La mia lunga notte con gli zombie. Ipertesto.

© Nilo.

Io sono leggenda.

Barricato nella sua casa, Robert Neville è l’ultimo uomo rimasto sulla terra. Un virus sconosciuto ha trasformato l’intera umanità in creature non morte a metà tra zombie e vampiri. Questa, in estrema sintesi, è la trama dell’horror distopico che Richard Matheson dà alle stampe nel 1954 (I am Legend, tradotto in italiano come Io sono Leggenda), ribaltando con efficacia la favola gotica di Dracula e trasformando in eroe solitario non il mostro ma l’essere umano. Da questa intuizione prende il via un romanzo che della narrativa di genere ha solo l’ambientazione ma che si rivela fin da subito una riflessione ben più profonda sulla solitudine e su quanto quella che noi chiamiamo realtà altro non sia che una gabbia mentale che in ogni momento può essere capovolta dall’irrompere della vita in tutta la sua potenza. Seguendo la disperata ricerca di un senso, di una soluzione scientifica, a quanto accaduto, il lettore si trova a interrogarsi insieme al protagonista su cosa sia in effetti mostruoso, e su quanto sia arbitraria la distinzione tra buono e cattivo, giusto o sbagliato. Perchè nonostante tutto, a discapito di tutto, Robert Neville dei suoi mostri ha bisogno, tanto quanto loro hanno bisogno di lui; perché non è possibile estirpare il desiderio dal corpo, per quanto irrazionale e pericoloso possa apparire.

“Richiuse gli occhi. Erano le donne che rendevano tutto così difficile, pensò, le donne che di notte si atteggiavano a oscene marionette nella speranza che lui le vedesse e decidesse di uscire.

Fu percorso da un brivido. Ogni notte la stessa cosa. Leggeva e ascoltava la musica. Poi cominciava a pensare di insonorizzare la casa, poi pensava alle donne.”

In dialogo con la solitudine. 

L’ultimo libro di Eugenio Borgna, psichiatra e saggista, è del 2021. Pubblicato da Einaudi nella collana “Vele” ha come titolo “In dialogo con la solitudine”, un tema già trattato dall’autore ma che, in orizzonte pandemico, si fa ancora più urgente ponendosi come obiettivo quello di fornire al lettore uno strumento contro il naufragio.

“Cosa è ancora possibile dire della solitudine, di questa forma di vita, così fragile e così esposta a mille ferite, alla quale non è nondimeno possibile essere estranei?” si interroga Borgna nell’incipit del suo saggio. La risposta è per prima cosa semantica: essenziale è distinguere “la solitudine interiore, la solitudine dialogica, la solitudine creatrice” dalla “solitudine che ci isola, e ci allontana dal mondo sociale, e che talora è scelta volontaria, e talora imposta dalla vita, dal destino, e che potremmo chiamare isolamento”.

Se la solitudine è infatti una creatura fragile e impalpabile, fusa in maniera mistica con il mondo della vita, l’isolamento è al contrario un allontanarsi che ci trasforma in stanze dalle finestre chiuse, precludendoci qualsiasi forma di comunione con l’Altro. Quando desiderato, l’isolamento spesso nasconde maschere più ambigue come il disinteresse, la noia, una generale freddezza emozionale che inaridisce ogni relazione. Ma esiste un’altra forma di isolamento, quello imposto, “che ha una causa in particolare, e ne raccoglie in sé molte altre, ed è il dolore, il dolore del corpo e il dolore dell’anima, che scende improvvisamente, o lentamente, sulla nostra vita, a ogni età, scompaginandola”. Ed è su questo isolamento non voluto che “dilaga nelle grandi città, e nelle loro immense periferie, in condizioni di vita che la modernità continua senza fine a creare” che l’autore punta la sua luce, rivelando quanto questa condizione preesistente non sia stata che amplificata dalla pandemia. La soluzione? Continuare a parlare, restare in contatto dialogico con noi e con il mondo, perché compito cruciale del lavoro culturale è “quello di liberare la voce della solitudine, che l’isolamento ha fatto tacere, e di ridarle la parola”.

Funerali covid su Facebook

Priscilla, 17 anni, è morta l’11 marzo 2020, per una meningite fulminante. Romano era un arbitro internazionale e giudice di atletica leggera, ed è morto a Bologna domenica 8 marzo 2020. Il funerale di Learco Piazzo, 82 anni, Vercelli, si è svolto il 24 marzo 2020. Ad accomunarli il lockdown, durante la prima emergenza Coronavirus, e l’impossibilità di assistere alle esequie per amici e parenti. Ma non solo. Questi sono tre dei numerosi funerali svoltisi in diretta Facebook durante la pandemia. “A partire dalle 15 di venerdì 13 marzo 2020, sarà trasmessa la diretta della cerimonia sulla pagina Facebook” recita il post della Chiesa Evangelica frequentata dalla famiglia di Priscilla.

Preti che fissano gli obiettivi degli smartphone; parroci che si adattano al nuovo pubblico e chiedono di cambiare l’angolatura, contano fino a tre prima di iniziare la diretta. Lo streaming di Priscilla raccoglie nove mila visualizzazioni e centinaia di commenti. Le imprese di onoranze funebri si organizzano: molte creano una sezione “live” sul proprio sito, forniscono un link ai famigliari che poi potranno condividerlo.

F.A.D., funerali a distanza, li chiamano gli addetti ai lavori.

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