Quel che resta di un viaggio

di Gaia Donati

© Pimar Ramos

L’anno che mi trasferii a studiare all’estero, impiegai quasi cinquanta ore per andare da Londra a Roma e rientrare a casa per le feste. Non tornare non era un’opzione, perché mio padre stava male e sembrava assurdo restare lontani in un momento in cui non potevamo più ignorare il conto alla rovescia della sua vita.

Qualche anno fa, quando il ricordo del dicembre 2010 era meno appannato e non si erano aggiunte altre esperienze climatiche fuori dalla media, era più semplice spiegare perché il mio viaggio fosse stato tanto lungo. Quell’inverno la Gran Bretagna diventò, per qualche giorno, una terra bianca e gelida che a un occhio geografico poco attento poteva sembrare una seconda Groenlandia. I primi a restare a terra furono gli aerei: l’aeroporto di Heathrow si trasformò in un bivacco caotico di persone spaesate, sospese in un limbo fatto di linoleum e musica classica nei bagni. Di rimpallo, i treni sotto la Manica furono presi d’assalto. E poi c’era il mare, per chi poteva e voleva considerare quella via.

Mi ero da poco ripresa da un’influenza e avevo visto la neve cadere inesorabile su Oxford, ma avevo comunque fatto i bagagli. Non volevo credere che potesse diventare impossibile lasciare l’isola prima di Natale. Non ricordo bene la conversazione con i miei genitori: immagino di aver detto loro che avrei trovato un altro modo di arrivare in Italia. So che tra i due mia madre era la più preoccupata. Ma quanto ti ci vorrà, se non riesci a prendere un aereo? E se resti bloccata da qualche parte a metà strada, non è peggio? Mio padre, smentendo la sua naturale inclinazione iperprotettiva, le disse – è convinta, sa quello che fa.

Due o tre anni prima avevo fatto un Interrail con il mio ragazzo dell’epoca: eravamo partiti da Roma e arrivati fin sulla costa ovest dell’Irlanda. In Europa le distanze sono gestibili, mi dissi, posso orientarmi: se riesco ad arrivare in Francia è fatta. Mi credevo sufficientemente esperta.

© Pimar Ramos

Puntai a Heathrow con l’idea di trovare un modo per far valere la mia prenotazione, e invece mi ritrovai in un’incarnazione – senza fango – del festival di Glastonbury: persone accampate ovunque tra zaini, trolley, cuscini per il collo e felpe usate come coperte. Non mi fu possibile neanche avvicinarmi ai desk al piano delle partenze. Non decollava nulla e no, non era un modo di dire. Primo errore strategico, pensai. Mi ritrovai a parlare con una ragazza che viveva a Londra e voleva rientrare in Ungheria per le feste. Come me, non contemplava l’idea di non tornare a casa sua. Entrambe avevamo sentito dire che i treni Londra-Parigi erano prenotati da lì fino all’eternità, però c’era il traghetto. Lei mi disse che il fratello le aveva proposto di arrivare fino a Calais e di proseguire via terra verso est mentre lui le andava incontro in auto. Ci rituffammo verso Londra e arrivammo alla stazione di Euston. In treno raggiungemmo il porto di Dover: nel tardo pomeriggio rividi i piccoli edifici di mattoni rossi e il grigiore diffuso, come in sospensione nell’aria ma meno soffice della nebbia, che all’epoca del mio Interrail ancora non sapevo essere entrambi caratteristici di buona parte dell’Inghilterra. La sala d’attesa per i passeggeri dei traghetti ricordava Heathrow. Non è buon segno, pensai. Non ricordo quando, ma persi di vista la ragazza ungherese e fui di nuovo sola.

Quando partii era già buio, e sperai che il mare non fosse troppo mosso. La prima volta che avevo preso quel traghetto, in direzione inversa, era estate e c’era il sole: avevo ammirato ‘le bianche scogliere di Dover’, un’espressione che avevo imparato da mio padre e che mi ricordava le pubblicità di viaggio di inizio Novecento, e avevo notato con curiosità le auto cariche di birra dei passeggeri britannici diretti a casa. Ora la saletta con le luci nevrotiche delle slot machine era vuota, e quell’accozzaglia di luci intermittenti strideva ancora di più con l’oscurità ondeggiante che percepivo fuori dai finestrini. Non vidi il mare, solo tanto buio.

