(At)tesa come corda d’arco. Narrazione in quattro tempi da La cornacchia nel tempo piovoso di Sylvia Plath.

di Aurora Dell’Oro

[ITA] [ENG]

© Nadzeya Pakhotsina
Lassù sul rigido ramoscello
Si curva una nera cornacchia bagnata
Che aggiusta e riordina le sue piume nella pioggia.
Non m’aspetto un miracolo
O un incidente
 
Tale da infuocarmi la pupilla
Nell’occhio, né ricerco ancora
Nel tempo sconnesso qualche disegno,
Ma lascio cadere le foglie così come capita,
Senza cerimonie, o portenti.

È vero: la brughiera ha il suo profumo. Anche i sassi ne hanno uno; e le città. Le città inglesi sono fatte d’erica. Alcune, almeno. 

È meraviglioso. 

È molto stancante.

La donna si chiama Maggie. Siede su un muro a secco. 

Osserva: tasso, chiesa, cornacchia. Piume e ardesia. Il tasso si allunga obliquo come un ombrello storto. È un albero di sventura, ma è asciutta quel po’ di terra che i suoi rami riparano. L’erba, lì sotto, è rada e stenta: ci si azzuffano i gatti e, qualche volta, i bambini più piccoli. Non c’è spazio per nessun altro.

La cornacchia gracchia senza convinzione in cima al tasso. Ruota la testa ad angolo retto e strofina il becco sulle ali, più volte. Poi le apre; le agita un po’, senza prendere il volo. Maggie si lascia bagnare dalla pioggia. Come la cornacchia, solo che per lei è diverso. La sua pelle implume è una cosa nuda e indifesa: permeabile. 

Ed è troppo alta per infilarsi sotto all’albero. 

Ormai il suo messaggio dovrebbe essere stato riferito. Jack, il figlio di Jane, la farmacista, è un ragazzino sveglio. Non può essersene dimenticato. Entrare nell’ufficio postale, o in qualunque bottega ancora aperta. Chiedere che andassero a prenderla, fin lassù, alla Sheperds’ Church

Non può fidarsi della sua memoria. 

In ogni caso, una richiesta d’aiuto è una richiesta d’aiuto. 

Difficile che venga fraintesa. 

Jack se ne è andato da più di due ore. Due ore fa il cielo era nuvoloso. Maggie sapeva che sarebbe scoppiato un temporale, ma prima voleva finire il suo schizzo. Se avesse rimandato al giorno successivo, la luce sarebbe cambiata e allora sarebbe stato tutto inutile: la fatica compiuta per arrivare fin lì, alla vecchia chiesa abbandonata, al cimitero senza fiori, alla cornacchia che la fissa con la sua pupilla destra. Però ha avuto prontezza di spirito. Ha agito. Ha fermato Jack, gli ha parlato. Vale, questo, come tentativo di mettersi al riparo? Lei crede di sì. Non è colpa sua se non ha funzionato. 

Sheperds’ Church. La chiesa dei pastori. Sono stati loro, mezzo secolo prima, a volerla costruire, proprio vicino al tasso. All’epoca più di uno si era ribellato. Le coscienze dei buoni cristiani tremavano: avrebbero impedito, a qualunque costo, che la casa di Dio sorgesse vicino alla pianta del demonio. La pianta delle streghe. Eppure i pastori non volevano sentire ragioni. Hanno opposto una strenua resistenza: i Raleigh, i Burroughs e i Jameson volevano ricevere la stessa santa protezione accordata a quelli che abitavano in paese. Si sentivano soli e sperduti in mezzo alla brughiera, dove a volte, nei giorni peggiori dell’inverno, non si riusciva a distinguere il manto di una pecora da un fantasma, l’ululato del vento dalle strida di una banshee. Alla fine qualcuno aveva avuto un’idea. Se accanto alla chiesa ci fosse stato un cimitero, forse le anime dei defunti avrebbero sciolto il maleficio gettato dai rami lunghi e contorti del tasso – nessuno osava proporre di tagliarlo, benché fosse la soluzione più semplice. 

Un cimitero, allora. 

Le discussioni nella sala grande del municipio continuarono ancora per qualche settimana, prima che bottegai e pastori – che i primi chiamavano, con malcelato disprezzo, quelli di fuori – trovassero un accordo. 

