Lettere al maestro. Una speculazione attorno a tre minute di Emily Dickinson che hanno dato vita a un Mistery Case mai risolto, che qui risolviamo.

di Stefania Maruelli


© Francesco Levi.

Ce l’hai un piccolo scrigno – per metterci una che è – viva?

È il 1861, Emily è seduta al suo scrittoio in ciliegio, e sta scrivendo. Utilizza una matita usurata dalla scrittura veloce, irruente, che a tratti buca la pagina. Non sta scrivendo una poesia, ma una minuta che rilegge e cancella più volte e che infine non firma e nemmeno intesta. Non conosciamo dunque il destinatario. Non ci è dato sapere se quando scrive sia mattina, pomeriggio o sera – le fonti non ci aiutano in questo senso – ma possiamo fantasticare che sia notte. Le lettere d’amore si scrivono di notte. Pur non avendo un mittente, infatti, le famose Lettere al Maestro, attorno alle quali si è creato un Mistery Case mai risolto, sono a tutti gli effetti lettere d’amore. O per lo meno, lettere in cui Dickinson mette in scena l’amore. 

Emily ne scrive tre, lo abbiamo detto, e il risultato complessivo è una trama mitica in cui Margherita – questo il nome che ha scelto per la sua eroina, se stessa – prima confessa il suo amore al Maestro, fantastica che lui non le creda e voglia punirla e immagina di trasformarsi in un fiore, in un uccello, in un vulcano, di disperdersi nell’etere o, piuttosto, di abbagliare il Maestro col bianco del suo abito. Leggendole, la sensazione è che Dickinson in sole tre lettere abbia tessuto un intreccio fittissimo, iper drammatico, visionario, al solo scopo di stordire con una rete mirabolante di parole il suo misterioso interlocutore. Detto altrimenti, come di norma accade scrivendo, Emily vuole sedurre il suo Maestro, il suo lettore. Ma esiste davvero questo lettore?

Dopo la pubblicazione delle Lettere al Maestro, nel 1958, tutti si chiedono: chi è il destinatario delle tre lettere? Chi è questo Maestro a cui Dickinson si rivolge senza mai usare un nome, senza mai intestarle e probabilmente senza nemmeno spedirle? Tre i principali sospettati, tutti uomini la cui prossimità a Emily, l’appartenenza a un certo ruolo sociale e a una statura morale – effettiva o presunta non ci è dato saperlo – sono i perfetti indiziati, proprio come in un giallo.

Il primo è il reverendo Wadsworth, sufficientemente autorevole e distante per piacerle e che, in effetti, nella vita di Emily un ruolo importante lo ha avuto. Wadsworth suona alla porta di Homestead nel marzo 1860 per far visita a Emily, la sua pupilla, e non sappiamo se la visita fosse per recidere in poche ore un amore nutrito solo di lettere e lontananza. Il secondo sospetto cade invece sul giudice Lord, anche lui a Amhert nel 1860, anche lui ammantato dall’autorità del suo ruolo, ma l’unico, tra gli altri presunti Maestri ad aver avuto il privilegio di “tenere Emily sulle ginocchia” quando era bambina, durante le visite all’amico Edward Dickinson, padre di lei. 

Umile, di fronte al ginocchio che un tempo l’accolse in un riposo regale e deserto, Margherita si china, come un’imputata

© Francesco Levi.

Emily/Margherita, nelle tre misteriose minute, sembra giocare esplicitamente col suo cognome – Lord/Signore – e enfatizza la distanza tra i propri modi selvatici – di cui Dickinson è in realtà compiaciuta, così come lo è del proprio isolamento, della propria fuga dal mondo che rivendica come una scelta di non sottomissione, del proprio silenzio e del proprio aspetto – «Sono piccola come lo scricciolo – scriverà in seguito a Thomas Higginson, suo tutore e editore – ho i capelli arditi come il riccio della castagna e i miei occhi hanno il colore dello sherry che l’ospite ha in fondo al bicchiere» – e quelli aristocratici del giudice Lord. 