Il traghetto attraccò a Calais e la sala d’attesa su suolo francese, più piccola della gemella inglese, si riempì in fretta. C’era chi telefonava per farsi venire a prendere, chi tentava di capire come arrivare in centro città e, soprattutto, alla stazione ferroviaria. C’era anche chi usciva subito al freddo per cercare un autobus o un taxi. A Dover avevo chiamato i miei genitori per aggiornarli: mia madre, con il suo infallibile senso pratico, mi aveva detto di aver fatto varie telefonate per trovarmi un posto dove dormire a Calais. Arriverai troppo tardi per proseguire subito verso Parigi, disse, e allora dove andrai? Aggiunse di aver faticato – mi hanno detto tutti che non hanno stanze, che è tutto esaurito perché c’è un sacco di gente in viaggio come te, mi spiegò con un filo di tensione nella voce – e di aver trovato qualcosa un po’ fuori città. Non so bene come ci arriverai, disse. Se mia madre non si fosse attivata per trovarmi un alloggio, non so cosa avrei fatto una volta sbarcata in Francia: mi ero talmente concentrata sui trasferimenti che non avevo considerato i momenti di sosta. Secondo errore strategico, pensai. Ringraziai mia madre e le dissi che me la sarei cavata. Avevo nome dell’albergo e indirizzo; non avevo né smartphone né wifi, ma ero pur sempre la nipote di Concetta Donati, la mia nonna paterna, la quale sosteneva che chi c’ha lingua va in Sardegna.

Di mezzi pubblici, a quell’ora, non c’era più traccia. I taxi invece andavano e venivano: sembrava che fosse una questione di pazienza e il mio turno sarebbe arrivato. Avevo deciso di lasciar defluire una parte degli altri passeggeri restando al chiuso: camminavo su e giù per via del freddo o del nervosismo, non lo so più, e fu in quel momento – mentre vagavo con zaino e valigia, entrambi troppo pesanti per quel viaggio – che per la prima volta mi sentii stanca e spaesata. Le mie punte dei piedi erano fredde, quasi intorpidite. Immagino fosse un semplice calo di zuccheri; mi misi a sedere accanto a una famiglia con un bebè. La mamma, affaccendata intorno al passeggino, mi offrì un biscotto Plasmon senza dire una parola – un’iniziativa talmente inaspettata che, dopo il mio sguardo interrogativo, è proprio sicura?, la ringraziai con un sorriso. Se mi è rimasto impresso un dettaglio all’apparenza minore, è perché non mi aspettavo che in un posto così anonimo potessi sgranocchiare un ricordo della mia infanzia. Mi chiesi se, al posto di quella mamma, avrei condiviso del cibo con una perfetta estranea anziché tenerlo in serbo per la mia prole.

© Pimar Ramos

Quando uscii dalla sala d’attesa, ormai quasi vuota, assistetti ai primi diverbi: chi diceva che i taxi adesso arrivavano anche da lontano, perché si era sparsa la voce di tutta quella gente al porto di Calais, chi raccontava di aver aspettato solo per vedersi scavalcare da altri “perché loro vanno fino a Parigi mentre io devo andare qui vicino”. Vidi dei tassisti fermarsi, discutere con chi voleva andarsene da quel porto umido e triste e ripartire sgommando – a volte senza passeggeri.

La situazione degenerò; le liti si moltiplicarono. Eravamo tutti fuori al freddo; alcuni cercarono di formare dei piccoli gruppi per avere maggiore potere contrattuale con i tassisti. Mi rendevo conto che da sola avevo poche speranze di andarmene da lì. Ti devi scuotere e fare gruppo anche tu, pensai. Invece restai impalata, come anestetizzata da quello che vedevo. Erano usciti anche la mamma e il suo bebè: nemmeno loro riuscivano a salire su un taxi. Qualcuno protestò, disse ma insomma, qui c’è un bambino piccolo, quand’è che arriva il loro turno? Non so come, la famiglia riuscì finalmente ad andarsene. Se torno a quella sera sento ancora la voce roca e stanca di un uomo che, al colmo dell’esasperazione, urlò non so più in che lingua, andiamo tutti a Parigi, capito, qui andiamo tutti a Parigi!

Nella confusione, sbucò la polizia con le camionette. Qualcuno doveva averli chiamati una volta capito che la situazione stava sfuggendo di mano. E così, dei poliziotti temporaneamente diventati chauffeurs mi portarono fino al mio albergo decisamente fuori città. Quando lo vidi meglio, la mattina dopo, con tutto quel vetro, mi ricordò una serra immersa in un paesaggio di dune cui mi sembrava impossibile associare un’idea estiva di mare o spiaggia. Ancora oggi ripenso a questo episodio come all’unico caso in cui essere presa in carica dalla polizia mi sia parso uno sviluppo positivo.