Alla fine: che venisse costruita la chiesa; 

che fosse la chiesa dei pastori; 

che fossero loro i morti messi a riposare all’ombra del tasso.   

La storia le era stata raccontata dalla lattaia. Maggie non era superstiziosa e non credeva alle maledizioni. Le sembrava che l’atmosfera del posto fosse adatta per una sessione di disegno en plein air. 

Era riuscita a tracciare un paio di schizzi e un bozzetto che prometteva di riuscire bene, prima che la pioggia la costringesse a riporre l’album in borsa.

Per non disperdere il calore residuo cerca di ridurre il più possibile la distanza tra le membra. Tiene le gambe accavallate e le mani incrociate sul ginocchio destro, il busto leggermente chino in avanti; se qualcuno la vedesse, direbbe che si è addormentata sotto l’acquazzone. 

Ma non c’è nessuno, per miglia e miglia. 

Nessuno, a parte lei e la cornacchia. 

Mentre la pioggia le scorre lungo il capo scoperto, si consola immaginando il tepore della casa che la accoglierà. È buffo, ma il suo essersi persa qui, in aperta campagna – oppure arenata, incagliata sarebbe meglio – durante un temporale di stagione – particolarmente violento, è vero, ma niente di eccezionale – la fa pensare ai suoi simili con la commozione supplichevole di un naufrago. Sente di essere già grata allo sconosciuto che verrà a prenderla. 

Uno sconosciuto, non Tom, che non ha un’auto; 

Tom, che ha paura di guidare. 

É fiduciosa: tra non molto scorgerà due scie luminose, benché incerte nella bruma sempre più fitta, e poi uno scintillio metallico, debole ma inconfondibile, accompagnato dal basso brontolio di un motore. Con molta probabilità l’automobile sarà vecchia, ma affidabile. La riporterà a casa. A casa, dove forse troverà Tom che forse avrà già messo a letto i bambini e le avrà lasciato qualcosa di caldo da bere. Una tazza di latte, una fetta di pane. 

Andrà così. Non le pare di attendersi troppo; non si aspetta un miracolo. 

Piuttosto, le serve una tregua, un po’ di tempo. 

Procrastinare. 

Che cosa?

© Nadzeya Pakhotsina
Benché, lo ammetto, io desideri
Occasionalmente, un qualche responso
Dal cielo muto, in verità non posso lamentarmi:
Una qualche luce non primaria potrebbe ancora
Sbalzare incandescente 
 
Dal tavolo di cucina o dalla seggiola
Come se un ardere celestiale prendesse ogni tanto
Possesso di questi oggetti così ottusi
Consacrando così un intervallo
Altrimenti inconseguente
 
Concedendo larghezze, onori
Perfino amore. 

Ieri, ad esempio, ha passato l’intera giornata chiusa in camera. I bambini correvano da una stanza all’altra. Tom era uscito per un paio di commissioni urgenti: un conto da saldare, una lettera da spedire. 

All’alba Tom si era chiuso la porta alle spalle, senza fare rumore. Non poteva aspettare che lei si alzasse, o non avrebbe avuto abbastanza tempo per fare tutto. 

La cornacchia gracchia per tre volte, a intervalli regolari. Agita le ali. Si sporge in avanti. Sembra che voglia spiccare il volo. Invece ritrova l’equilibrio. Anche Maggie si muove un po’. Oscilla leggermente a destra e poi a sinistra. Se solo ci fosse qualcosa a cui appoggiarsi.

Se solo riuscisse a cogliere i segnali.   

Nessun risentimento. Capisce il bisogno di Tom. È un desiderio sano. Ha persino tentato di imitarlo, ma le riesce difficile. Eppure.

Il suo desiderio: perdere quel po’ di protezione che il destino le ha concesso; rinnegare tutto – educazione, origini, credenze. Le è chiaro che le darebbero della pazza se solo si lasciasse scappare una parola su questo argomento. Perciò osserva, in silenzio e con costanza, e attende. La contraddizione è una forma di libertà che le è poco familiare.

