dicevano: «Come canti bene». Ma come ho già detto, a me di cantare bene non importava un bel niente. Io volevo scrivere.

A dieci anni, leggevo i tascabili economici di mia madre 100 pagine 1000 lire. Erano libri piccoli, di carta definita orgogliosamente “ecologica”, sul retro, e facile a ingiallirsi, la scrittura più o meno fitta a seconda della lunghezza della storia. Lessi Kafka, Strindberg, Wilde. Poi passai alla biblioteca economica da 2000 lire: erano libri meno piccoli, di carta “ecologica” facile sia a ingiallirsi sia a staccarsi. Classici. E i classici, si sa, sono tutti belli. E così iniziai a scrivere con quella scrittura forbita e museale che oggi definiscono “traduttese”. Storie di fantasmi e di altre cose inesistenti e agghiaccianti perché alla fine mi appassionai a Lovecraft e Poe. I miei amici collezionavano musicassette e cd, cantanti italiani e stranieri belli, fortunati con le ragazze, felici. Io no: volevo essere infelice come uno scrittore maledetto e scrivere per mettere paura: non so se avete presente il ritratto di Poe: così.

Iniziata l’università, io facevo lo scrittore su internet e contavo quante persone visualizzavano e commentavano le storie che pubblicavo nel mio blog. Il cuore rivelatore si chiamava. Le persone che leggevano non erano molte, in verità. I commenti, poi: nessuno. Allora mi dissi che il problema doveva essere che non conoscevo la gente giusta perché a scrivere sapevo scrivere, ero il migliore. Inoltre iniziavano a pubblicare, in quegli anni, cosacce sul sesso e scrivevano sempre più attori, politici, cantanti… persino i cantanti! Cosa da non crederci! E fu così che feci quello che già ai tempi facevano tutti quelli che, come me, volevano diventare scrittori: presi a frequentare le scuole di scrittura, che lì, si sa, si fanno contatti, e senza i contatti giusti, si sa, puoi essere anche più bravo di Poe ma nessuno ti si fila. Che era esattamente quanto accadeva a me.

E invece alle scuole di scrittura non facevano che parlare di tecniche di scrittura. I tre atti, l’arco di trasformazione del personaggio, il conflitto, il perturbante, e tanto altro che mi annoia solo a pensarci. «Se vuoi scrivere horror devi capire il perturbante», mi dicevano gli insegnanti. E vabbe’, cercai di capire questo “perturbante” leggendo il famoso Freud, ma poi mi accorsi che pure Freud non faceva che parlare di sesso e io mi arrabbiavo perché non volevo essere mica come quelle lì e quelli lì che vendevano un sacco di brutti libri sessuali. Io volevo essere uno scrittore serio, inquietante, maledetto. Io volevo essere Poe.

Sicché per una decina di anni ho frequentato corsi di scrittura. Chi insegnava mi diceva che avrei appreso la tecnica e che una volta appresa la tecnica allora sarei diventato scrittore. «Ci vogliono anche le storie, però» aggiungevano, «ma senza tecnica non si possono scrivere le storie, e noi siamo qui proprio per questo». E io allora cercai di apprendere la tecnica. Ma era una tortura, come mangiare cose odiose per una dieta equilibrata che ti rende figo e scolpito. Io figo e scolpito lo ero, eppure non facevo che mangiare cioccolata, patatine e affini. Junk food si dice oggi. Poi bevevo tantissimo – come Bukowski, come Poe –, e la pancia del bevitore mica ce l’avevo. Questo, appunto, è il talento: è una roba che non si insegna, il talento o si ha o non si ha.

Quando capii che le scuole di scrittura insegnavano e insegnavano ma non mi facevano entrare affatto in quel sistema di relazioni necessario a pubblicare, allora smisi. Da un giorno all’altro. Dieci anni buttati, oltre ai soldi.

