Una memoria necessaria. “Rosso nella notte bianca” di Stefano Valenti.

Livia Del Gaudio

Matisse scriveva: “quello che conta di più nel colore, sono i rapporti. Grazie a questi, e a questi soli, un disegno può essere intensamente colorato senza che vi sia bisogno di metterci del colore” (H. Matisse, Ecrits et propos sur l’art, a cura di D. Fourcade, Hermann, Paris 1972, pp. 199, trad. it. M. Lamberti, Scritti e pensieri sull’arte, Abscondita, Milano, 2003).

Stefano Valenti, come Matisse, ha scritto un romanzo costruito sui rapporti. Di colore, certo, ma di un colore che dialoga con l’assenza: lo spazio vuoto, il bianco del titolo, che  si incarna in una prosa paratattica, costruita da brevi paragrafi evocativi; entità autonome tessute e ritessute in un dialogo tra materia narrata, indagine antropologica e urgenza sociale.

Rosso nella notte bianca, edito da Feltrinelli nel 2016, racconta la storia di Ulisse, partigiano della Resistenza, che ritorna in Valtellina cinquant’anni dopo la guerra, in occasione della morte della madre. Ma non è (solo) un fatto privato a richiamarlo indietro (d’altra parte il Fenoglio in esergo ci ricorda che non esistono che questioni private, e che di questioni private si nutre la lotta): Ulisse torna per mettere ordine alle cose.

Uccidere a picconate Matteo Ferrari, l’ultimo repubblichino rimasto, complice della violenza alla sorella di Ulisse, Nerina, non è vendetta ma necessaria azione di memoria in un 1994 dove non esistono più colori, dove «“antifascita” è diventata una parola come altre, confusa tra altre confuse parole, confusa con “anticomunista”».

Mentre ricostruisce il passato non solo di Ulisse ma di un’intera valle, dipingendo un’Italia tutta passata da contadina a operaia solo per bisogno e che nel bisogno continua ad annaspare, Stefano Valenti interroga il lettore sul valore fondante e ricostitutivo di una memoria necessaria e di una letteratura che deve farsi storia naturale del disastro (per rubare le parole a Sebald) anche a cinquanta, a cento anni dagli eventi narrati. 

La novità (o meglio: novità per l’attuale panorama editoriale italiano) è il modo in cui Rosso nella notte bianca risolve la tensione tra individuo e Storia: ovvero nella ricerca linguistica, lavorando una voce dai suoni mitteleuropei – che vede in Thomas Bernhard un riferimento continuo -, capace di passare dalla partitura del discorso indiretto a una prosa lapidaria, giornalistica, che incanala le emozioni come proiettili:

«E tuttavia il dolore che tento di raccontare è un dolore che nemmeno è probabile nominare, nemmeno avvicinarsi nel raccontarlo, e per questo, nonostante dolori ne avevo patiti tutta la vita precedente, un insieme di dolori del fisico e della mente come questi che tento di raccontare, sono dolori che nemmeno con grande intenzione è naturale raccontare e tantomeno comprendere, ed è nel tentare di raccontarli tutto il mio sconforto, ed è nel desiderio di renderli tollerabili tutta la mia afflizione».

Rosso nella notte bianca, Stefano Valenti, Feltrinelli, 2016, 128 pagine.

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