Capita, però, che qualche volta le si offra la possibilità di sottrarsi. Fugacemente; solo un morso a un frutto maturo di cui non può mangiare abbastanza. Come oggi, solo un morso: si è tenuta impreparata per la pioggia; una cosa piccola, ma necessaria. 

Per il resto, fa esattamente quello che dovrebbe fare chiunque si trovi nelle sue condizioni di donna americana, benestante, negli anni cinquanta.  

Il freddo è intenso. Si è raccolto dietro la fronte. Sente il suo respiro lento, il fiato gelido dell’immobilità. È un animale in letargo. Ha mal di testa. Povera cara, le sussurra nell’orecchio la voce di sua madre. In effetti, è un’espressione ricorrente, quasi un intercalare, durante le loro telefonate intercontinentali. A cadenza settimanale impediscono a Maggie di dimenticare cosa significhi possedere una vera cadenza yankee e non vergognarsene. A sua madre quelle chiamate costano un capitale, ma non le impediscono di pronunciare sempre qualche parola di troppo. Sua madre. Maggie non dice ‘mamma’. Solo: Susan. 

Il tempo rallenta. Maggie lo riempie con pensieri futili. Maggie non si sta impegnando abbastanza. Combatte l’inquietudine lasciandola affondare nelle sabbie mobili della pigrizia. Conta. Uno: l’orologio sopra il camino è in ritardo di qualche minuto. Deve farlo aggiustare.  

Due: le lenzuola dei bambini. Deve lavarle e metterle via. Rifare i letti con le coperte pesanti. Tre: togliere le tende alle finestre, sostituirle con quelle più chiare, di lino, che non schermano la luce. 

Ieri era il giorno giusto per sbrigare tutte queste faccende. Chissà quanto dovrà aspettare, prima che torni un giorno come ieri. 

Nel frattempo Maggie prega: per favore, fammi restare buona. Per favore, svuotami. 

Mira alla bontà come a un centro che sa di non poter colpire.

© Nadzeya Pakhotsina
[…] Io ora cammino, comunque, 
Attenta (potrebbe capitare 
Perfino in questo paesaggio noioso, rovinoso); scettica,
Benché politica, ignorante 
 
Di qualsiasi angelo che scegliesse d’avvampare
d’un tratto al mio lato. So soltanto che una cornacchia
Che riordina le sue piume può luccicare a tal punto
Da sopraffare i miei sensi; forzare
Le mie palpebre, e concedere
 
Una breve tregua dalla paura
Della neutralità completa.

Quanto impiega un’utilitaria a percorrere poche miglia di strada sterrata? Non più di un’ora, nemmeno con il tempo peggiore d’Inghilterra. Almeno il temporale ha perso forza, si consola. Almeno la cornacchia è ancora lì, sopra il tasso. 

Non sapendo cosa fare, pensa a loro. Persone. 

Le pare di conoscerle, anche se non le ha mai incontrate. Non veramente. Sono venute a lei spontaneamente. Maggie sa che l’una non poteva giungere senza l’altro. Un simbolo? Forse. L’aria si condensa davanti ai suoi occhi febbricitanti. Li vede ritornare a brani. Un pezzo alla volta. 

Comincia. 

Una di loro si aggira in un giorno di febbraio, sotto un cielo livido. Non sa come si chiami. Ne intuisce i lineamenti, più che vederli chiaramente. Naso dritto, zigomi poco pronunciati; occhi chiari. Si muove, eppure rimane immobile. Non è tardi, anche se sembra notte fonda. Nevica. Uno strato sottile di acqua ghiacciata si abbarbica al terreno. Asfalto, ghiaia, pietra. Il mondo è diventato friabile e lei sembra trovarcisi bene. Il gelo scrocchia sotto le suole degli stivali in cui la ragazza cammina. Il rumore è quasi allegro. Ne saprebbe godere, se la sua attenzione non fosse rivolta altrove. Dove, non è possibile capirlo. 