Iniziai a andare a quante più presentazioni di libri possibile con malloppi di racconti che ci mettevo poco a scrivere perché appunto avevo talento, e nella prima pagina del malloppo mettevo l’indirizzo mail e il numero di telefonino. Compravo sempre i libri che venivano presentati, e mentre me li facevo firmare davo a scrittori e scrittrici i miei testi stampati a casa con ulteriore spesa di inchiostri per queste stampanti che erano così simili ai vampiri. Loro prendevano il malloppo e mi facevano quasi sempre l’occhiolino e sempre mi sorridevano. Io li odiavo tutti; io volevo diventare come loro. Volevo avere il potere di guardare lettori e aspiranti scrittori con un viso carico di promesse e felicità per poi dimenticarli la sera stessa tra birre e donne assai. Nessuno mi scrisse o mi chiamò mai.

Un giorno a una presentazione la scrittrice era bella e stronza, scriveva per pochi ammiratori, parlava di letteratura e altre cose pesanti e di difficile comprensione, sembrava si annoiasse lei stessa. Aveva un certo fascino, mentre parlava, devo ammetterlo. Ma appunto era stronza, tanto che dopo avermi firmato il suo libro prese i miei fogli, diede uno sguardo per un minuto o due, e poi mi disse «non sai scrivere, non perderci tempo». Io dovetti fare una di quelle facce terribili e disperatissime alla Poe perché la scrittrice fece lo sforzo di sorridermi pietosamente, non mi fece l’occhiolino ma mi porse un libro suo che aveva in borsa: «tieni, è il primo romanzo di Nick Cave, almeno questo ti piacerà davvero».

Io provai a farle notare che Nick Cave è un cantante, mica uno scrittore, ma la bella stronza stava già firmando altri libri.

E l’asina vide l’angelo. Lo lessi in pochi giorni. Dopodiché ascoltai le canzoni di Nick Cave. Canticchiai Nick Cave. Divenni il cantante di una cover band di Nick Cave. Iniziai a scrivere canzoni mie sempre per questa cover band e tutti mi dicevano quello che dicevano sempre mia madre e mio padre: «come canti bene». Solo che mia madre e mio padre aggiungevano: «perché insisti a scrivere?». Non credevano in me, proprio loro. E io volevo essere Poe, mica Nick Cave.

Quindi sono diventato abbastanza famoso e ieri ho firmato un sacco di autografi, una noia… Ieri ho firmato un autografo anche alla scrittrice bella stronza, che a distanza di qualche anno è diventata meno bella ma anche meno stronza perché mi ha detto con una certa dolcezza «sono una tua fan, mi piaci tanto». Il fascino però è rimasto intatto.

Per colpa sua non ho scritto più niente, per colpa sua non ho realizzato il mio sogno, dunque a vederla, ieri, ero ragionevolmente incazzato.

Le ho detto che anche lei a me è sempre piaciuta tanto e l’ho portata in camera d’albergo e ci ho fatto tutte quelle porcherie che scrivevano in quei libri anni fa quelle scrittrici e quegli scrittori che vendevano tanto e che io leggevo per capire perché quella roba vendeva e non l’ho mai capito.

Questa scrittrice non è una di loro, ha sempre scritto letteratura seria. Almeno fino a quando ha capito che con la scrittura se hai un certo tipo di talento puoi farci anche soldi, e lei, da come era vestita ieri prima che la mettessi a nudo, doveva aver sostituito il puro talento con quel certo tipo di talento che fa fare soldi. A colazione le dico che è una stronza e non sa scopare. Lei fa una faccia brutta e piange. Io le dico «a volte bisogna sbatterci la testa, sennò si credono cose che non esistono». In quel momento la scrittrice perde tutto il suo fascino, è solo una donnetta che si è fatta scopare e infinocchiare da uno che adora e le è andata pure bene che quel particolare lasso temporale di illusione e disillusione le è costata solo una serata della sua danarosa vita da intellettuale borghese radical-chic. Piangendo inizia a insultarmi ma io con la testa sono altrove, sto firmando un autografo a una fan più bella e più giovane di lei. Con pseudonimo ovviamente. Edgar Allan Poe.

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