La mia lunga notte con gli zombie

di Stefano Valenti

© Nilo.

In queste giornate nuvolose non posso dire con certezza quando arrivi il tramonto, è scritto in “Io sono leggenda” di Richard Matheson, penso nel mettermi alla finestra a scrutare la silenziosa distesa stradale. In cucina mi verso un bicchiere di vino rosso e mi soffermo davanti al frigorifero aperto.

Il cielo comincia a scurirsi. Percorro il viale con lo sguardo. Chiudo la porta a chiave e metto il catenaccio. Mi siedo sul divano e cerco di leggere e dalle casse arriva forte una canzone di Jack Frusciante. Poso il libro e guardo fisso il tappeto. In sottofondo le note di Going Inside.

Ogni notte è uguale alle altre. Infine penso a F. e, come ogni volta ¬ conosco bene quella sensazione ¬ il pensiero cresce, cresce e cresce fin quando non riesco più a restare seduto. Mi alzo e cammino avanti e indietro. Il pensiero aumenta con la musica.

Il libro mi è tornato in grembo ma tutta la conoscenza racchiusa in quelle pagine non può spegnere il fuoco di dentro.

Ricordo come erano le cose prima (è scritto). In città gli edifici umiliavano gli umani in verticalità e a regnare era l’inevitabile. Edifici, figli di architetti un tempo celebri e ora insultati dal tempo. Dietro le facciate gli interni piangono la solitudine.

E se all’epoca del disastro avessi chiesto a F. quali fossero i suoi propositi la risposta sarebbe arrivata facile: fare la musicista. Era priva di proposte allettanti F., poco incline all’entusiasmo e in genere malleabile quando si trattava di desideri.

La cenere di fuori distende un grigio uniforme perfino nei giorni migliori (è scritto). Sono sufficienti due gocce d’acqua a trasformare la città in un altare di oscurità.

E nel profondo silenzio mi infilo sotto le lenzuola. Rimango a letto in lunghi respiri. La speranza è che il sonno arrivi. Ma il silenzio non aiuta.

Sogno F.

© Nilo.

La sveglia suona alle sette.

Mi infastidisce l’idea di avere ubbidito alla tremenda disciplina senza essermi interrogato a fondo.

Certo, penso, la lunga ombra di mio padre. Lo avevo detestato e avevo combattuto con tutte le forze contro la logica della assimilazione paterna (è scritto).

Mi trattengo e penso di non essere ancora pronto. Un giorno risolverò il mistero, penso. Ma non è ancora arrivato il momento.

La forza dello zombie risiede nel fatto che nessuno crede alla sua esistenza. Diventerò uno di loro.

La banalità della mia condizione mi porta a sorridere. Mi alzo a fatica e, malfermo, mi dirigo in bagno. Perché affrontare tutte queste difficoltà (è scritto) quando sarebbe sufficiente arrendersi. Ma per quanto mi riguarda non riesco a darmi una spiegazione. È probabile che là fuori ci siano altri in cerca di sopravvivenza.

Poveri cristi (è scritto) se ne vanno affamati per le strade.

Mi verso un bicchiere di vino. La musica finisce. Ecco il problema del bere (è scritto). Si diventa immuni al piacere. Non esiste piacere nel bere, si crolla ancora prima del sollievo.

Ricevo regolari notizie del mondo estinto (è scritto).

Nessuno utilizza il termine corretto. Il presente ha trasformato il corpo umano al punto che nessuno crede più alla possibilità di recupero (è scritto).

Nella morte la città è simile alla vita. La differenza è nel numero di persone in strada.

 Le due tazze di tè nero non fanno altro se non stringere il nodo allo stomaco. E ancora una volta la sensazione di inquietudine.

Perché F. non possa esserci, le stupide regole del mondo (è scritto). Perché non sia distesa al mio fianco.

Ogni notte in sogno vedo la donna voltarsi, il viso bianco. La donna in strada. Il corpo cinereo.