Lui le sta chiedendo, forse, delle indicazioni. In una mano sorregge una tazza di caffè. Si direbbe vuota, a giudicare dal modo in cui la agita. Maggie si corregge: non le sta chiedendo una direzione, le sta rivolgendo un invito. Probabilmente si conoscono già. Camminano a poca distanza l’uno dall’altra. Compiono movimenti precisi, compiuti. Di lui non sa niente, se non quello che porta scritto in faccia. Della ragazza, invece, sa – pur non sapendo come – che la tormenta il demone di un fallimento recente. La posizione della testa, leggermente china, dice quello che non ha saputo fare: non ha pianto, ad esempio, quando ha raccolto rimproveri giusti per un lavoro guasto.  

Così lei è accompagnata dai cocci del suo orgoglio ferito e dal desiderio di aggiustare la sua bilancia interiore che, però, tace. Lui invece è un fiume in piena. Rovescia fuori il bagaglio di parole che si porta dietro, come uno che, in una stanza d’albergo, rovesci sul letto il contenuto della valigia, senza alcun ordine. 

Così racconta. Ha compiuto studi complessi, in una di quelle discipline che di solito la gente evita, perché troppo esigenti e che dunque lui aveva scelto proprio perché trascurata dalla maggioranza; maggioranza da cui lui stesso fugge come da una peste. Presumeva poi che una vita spesa al servizio della complessità sarebbe stata per lui appagante. Gli avrebbe offerto una struttura stabile, dentro cui ripararsi: un posto sicuro, solitario, da cui i colpi di scena sarebbero stati banditi. Immaginava potesse darle la forma di una sfera, piccola e inscalfibile. Inalterabile. Lo avrebbe fatto sentire sicuro, nella conoscenza che ne avrebbe avuto. Cercava, in breve, un’eccezione all’eterna legge del mutamento; una legge proditoria, a suo modo di vedere.

Alimentare la passione innata per le cose complicate, col senno di poi, non è stata una scelta saggia; le smonta, un ingranaggio alla volta, senza fermarsi prima di toccare l’amaro della delusione. Non è mai diventato abbastanza saggio da fermarsi prima di giungere al fondo.

Lo sta raccontando alla ragazza, mentre l’accompagna a casa. Benché diffidente nei confronti dei suoi simili, infatti, avverte, talvolta, il bisogno di una conversazione. Allora chiede un incontro casuale, che di solito gli viene offerto per mezzo di qualche insondabile cabala d’universo. 

Maggie li immagina. In fondo, non c’è nessuna ragione valida per cui non dovrebbero esistere.

© Nadzeya Pakhotsina
[…] Con un po’ di fortuna,
Marciando testarda attraverso questa stagione
Di stanchezza, io potrò
Raccozzare assieme un contenuto
 
Di qualche genere. Avvengono miracoli,
Se siamo disposti a chiamare miracoli
Quegli spasmodici trucchi di radianza. L’attesa è ricominciata,
La lunga attesa dell’angelo,
Di quella sua rara, rarefatta discesa.

Non piove più. Maggie si alza a fatica. Le gambe, intorpidite dal freddo e dall’immobilità, sembrano appartenere a qualcun’altra. 

La cornacchia se ne è andata.

Non ha intenzione di aspettare ancora. Raccoglie la borsa da terra e spazzola il soprabito; cerca di farsi coraggio. Non è così stanca come crede. E una ragione ci dev’essere, una ragione che spieghi come mai nessuno, ancora, si è fatto vivo. 

Si posiziona al centro della strada che, serpeggiando, si dirige verso la costa; presumibilmente, verso il paese. Non è più sicura di niente. Potrebbe benissimo trovarsi in un altro continente; potrebbe essere di nuovo a casa, agli orizzonti dilatabili dei suoi vent’anni. All’improvviso vede davanti a sé una scia luminosa. Avanza e entra nel suo fascio abbagliante. Sbatte le palpebre e scuote la testa, salutando il vecchio che ha accostato e che la guarda con un’espressione indecifrabile. 

Aspetta un po’, prima di chiederle se ha bisogno di un passaggio.

Aurora Dell’Oro (1990) co-fondatrice di In allarmata radura ha vissuto quasi sempre in un piccolo paese in provincia di Lecco, fatta eccezione per gli anni universitari, trascorsi a Pavia, e qualche mese newyorkese, a cui deve la sua seconda nascita. Ha avuto delle buone maestre e ora insegna. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Malgrado le mosche inutile.