Questa Margherita – è motivo di dolore per il suo Signore – e spesso va alla cieca e parla a vanvera – Forse irritò il suo gusto – forse i modi di lei – curiosi – impervi come di selvaggia offuscarono la sua natura più raffinata. Margherita tutto questo lo sa – e dovrà restare senza perdono? – Insegnale la grazia – precettore, insegnale la maestà – È lenta nell’apprendere i costumi aristocratici – Anche lo scricciolo nel suo nido impara più di quanto non osi Margherita –

© Francesco Levi.

In seguito, anche Samuel Bowles, finisce nell’elenco degli indiziati. È a Bowles, infatti, che Emily scriverà tra il 1858 e il 1864 lettere in codice in cui si ritrovano formule e immagini simili, se non identiche, a quelle usate nelle lettere al Maestro. E Bowles è il destinatario di una serie di poesie in cui l’allegoria amorosa tracciata dalle tre minute si manifesta esplicitamente.

Caro amico, sono meravigliata per la sua cortesia, il mio amore è la mia unica scusa. Per gli abitanti di “Chillon” questo basta – non ho incontrato altri –. Chiederebbe di meno per la sua Regina, signor Bowles?

Wadsworth, Lord, Bowles. Come in ogni Mistery Story che si rispetti, tutti gli indiziati hanno ottime ragioni per esserlo, ed è proprio questo che ci fa sospettare che nessuno di loro sia il vero destinatario delle tre lettere. Nella sua biografia su Emily Dickinson, Nei sobborghi di un segreto, Vita di Emily Dickinson, Marisa Bulgheroni sostiene che la stessa sorella Susan potrebbe essere il Maestro. È a Susan che Emily invierà con un titolo leggermente modificato una lettera apparentemente indirizzata a Bowles, è Susan da sempre la complice di Emily, che la trascina nei suoi giochi di specchi. Sempre Bulgheroni ipotizza, il che è molto probabile, che nella figura del Maestro si fondino uomini diversi resi, nella sovrapposizione, irriconoscibili. Esattamente come spesso accade nella costruzione dei personaggi letterari. «Ben più che al pittore, allo scrittore occorrono, per ottenere volume, consistenza, universalità, concretezza, la vista di molte chiese per dipingerne una sola – molti esseri per un solo sentimento». La citazione è da Il tempo ritrovato di Proust. E Bulgheroni lo cita di nuovo ipotizzando, come è ormai quasi certo, che l’enigma delle lettere sia Margherita e non certo il Maestro. «Perché quei dilemmi dolorosi che l’amore ci pone di continuo ci istruiscono, ci rivelano via via la materia di cui siamo costituiti».
Viene da pensare, a chiudere il caso, che il Maestro la cui identità ha suscitato tanta curiosità non esista affatto, o che se anche è esistito o se è corrisposto a «molte chiese per dipingerne una sola» è del tutto irrilevante. Tutto ciò di cui scrive Dickinson tocca la materia viva di cui lei stessa è fatta. È la passione amorosa a spingere Emily a scrivere o è la poesia stessa, che la scuote nel profondo, nelle viscere e nella mente, a esigere tutti gli eccessi della passione? Propendiamo per questa seconda ipotesi. È pur vero che Emily scrive quello che sperimenta vivendo, che dà voce alle sue emozioni esplosive, ma non potrebbe viverle se non avesse conquistato una lingua che la incanta più di qualsiasi innamorato. Emily è sia Margherita che il Maestro, e se anche queste tre lettere d’amore – tra il delirio e il deliquio – sono nate da urgenze, desideri e fantasticherie amorose attorno a uomini reali, Emily ha saputo dominarle lasciando libera Dickinson di essere prima di tutto devota alla propria arte. Non fa altro, quindi, con queste tre minute che hanno suscitato curiosità attorno alla figura sbagliata – il Maestro e non Emily Dickinson – che soddisfare il suo bisogno di sperimentare la propria voce. Esiste del resto un Maestro, azzardiamoci a dire un uomo, che non sia altro che il palcoscenico che ci viene offerto per mettere in scena noi stesse?

© Francesco Levi.