Le espressioni in voga non sono ottimiste. Estinzione; giorno del giudizio; fine del mondo (è scritto).

Imparo a restare immobile.

Ha cominciato a piovere e di piovere non cessa.

© Nilo.

I sogni privilegiano il paradigma dell’ansia comune e fuggono la categoria dell’incubo. È il sogno della notte attraversata da lunghe colonne di mezzi ricolme di malati intubati diretti nell’area ospedaliera il cui terreno, tutto intorno, è ricoperto da schiuma disinfettante. Le luci intermittenti nel buio.

È il sogno del mondo impazzito nel quale i morti viventi camminano per le strade e a me non fanno nessun effetto (è scritto). Il ritorno dei cadaveri è diventata una cosa normale.

Anche F. doveva essere morta da tempo nel sogno. Doveva essere stata uno di quei vampiri che avevano dato origine al disagio (è scritto).

Questa notte ho sognato che davanti a casa si ammucchiavano cadaveri.

Mi sono svegliato riposato o quantomeno sollevato. La nuova stagione onirica mi lascia indifferente.

Una tempesta di neve durante la notte. Venti forti hanno riversato il bianco negli interstizi. Le quattro della notte riportano alla mente ricordi.

Le imprese di pompe funebri sono chiuse (è scritto). I pochi ancora in salute e in grado di fornire servizi mortuari non possono farlo. È vietato dalla Legge.

Non è possibile accedere a nessuno dei cimiteri della città. Sono chiusi e sorvegliati da militari.

 Ne ha dato notizia la radio. Nei reparti ospedalieri sono predisposte le liste d’addio tramite smartphone e tablet. È l’elenco delle videochiamate che consentono ai morenti di dare ai propri cari un ultimo saluto.

Il videogioco Wash Your Hands consente ai giocatori di portare fiori sulle tombe dei morti all’interno di un cimitero virtuale nel quale sono raccolti i nomi dei defunti.

E si diffondo i funerali in streaming inventati dall’irlandese Funeral Live. Nati come soluzione tecnologica ai disagi prodotti dalle migrazioni in terre lontane, rappresentano ora la soluzione al divieto delle cerimonie funebri.

I funerali sono dunque trasmessi su Facebook con migliaia di visualizzazioni e centinaia di commenti.

Guardo una diretta streaming da una camera ardente. Un uomo anziano è ritratto nella bara aperta. Il video registrato con privacy pubblica è visibile a tutti.

© Nilo.

Un centinaio di persone si sono date appuntamento su una piattaforma online per commemorare i propri morti all’interno di stanze virtuali chiamate giardini.

In radio un tizio espone elaborate teorie sull’Apocalisse. I morti, dice, verranno a ripulire la Terra dal capitalismo.

Mi distendo a letto vestito. Sono ubriaco. Il buio vortica tutto intorno.

Dormo ma forti sogni mi tengono sveglio. Dormo, per così dire, al mio fianco (è scritto). E mi dibatto nei sogni. Le cinque del mattino e l’ultima traccia di sonno è consumata. La notte trascorre nello stato abitato dall’uomo in buona salute prima di addormentarsi. Mi sveglio e i sogni sono raccolti intorno a me.

Prima di addormentarmi (non mi addormento affatto) sopra di me giace una donna di plastica. Ha il viso reclinato. L’avambraccio sinistro mi preme sul petto.

È il sogno di Bologna in direzione della casa di F.. Un grande senso di felicità. Non ero ancora presso la casa (è scritto) ma mi era facile arrivarci. Era un sogno grande. Mi trovavo a Milano e infine a Bologna ma non ricordavo l’indirizzo. Era la città verso sera, era umida e buia, e attendevo in un giardino pubblico. E poi io e F. eravamo seduti in un giardino pubblico uno in fianco all’altra e F. cercava di allontanarmi.

Mi sveglio nel cuore della notte e prima di riaddormentarmi mi ripeto dove mi trovo in modo da evitare la vertigine al risveglio.