THE WAIT: KEEPING THE BOW DRAWN. A tale in four stages from The Rook in Rainy Weather by Sylvia Plath

by Aurora Dell’Oro

Translation by Aurora Dell’Oro

On the stiff twig up there
Hunches a wet black rook
Arranging and rearranging its feathers in the rain-
I do not expect a miracle
Or an accident
 
To set the sight on fire
In my eye, nor seek
Any more in the desultory weather some design,
But let spotted leaves fall as they fall
Without ceremony, or portent.

It is true: the heath has its own scent. Even the stones have one; and cities too. English towns are made of heather. Some of them, at least. 

It is fascinating.

It is so tiresome. 

The woman’s name is Maggie. She is sitting on a dry-stone wall.  

She observes: the yew tree, the church, the rook. Feathers and slate. The yew tree is crooked like a broken umbrella. It is the tree of misfortune, but it is dry, the small patch of ground which is covered by its branches. The grass, down there, seems to be struggling, claiming its right to grow. It is a fighting arena, both for cats and kids. 

There is room for no one else. 

The rook cries feebly on the top of the yew. It rotates its head and rubs its beak on its wings, again and again. Then it spreads them wide open; he shakes them a little bit, but he doesn’t take flight. 

She lets the rain fall upon her. Just as the rook does, but it is not the same. Her bare skin is a delicate, vulnerable thing: permeable. 

Besides, she’s too tall to stay under the tree. 

At this point her message must have been delivered. Jack, the lad of Jane the apothecary, is a smart boy. He wouldn’t forget it, even if he was in such a hurry, when he bumped into Maggie, that he barely recognized her. 

She wonders whether she used the right words. She tries to remember. Walk straight into the postal office, or in any store still open. Ask someone to go to her rescue, up there, at the Shepherds’ Church. 

She can’t trust her memory, though. 

Anyway, a call for help is what it is. It’s hard to be misunderstood. 

Jack left more than two hours ago. Two hours ago, the sky was cloudy. Maggie knew a downpour was coming, but first she wanted to be done with her sketch. She couldn’t leave. If she had postponed her drawing to the next day, the light would have been completely different. Then everything would have been in vain: the fatigue felt climbing to that cliff, to the old, abandoned church, to the flowerless cemetery, to the rook that stares at her with its right pupil. 

However, she proved to have some alertness of mind. She did something. She called out for Jack, she talked to him. Does this count as an attempt to be saved? She thinks so. It is not her fault if it didn’t work as she expected.  

Sheperds’ Church. It was them, half a century before, that wanted to build it, right next to the yew tree. At the time more than one peasant fought against the proposal, as they didn’t quite like the idea to build a church close to such a tree. 

The souls of the good Christians were trembling with fear: they would prevent, at any cost, that the house of Almighty God stood next to the devil’s yew. The witches’ tree. 

Still, the shepherds didn’t care. They wouldn’t have listened to anyone. They fought: the Raleigh, the Burroughs and the Jameson wished to receive the same sacred protection as those who dwelled in town. 

They felt lonely and lost in the midst of the heath where at times, in the worst days of winter, you couldn’t tell the fleece of a ship from a ghost, the wailing of the wind from a howling banshee. At one point someone came up with something that looked like a possible solution. 

If there were a cemetery next to the church, maybe the souls of the deceased would have untied the spell cast by the long, crooked branches of the yew – nobody dared to cut it, although it would have been the easiest way out. 

A cemetery, then.

Before the shopkeepers and the shepherds – whom the first called, with disguised contempt, the outsiders – found an agreement, the debate in the great room of the city hall went on for a few weeks. 

At the end: that the church would be built;

that it would be the shepherds’ church;

That theirs should be the dead resting in the yew’s shade. 

She had been told the tale by the milkmaid. Maggie wasn’t superstitious and she didn’t believe in curses. She seemed to her that the atmosphere of the place was suitable for a drawing session en plein air. 

She succeeded in making some sketches and a promising draft before the rain compelled her to put the album away in her bag. 

She tries to close the gap among her limbs because she doesn’t want to waste the remaining warmth of her body. She keeps her legs crossed and folds her hands on the right knee; her torso is slightly bent forward; if someone could see her, they would think that she has fallen asleep under the downpour. But there is nobody around, for miles and miles. 

