La stanza di Tito

Testo di Livia Del Gaudio | Fotografie di Tito Ghiglione

Facciamo un gioco.

Che gioco?

Tu scegli una fotografia, io scrivo.

Come si chiama questo gioco?

La stanza di Tito.

Tito è il mio nome.

Lo so. Cominciamo.

La notte prima di partire abbiamo freddo. Sdraiati sul fondo, schiacciati gli uni sugli altri, non ci sentiamo. Gli eroi sono lontani e sulla barca restiamo noi: i non-eroi, i quasi-uomini. Le bestie. Il nostro respiro pesante, l’afrore e gli artigli non ci lasciano stare nemmeno la notte. Dai nostri petti escono suoni che ci terrorizzano. Non riusciamo a essere altro che noi stessi. Allora sogniamo.

Nel sogno A. ci tiene per mano e camminiamo insieme verso riva. Nel sogno abbiamo il corpo del primo tra gli eroi, il cui compito è uccidere il mostro, è uccidere noi. Il suo è un corpo senza testa. Non abbiamo abbastanza immaginazione per dargliene una. Sappiamo di essere lui perché sentiamo la mano di A. nella nostra. È il calore che stavamo cercando. Se allunghiamo il pollice verso il suo polso, come in una carezza, sentiamo il suo cuore. Quando l’unghia graffia la carne il battito si fa più veloce. A. ha paura. Pensiamo che sia giusto che abbia paura. 

Anche noi ne abbiamo.

Dicono che i mostri non esistono. Ma chi lo dice abbassa lo sguardo e non ci tocca. Anche noi abbiamo smesso di toccarci. 

Non tocchiamo, però osserviamo. Il mondo è nei nostri occhi, e in ciò che non riusciamo ancora a vedere. Nelle creature minuscole che si muovono sotto la terra; nel vento che disperde parti di noi oltre la barriera di schiuma. La pazienza ci ha resi più attenti: non ci sfugge il filo che scivola dalla tasca di A., che cade sulla sabbia e che disegna il percorso appena compiuto. 

Il filo è una mappa, pensiamo. 

Il sole si abbassa sull’orizzonte, irrompe la notte. A. sembra stanca; chiude gli occhi e insieme a lei ci fermiamo. Si stende a terra, affonda nella sabbia. Ora il suo corpo è montagna, sasso, valle. Ora il suo corpo è luce. 

Rannicchiati al suo fianco non avvertiamo nessuna minaccia. Abbiamo il diritto di essere qui, pensiamo. Qui è il calore di stalla in cui siamo cresciuti; l’odore buono dell’odio che l’animale nutre per l’uomo. Prima di trasformarsi in un unico buio le nostre ombre si allungano, tremano, diventano enormi, e noi con loro. Potremmo esplodere, diventare stelle. È in questo istante che lo vediamo.

L’eroe ci è di fronte, fermo nella condizione di chi se ne è andato. Ci manca la sua assenza e vorremmo tornare alla barca, a una morte nel sonno. Invece restiamo. 

L’eroe è convinto che quello che sta per accadere non sia una ripetizione. Si muove nella luce di A. credendola propria, immaginando che il filo che ha raccolto lungo la strada (e che ora porta alto sopra la testa come le corna di un cervo) fosse per lui. Una traccia, dice: io l’ho seguita. 

L’eroe pensa a se stesso come a un muro. Si sogna radicato alla terra. Prima di sollevare la lama prega il Dio della Distanza che separa gli uomini dai cani, il mare dalla sabbia, il vento dalla pelle, il bambino dalla madre, il passato dal futuro, il silenzio dalla voce, il gabbiano dal cielo, il mio corpo dal tuo. Noi non ascoltiamo: il buio è arrivato. Quello che resta di A. scompare nella sabbia mentre chiudiamo gli occhi, alla fine dissolti, alla fine non più noi. La lama abbaglia la notte e un grido si solleva dal mare. 

Eccola, la felicità intollerabile.

[Tito Ghiglione ha scelto di lavorare solo in maniera analogica. Le immagini si stratificano sulla pellicola, e l’effetto finale è un non-previsto. I lunghi tempi di esposizione, la sovrapposizione degli scatti creano un ampio margine che a volte è macchia, a volte scia, altre luce. Nelle sue fotografie i soggetti non terminano ma contaminano lo sfondo con un’aura, un ampio bordo di passaggio che racchiude in sé ogni sensazione. Il processo, la tecnica e la realizzazione artigianale sono parte integrante del suo progetto. Come nella prima immagine, scattata con una macchina fotografica dei primi del Novecento; o nella seconda, ottenuta grazie all’effetto Sabattier (o semi-solarizzazione): la pellicola, sottoposta a una seconda fase di sviluppo, libera nuova energia, che muta in evidenza luminosa. Le ultime due sono fotografie sperimentali, realizzate direttamente su carta, che uniscono la tecnica della stampa a contatto a quella della fotografia stenopeica. 

Cuore della ricerca di Tito è il mostruoso, inteso come eccesso inaudito e imprevisto di bellezza. Il soggetto della sua fotografia è la luce, in ogni sua forma e manifestazione.]

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