E ancora il sogno delle gru che raccolgono cadaveri, li innalzano, li scaricano in grandi container. Sono i cadaveri degli zombie (è scritto).

E infine il sogno della tomba di Franz Kafka. Il suo nome sovrasta quello del padre, come se anche nella morte il padre non volesse liberarlo.

Una donna, la stessa del sogno di prima, cammina per strada.

Penso sia una condizione che fugge a qualsiasi regola di probabilità (è scritto). In qualche modo, per fortuna, per coincidenza, oppure per abilità, quell’unica donna pare sopravvissuta. Nel sogno mi sforzo di pensare a che cosa debba avere vissuto la donna. Le notti trascorse a vagare nel buio, il corpo consumato che arranca mentre gli zombie le ronzano attorno. La ricerca di acqua e cibo. La guardo con la speranza alla quale mi sono dedicato senza sosta in tutti questi mesi anche nei momenti peggiori. Ne ero certo, un giorno avrei trovato qualcuno come me. Una donna. Il sesso andava a perdere d’attrattiva e lo stimolo non era più costante, ormai al riparo dalla suggestione di massa (è scritto). La solitudine invece pare aumentare di giorno in giorno. Mi accade a volte di sognare a occhi aperti di avere trovato qualcuno e cerco di adattarmi a quella che appare una verità ineluttabile e, quantomeno in sogno, in quella ristretta porzione di mondo, mi è dato incontrarla.

Nelle prime settimane la speranza che nutrivo era appassionata (è scritto) ma in quel mondo di monotono orrore niente pareva contraddirsi. È successo un anno fa, quando F. se n’è andata da casa per non farvi ritorno. Avevo vagato in strada; non potevo ritornare a chiudermi in quell’appartamento che avevo condiviso con F.. Non potevo guardare il letto vuoto, gli indumenti appesi, i piatti nel lavello. E così camminavo, penso.

Un mese di sbronze e questa mattina mi è venuto in mente che stavo sprecando il mio tempo.

Sono rimasto ubriaco due giorni, come se avessi deciso di bere fin quando ne fossi morto, e nel risvegliarmi esco barcollando in strada per vedere se il mondo là fuori esiste ancora e ritorna l’eterno enigma del perché continuare ad andare avanti. La vita (è scritto) non offre nessuna prospettiva di cambiamento.

Fatico a trovare una risposta. Non mi sono rassegnato.

Non mi sono abituato (è scritto).

Stefano Valenti, autore, valtellinese. Ultimati gli studi artistici, ha tradotto per diverse case editrici numerosi libri tra i quali: I lanciafiamme, R. Kushner, Ponte alle Grazie, Invecchiando gli uomini piangono, J.L. Seigle, Feltrinelli, Germinale, È. Zola, Feltrinelli. L’attività di traduttore è affiancata a quella di docente di narrativaIl suo romanzo d’esordio La fabbrica del panico (2013), Feltrinelli, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2014, il Premio Volponi Opera Prima 2014 e il Premio Nazionale Narrativa Bergamo 2015. Nel 2016 ha pubblicato con Feltrinelli il secondo romanzo, Rosso nella notte bianca, Premio Volponi 2016.

Nilo è il re del punk glam anni Ottanta. Se esistesse un filo che collega Freddie Mercury a Francesca Woodman, Nilo lo taglierebbe e se lo mangerebbe davanti ai nostri occhi: nessun intimismo introspettivo nei suoi scatti ma solo la scorza di un animale da palcoscenico.

Il suo lavoro – dedicato al corpo in mutazione – riecheggia gli anni d’oro della body art ma con una leggerezza, e una consapevolezza Queer, che lo rende aderente al suo tempo, e quindi esente dalla malinconia.

Anche quando colto e dilatato nei dettagli, l’artista si mantiene irraggiungibile e iconico: ossessivo come un desiderio che non immaginavamo di possedere.

Nilo lo puoi trovare qui: https://www.instagram.com/v.ergine/

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