Nobody, except for her and the rook. 

As the rain goes down her bare head, she consoles herself thinking at the coziness of the house welcoming her.  

It is weird, but her getting lost here, in the open land – or run aground, stranded would be better – during a seasonal storm – particularly violent, indeed, but not exceptional – she makes her think about her fellow humans with the appealing pathos of a castaway. She is already grateful to the stranger who will pick her up. 

A stranger, not Tom, who doesn’t have a car. 

Tom, who is afraid to drive. 

She is a believer: before long she will catch the glimpse of two bright trails, although uncertain in the increasingly dense mist. Then she’ll see a metallic sparkle, faint but unmistakable, followed by the low grumble of an engine. The car will be old, but reliable. It will bring her back home. At home, where maybe she will find Tom who maybe will have put their kids to bed and will have left something warm for her to drink. A cup of milk, a slice of bread. 

This is how things will unfold. She doesn’t seem to ask for too much; she doesn’t expect a miracle. 

She rather needs a break, some spare time. 

To procrastinate.  

What?

Although, I admit, I desire,
Occasionally, some backtalk
From the mute sky, I can't honestly complain:
A certain minor light may still
Lean incandescent
 
Out of kitchen table or chair
As if a celestial burning took
Possession of the most obtuse objects now and then —
Thus, hallowing an interval
Otherwise, inconsequent
 
By bestowing largesse, honor
One might say love. 

Yesterday, for example, she spent all day locked in her bedroom. The kids run from one room to another. Tom had left for a couple of urgent matters: a debt that ought to be paid, a letter that had to be sent.

At dawn Tom closed the door behind him, noiselessly. He couldn’t wait for her to get up, otherwise he wouldn’t have had enough time to do everything he got in the head of doing.

The rook croaks three times, at regular intervals. It flaps its wings. It bends forward. It seems it wants to take flight. Instead, it gains her balance once more. Maggie too moves herself a little. She swings a little to the right and then to the left. If only there was something she could lean upon.

If only she could catch the signals. 

No grudge. She understands Tom’s need. It is a healthy wish. She has even tried to be like him, but it is hard for her. Anyway. 

Her desire: to lose that little bite of protection destiny had given her; to deny everything — education, origins, beliefs. It is clear to her that they would call her crazy if only she let a word slip through her mouth about this. As such, she observes, silently and persistently, and she waits. Contradiction is a kind of freedom she hasn’t got used to. But it may happen that sometimes she is offered the chance to step back. Fleetingly, just like biting a ripe fruit once, knowing you cannot have enough of it. As now, just a bite: she has kept herself unprepared for the rain; something small, but necessary. 

As for the rest, she does exactly what has to be done by anyone who shares her condition, being an American woman, wealthy, in the Fifties.  

The cold is intense. It is curled up behind her forehead. She listens to her slow breath, the icy breath of stillness. The icy breath of stillness. She is a dormant animal. She has a headache. Poor sweetie, her mother’s voice whispers into her ear. In fact, it is a recurrent expression, almost a filler word, during their intercontinental calls. Once in a week they prevent Maggie from forgetting what it means to have a real yankee accent and not to be ashamed about it. Those calls cost an arm and a leg to her mother, but they don’t keep her from telling too much. Her mother. Maggie doesn’t say ‘mum’. Just: Susan. 

Time slows down. Maggie fills it with futile thoughts. Maggie isn’t committed enough. She struggles against her restlessness letting it sink into the quicksand of laziness. She numbers. One: the clock upon the fireplace is a few minutes slow. She has to get it repaired.  

Two: the kids’ blankets. She has to wash them and put them away. Make up the beds with the heavy covers. Three: remove the curtains and replace them with the fairer, linen-made ones that don’t shield the room from the sunlight . 

Yesterday was the right day to get through all this stuff. Who knows how much she will have to wait, before a day like yesterday comes along again? In the meanwhile, Maggie is praying: please, let me be good. Please, empty me.  

She aims at goodness as to a center she knows she can’t hit.  