FONTI

Emily Dickinson, Lettere 1845 – 1886 a cura di Barbara Lanati, Einaudi 

Dickinson, Un vulcano silenzioso, la vita. Lettere di un genio pudico, L’Orma Editore

Nei sobborghi di un segreto, vita di Emily Dickinson, Marisa Bulgheroni, Mondadori

The Master Letters of Emily Dickinson, a cura di Ralph W. Franklin, Amherst College Press, Amherst 1986

ALLEGATI

Lettere al Maestro 

AL MAESTRO [primavera 1858]

Caro Maestro,

sono malata – ma mi fa più soffrire la tua malattia. Ho dato alla mia mano più forte un po’ di lavoro – quanto basta per dirti – che pensavo fossi già in Paradiso, e quando sei tornato a parlare, è stato dolce, molto, una sorpresa meravigliosa – Spero tu stia bene. 

Vorrei che tutto ciò che amo non conoscesse più debolezza alcuna. Le Violette sono dalla mia parte – il Pettirosso mi è molto vicino – e «Primavera, così dicono, è Colei – che passa accanto alla porta – Questa è la dimora di Dio – e qui ci sono i cancelli del Cielo, e su e giù vanno gli angeli, con i loro dolci postiglioni – vorrei essere il signor Michelangelo e dipingere per te capolavori. Mi chiedi cosa abbiano detto i miei fiori – vuol dire che mi hanno disubbidito – perché avevo affidato loro dei messaggi. 

Hanno detto quello che dicono le labbra all’occidente quando tramonta il sole, e l’Alba ha quelle stesse parole.

Ascolta ancora, Maestro.

Non ti ho detto che oggi è Domenica.

Ogni Domenica in Mare mi fa contare le Domeniche che mancano per incontrarci a riva – e chissà se le colline sembreranno azzurre come dicono i marinai –

Non posso restare oltre stanotte, perché questo dolore mi nega a te –Com’è forte, quando siamo deboli, il ricordo e quant’è facile amare. Mandami un messaggio, ti prego, appena sarai guarito –

Stefania Maruelli, (1980) vive e lavora a Milano. Ha frequentato corsi di scrittura creativa presso la Scuola Holden e la Bottega di narrazione. Suoi racconti sono comparsi su inutile, micorrize, Risme, Blam, Malgrado le Mosche, Narrandom, L’Irrequieto. È felice quando fantastica, legge, scrive. Tutto il resto le interessa un po’ meno.

Le illustrazioni di Francesco Levi sono un percorso a togliere, ma l’effetto è tutt’altro che minimale. A emergere non è un’estetica della sopravvivenza ma la rivincita della poesia sulla prosaicità del quotidiano. Le sue tavole sono abitate da esseri sintetizzati al limite che lottano dentro uno spazio dove domina il bianco. La loro arma è l’ironia, in costante dialogo con il disegno.

Il supporto materico, dopo il passaggio del colore, perde di integrità, si trasforma come un organismo vivente. La superficie si corrompe, e muta in ricordo.

Francesco Levi (1976). Nel 2002 si laurea in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano. Dal 1997 espone opere di pittura e  disegno in diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero tra le quali:  “ l’educatrice alla pazienza ecc. ecc.” Pianod39 (Firenze 2019); CON-FONDERE “ VI BIENNALE ARTE CONTEMPORANEA CITTA’ DI PISA” Spazio SMS S.Michele degli Scalzi—(Pisa 2011) ; “Ganz italien in einer stadt” –Kunstlerhaus- ( Germania Monaco 2009) ; ” toda italia en una ciudad ” Istituto Italiano di Cultura (Spagna–Madrid-2008). È  autore di scenografie teatrali e illustratore di libri (Flanerì  “Effe #8 “periodico di altra narratività” ; “Lorenzo e i fantasmi azzurri” di Raffaele Olivieri  ed. compagnia della stampa; WATT 0,5 –senza alternativa– ifix e oblique editori) e trasmissioni radiofoniche (2009 Illustratore della trasmissione radiofonica AMNESIA per Radio rai 2 ). Lo si può trovare qui: https://www.instagram.com/francescolevi/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...