Prima di quella sera a Calais, non avevo mai toccato con mano quanto sia facile perdere il controllo di una situazione e rendersi conto che qualcuno, presto o tardi, farà una cosa scema come passare dalle urla alle mani (o peggio). Mi sono chiesta spesso cosa sarebbe successo se non fosse intervenuta la polizia e fossimo rimasti lì, lasciati a noi stessi, con dei tassisti che invece di offrire un servizio avevano colto l’occasione per farsi pregare e rendersi più cari, più necessari, perché noi da là non sapevamo come andare via. È sottile la linea che separa una mano silenziosa, pronta a sorreggere e guidare, e quella che tamburella le dita e accompagna una voce che chiede, quanto vale adesso il mio aiuto? È triste, tristissimo dover dire, meno male che è comparsa la polizia, ed è un’enorme sconfitta ammettere che non si riesce a restare civili senza manganelli.

Ricordo poco della notte in albergo: dovevo svegliarmi presto per andare a Parigi, per cui mi preparai un tè caldo e crollai per qualche ora. Quando scesi a fare colazione, nella sala che sembrava un bar di provincia (e infatti lo era) c’erano poche voci sommesse, un paio di operai con i vestiti da lavoro, forse uno o due ospiti dell’albergo che la mia memoria non ha fissato nel ricordo. Alla stazione, sulla banchina, riconobbi i visi di persone con cui la sera prima avevo condiviso l’arrivo al porto. Non so se sia un dettaglio che ha fabbricato la mia memoria, di nuovo lei, per colmare qualche vuoto, ma credo di aver visto che alcune persone si erano arrangiate e su quella banchina ci avevano dormito, o se non altro ci avevano provato.

© Pimar Ramos

La mia familiarità con la capitale francese mi fu utile: feci due passi, mangiai, arrivai alla Gare de Lyon in orario con il mio biglietto per il treno Palatino in partenza per Roma quella sera. Il notturno Parigi-Roma lo avevo preso da bambina con i miei genitori, e nei loro racconti era sempre associato all’eccitazione del viaggio, alla comodità di andare da un centro città a un altro. Questa volta l’esperienza fu diversa, e decisamente amaro il retrogusto che sento ancora oggi.

Credo fossi in una cabina per quattro passeggeri, ma ricordo solo un’altra persona. Era già lì quando salii a bordo: una signora anziana che parlava francese e mi sembrò sollevata quando seppe che la capivo. Cercai di essere cortese senza dare troppa confidenza, vista la mia imbarazzante difficoltà a interagire con persone agées che non conosco. Non ricordo se eravamo già partiti o ancora in stazione quando si affacciò un uomo che lavorava a bordo del treno. In italiano, solo a me si raccomandò di chiudere bene la porta dello scomparto durante la notte. Su quel treno, disse, nelle ore piccole ne succedevano di tutti i colori: furti, aggressioni, insomma, era bene che quella porta restasse chiusa. Non so se e quanto conversai con la mia compagna di viaggio prima che aprissimo le cuccette. So che stavo peggio del giorno prima e che la notte fu lunga e brutta. Dormii vestita, forse anche con le scarpe, in un caldo opprimente che aizzava la tosse lasciata in dono dall’influenza.

La dame nel mio scomparto, poi, rivelò un altro lato di sé. L’episodio ormai è sfocato, ma so che parte del motivo per cui dormii poco e male – ma poi, si riesce mai a dormire bene in cuccetta? – fu lei: parlava o gemeva o forse tutte e due le cose, e la sua confusione sembrava avanzare con lo stesso passo del nostro treno. Il crescendo della sua agitazione portò a una scena in cui urlò che le era stato rubato qualcosa: nella ricerca frenetica di ciò che aveva smarrito mi mise le mani addosso – senza colpirmi o ferirmi, ma con una foga che mi prese alla sprovvista – dicendomi che ero stata io, che non si poteva fidare e non ero una persona perbene. Ho dimenticato che cosa successe dopo quella scena: penso che mi difesi per bloccarla e assicurarmi che nessuna di noi si facesse male, poi credo che mi feci molto piccola e presi a contare le ore che mi separavano da Roma.