[…] At any rate, I now walk
Wary (for it could happen
Even in this dull, ruinous landscape); skeptical
Yet politic, ignorant
 
Of whatever angel any choose to flare
Suddenly at my elbow. I only know that a rook
Ordering its black feathers can so shine
As to seize my senses, haul
My eyelids up, and grant
 
A brief respite from fear
Of total neutrality

How does it take a utilitarian to cover a few miles of gravel road? No more than an hour, not even with the worst weather of England. At least the storm isn’t as intense as it was before, she comforts herself. At least the rook is still there, upon the yew. 

As she doesn’t know what to do, she thinks about them. People. 

It seems she knows them, even if they have never met. Not really. They have come to her at their own will. Maggie believes that one couldn’t appear without the other. A symbol? Maybe. The air gets thick in front of her feverish eyes. She sees them return in pieces. A bit at a time. 

It begins.

One of them wanders on a February day, under a gloomy sky. She doesn’t know how she is named. Maggie guesses her features, rather than seeing them clearly. Straight nose, cheekbones not that high; fair eyes. She moves, yet she is still. It is not late, even if it looks like late night. It is snowing. A thin layer of frosted water has rooted to the ground. Tarmac, gravel, stone. The world has become brittle, and she seems to be at ease with it. The frost cracks under the soles of the boots the girl is walking in. The noise is almost merry. She could enjoy it if her attention wasn’t drawn elsewhere. Where exactly, it’s hard to tell.

He is asking, maybe, for some directions. He holds a cup of coffee in one hand. It is empty, one may say, judging by the way he is shaking it. Maggie corrects herself: he is not asking for a direction; he is issuing an invitation to her. Probably they already know each other. They walk close to each other- They move in a precise, thoughtful way.  She doesn’t know anything about him, except for what he carries written upon his face. As for the girl, instead, she knows – she doesn’t know how, though – that the demon of a recent failure tortures her. The position of her head, slightly bent, tells what she didn’t manage to do: she didn’t cry, when she picked up the right reproaches for a tainted job.

So, she is followed by the shards of her broken pride and the desire to adjust her internal scale which, however, is silent. On the contrary, he is a river in flood. He spills out the luggage of words he is carrying, like one that, in a hotel room, pulls out the inside of his bag upon the bed, in no particular order. 

So, he tells his story. He studied a challenging subject, something people usually avoid, as it requires too much effort. This was the exact reason why he had chosen it: he picked it up because it was neglected by the majority; the majority which he himself avoids like it was a pestilence. Henceforth he presumed that a life devoted to complexity would be satisfying. It would have offered him a solid structure inside which he could have taken shelter: a safe place, a solitary one. The turn of events would be banished from it. He imagined he could give it the shape of a sphere, small and unscratchable. Unchangeable. It would make him feel safe, in the knowledge he would have gained of it. To put it shortly, he was looking for an exception to the eternal law of changing; a treacherous one, according to him.

Feeding his innate passion for intricate things, in hindsight, has not been a wise choice; he disassembles them, a cog at a time, and he doesn’t stop before touching the bitter taste of disappointment. He has never become wise enough to stop himself before touching the bottom. 

He is telling this to the girl, as he is walking her home. Although he isn’t the trusty kind of person, in fact, he sometimes feels the urge to have a conversation. So, then he looks for a random meeting, which is usually given to him by the means of some unpredictable twist in the universal plot. 

Maggie imagines them. After all, there is no reason why they shouldn’t exist. 

[…] With luck,
Trekking stubborn through this season
Of fatigue, I shall
Patch together a content
 
Of sorts. Miracles occur.
If you care to call those spasmodic
Tricks of radiance
Miracles. The wait's begun again,
The long wait for the angel,
 
For that rare, random descent.

It’s not raining anymore. Maggie gets up painstakingly. Her legs, stiffened by the cold and stillness, seem to belong to someone else. The rook has gone away. 

She’s not going to wait anymore. She picks up her bag from the ground and brushes her coat; she tries to summon her courage. She is not as tired as she thinks. And there must be a reason why nobody has come up yet. 

She reaches the center of the road which points to the coast, twisting; maybe, it leads to the town. She isn’t sure about anything, anymore. She may be in another continent; she may be at home, again, to the dilatable horizons of her twenties. Suddenly she sees a luminescent track ahead of herself. She proceeds and gets into its sparkling ray. She blinks and tilts her head, saying hello to the old man who has stopped nearby and looks at her with an indecipherable look on his face. 

He waits for a while, before asking her whether she needs a lift. 

(Supervisione alla traduzione di Elisa Bonfanti)

É stato un abbaglio. Ma la donna senza nome l’ha scorto. Il suo corpo è ricoperto di giunchi; il suo corpo non occupa nessun luogo. In ogni caso, non le importa. È raggomitolata nella sua testa. C’è dello spazio, sotto il suo mento; è dove la stella ha cominciato a splendere attraverso l’acqua. Era acqua, o pietra, o il cielo blu s’è imbiancato? Com’è difficile distinguere una cosa dall’altra. Lo chiamano discernimento. Dovresti metterti delle forbici nella mente. 

Comunque, è fiera di sé. Era nel posto giusto al momento giusto. é stata paziente e ha aspettato. Nel frattempo, ha vissuto.

Alla fine, ha ottenuto la sua ricompensa: la visione. 

L’albero si ergeva alto e spoglio. Non c’era differenza tra rami e radici. In verità non c’erano né radici né rami, ma un essere a forma di fulmine che scintillava luminoso. 

Quando si allontana, seguo le sue impronte e anche io rimango in piedi in silenzio, aspettando. Ma quando apro gli occhi, non vedo nessuna luce, nessun albero-fulmine. La nebbia è spessa e innocente come un gregge di pecore. 

Nadzeya Pakhotsina stampa le sue fotografie a mano e le piace sperimentare con vari tipi di pellicola, emulsioni e componenti chimiche. Nella camera oscura il noto si tramuta così facilmente nell’ignoto che si potrebbe pensare di non avere mai imparato a vedere.

Nadzeya Pakhotsina vive a San Pietroburgo, Russia. Si è laureata in architettura. Si è avvicinata alla fotografia analogica sperimentale più di cinque anni fa. Da allora, gran parte della sua vita è stata dedicata alla fotografia su pellicola. La stampa artigianale nella camera oscura, l’uso di diversi tipi di carta, di emulsioni, di componenti chimici e di inchiostri creano un risultato sorprendente, che non avrebbe potuto nemmeno immaginare all’inizio del suo viaggio. La parte più interessante, tuttavia, deve ancora arrivare, perché la fotografia conduce a scoperte nuove e perfino più grandi. Immagini familiari rivelano aspetti insoliti e perciò l’unicità, l’imperfezione e la bellezza del momento che è stato catturato su pellicola è avvertito con maggiore vividezza.

It was a glimpse. But the nameless woman saw it. Her body is covered by reeds; it is nowhere to be seen. However, she doesn’t care. She is wrapped up in her head. There is some space beneath her chin; that’s where the star has come shining through the water. Was it water, or stone, or the blue sky turned white? How hard it is to distinguish one thing from the other. They call it discernement. You ought to put some scissors in your mind. 

Anyway, she’s proud of herself: she did it. She was in the right place at the right moment. She has been patient and she has waited. Meanwhile, she lived. 

At the end, she got her reward: the vision.  

The tree stood tall and bare. There was no difference between branches and roots. Actually there were neither roots nor branches, but a lightning-shaped being shimmering bright. 

When she walks away, I follow her footprints and I, too, stand quietly, waiting. But when I open my eyes I see no light, no lightining-tree. The fog is thick and as innocent as a herd of sheeps. 

Nadzeya Pakhotsina prints her photographs by hand and she likes to experiment with various types of film, emulsions and chemical components. In the darkroom the familiar turns into the unknown so easily that one may think (s)he has never learned to see.

Nadzeya Pakhotsina Lives in St. Petersburg, Russia. She graduated from University, where she studied architecture.  The introduction to experimental analogue photography took place more than five years ago. Since then, most of her life has been devoted to film photography.  Handmade printing in the darkroom, the use of various types of papers, emulsions, chemical components and toners create an unexpected result, which she could not even imagine at the beginning of the journey. The more interesting part is yet to come, because photography leads to new and even greater discoveries. Familiar images reveal unusual aspects and therefore the uniqueness, imperfection and beauty of that moment of life that was caught on film is felt more vividly.

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