© Pimar Ramos

Lì per lì fui fulminante nel mio giudizio: madame è fuori di testa. Nella mia ignoranza, resa più solida dalla stanchezza, non pensai che potesse soffrire di Alzheimer o di un’altra malattia neurodegenerativa che può causare cambi repentini di umore e scatti d’ira. Se ci avessi pensato, mi sono chiesta negli anni, mi sarei comportata diversamente e avrei provato a calmarla, a capire se c’era qualcuno ad aspettarla a Roma? The ugly truth, come dicono gli anglofoni, è – probabilmente no.

Quando arrivai alla stazione Termini, trovai mia madre ad aspettarmi e facemmo il conto delle ore che avevo impiegato per quella modesta traversata. Circa cinquanta, ora più ora meno. Avevo viaggiato in pullman, treno, tube, autobus, métro, traghetto e in una camionetta della polizia, attraversato quattro nazioni, coperto oltre 1800 chilometri. I numeri restano numeri, poco corpo e altrettanto poco spessore, ma lo spazio e il tempo sono entità fisiche che possiamo esplorare, abitare. Quel viaggio improvvisato mi lasciò un’acuta percezione delle distanze, come se l’esperienza avesse affinato quella particolare sensibilità. Per qualche tempo, ogni volta che da Roma tornavo in Inghilterra potevo dirmi, so dove sono e so cosa mi separa da casa: è uno spazio che ho visto e sentito, corrisponde a un tempo che ho misurato e toccato.

Ora che da quel viaggio improvvisato mi separa una distanza di anni, la mia percezione delle distanze è quella di sempre – vaporosa e disgiunta – e dei tanti luoghi che attraversai sono rimaste immagini sfocate, ombre al crepuscolo. Quello che resta è il ricordo di una sensibilità risvegliata e la visione di una carta geografica che, solo per un momento, riacquistò tridimensionalità.

Gaia Donati vive e lavora a Zurigo. Originaria di Roma, ha studiato fisica e si è avvicinata alla scrittura attraverso la divulgazione scientifica. Cura Paltò, una newsletter mensile sul multilinguismo, e ha pubblicato alcuni racconti su inutile e Rivista Blam!.

Cosa resta di un viaggio? Sguardi, vite oltre il recinto di una siepe. Cibo mangiato, bottigliette di shampoo, una camera d’albergo. Oppure animali intravisti un attimo prima di sparire, l’improvviso svelarsi del sole.

Come le parole di Gaia Donati, gli scatti di Pimar Ramos hanno al centro la memoria. La differenza è che, nel caso delle immagini, si tratta di una memoria sottratta al flusso narrativo: un sollievo temporaneo dalla soggettività garantito dal valore di testimonianza della fotografia. Si ritiene onesto tutto ciò che è oggettivo: la nostra superstizione ci porta a credere che le fotografie godano di un tipo speciale di scambio con la realtà in quanto emanazione diretta della stessa. Ma la fotografia può alterare l’aspetto della realtà a proprio piacere. È questo l’interrogativo risvegliato da Ramos.

Noi pensiamo il vedere come aprire il sipario degli occhi: lo spettacolo è lì, visibile e pronto per essere visto. Vedere è vedere il mondo così com’è. I frammenti congelati dalla fotografa raccontano altro.

Più che emanazioni del reale, prove inconfutabili della solidità del mondo, questi scatti ci mettono davanti al nostro bisogno di storie: senza volerlo uniamo i puntini, ricomponiamo una narrazione che il reale, nella sua immanenza, non possiede. L’emozione suscitata dalle immagini, dallo sguardo passa alla mente che se ne fa interprete tessendo e ritessendo il racconto. Il frammento perde autonomia e diventa frame, fotogramma. In una particolare qualità della luce, nella scelta di uno specifico taglio vediamo i segni di un passaggio, di uno spazio, di una cronologia. Dietro le nubi si dispiega nuovamente l’alba del mondo.

Livia Del Gaudio

Pimar Ramos Pimar (1987) è un’artista e fotografa brasiliana, madre single di Nalu (nato nel 2016), che vive e lavora alla periferia di San Paolo, in Brasile. Oltre alla formazione fotografica, possiede una laurea in Educazione Artistica (Arti Visive). Il suo legame con la fotografia è nato durante l’infanzia, in seguito alla morte del padre: negli album di famiglia ha trovato il modo di preservarne la memoria. Il suo lavoro affronta temi quali la disuguaglianza di genere, la violenza domestica e la maternità, catturando al contempo ciò che la emoziona nella quotidianità: suo figlio, la routine e la bellezza che incontra lungo il cammino.

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