(At)tesa come corda d’arco. Narrazione in quattro tempi da La cornacchia nel tempo piovoso di Sylvia Plath. Ipertesto

[ITA] [ENG]

© Nadzeya Pakhotsina

La cornacchia nel tempo piovoso 

Black Rook in Rainy Weather (1956) è una poesia che Sylvia Plath pubblica nella sua prima raccolta, The Colossus and Other Poems, edita a Londra nel 1960 per Heinemann. 

La traduzione italiana proposta nello Spiraglio è quella di Amelia Rosselli, contenuta nel volume Le muse inquietanti e altre poesie, curato da Gabriella Morisco e pubblicato per Mondadori nel 1985. 

Black Rook in Rainy Weather 

Black Rook in Rainy Weather (1956) is a poem published by Sylvia Plath in her first collection of poetry, The Colossus and Other Poems (1960), printed by Heinemman in London.

The italian translation that can be read in the Sparkle was written by Amelia Rosselli and published in Le muse inquietanti e altre poesie (1985), edited by Gabriella Morisco and printed by Mondadori.  

L’attesa

«Qualcuno aspetta. Pratica l’attesa. La pratica in modo esemplare. La pratica in modo che sia compiuta e soddisfatta. Perciò non aspetta questo o quello, che, qualora arrivasse, dovrebbe essere riconosciuto e identificato come oggetto dell’attesa. L’atteso, infatti, non porta con sé la sua evidenza, ma dev’essere nominato, accolto, per prendere corpo. Così, l’attesa si compie solo quando chi attende dice: questo è l’atteso. […] Colui che arriva sostituisce l’atteso. Non è l’atteso. Perché sia l’atteso, bisogna che non vi sia nulla da sostituire. Per poter compiere l’attesa, chi aspetta non deve sapere nulla dell’atteso, e lasciare socchiusa la porta. […] 

L’attesa fa uscire l’uomo dal presente, da sé, dalla sua casa natale: con la promessa della felicità, lo spoglia silenziosamente, a una a una, di tutte le sue ricchezze. Ed è proprio allora, quando lo ha spogliato, vuotato, disperato, che sopravviene la bufera – e la ripetizione».


Ginevra Bompiani, L’attesa, Luca Sossella Editore, 2021, p. 41 e p. 53.

The waiting

«Someone is waiting. Someone is practicing waiting. They are practicing it in an exemplary way, so that it may be accomplished and fulfilled. As such, they aren’t waiting for this or that. Shall it come, it should be recognized and identified as the object of the waiting. The waited object doesn’t declare itself, but it has to be named, welcomed, as to gain a body. So the waiting is done only when the one who is waiting says: this is what I’ve been waiting for. […] The one who comes replaces the one who has been waited for. It is not the one you are looking for. To be the expected, there has to be nothing to be replaced. To fulfill the waiting, the one who is waiting shouldn’t know anything about the expected and should leave the door ajar. […]

The expectation makes the human being get out of the present, of himself, of his very home: it silently deprives him of all of his riches with the promise of happiness. And it is then, when it has dispossessed him and emptied him, when it has thrown him into despair, that the storm comes – and the repetition». 


Translated from Ginevra Bompiani, L’attesa, Roma, Luca Sossella Editore, 2021, p. 41 e p. 53.  

L’attenzione 

«L’attenzione è l’attesa: non lo sforzo, la tensione o la mobilitazione del sapere attorno a qualcosa di cui ci si preoccupi. L’attenzione aspetta. Aspetta senza fretta, lasciando vuoto ciò che è vuoto ed evitando che la nostra fretta, il nostro desiderio impaziente, e ancora di più il nostro orrore del vuoto, lo colmino anzi tempo. L’attenzione è il vuoto del pensiero orientato da una tenue forza e mantenuto nell’accordo con la vuota intimità del tempo. L’attenzione è impersonale. Nell’attenzione non sono io ad essere attento: già da sempre, con estrema delicatezza e con continui, impercettibili contatti, l’attenzione mi ha distaccato da me e mi rende disponibile all’attenzione che divento per un istante. Sparisce, nell’attenzione impersonale, il centro di attenzione, il punto centrale attorno al quale si dispongono la prospettiva, la vista e l’ordine di ciò che distingue l’attenzione personale dall’attenzione impersonale. L’attenzione media e personale organizza attorno all’oggetto dell’attenzione tutto ciò che si vede e si conosce […]. L’attenzione in questo caso è media e resta un mezzo. L’altra attenzione è per così dire oziosa, priva di occupazione. È sempre vuota ed è la luce del vuoto». 


Maurice Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere», trad. Roberta Ferrara, Torino, Einaudi, 1977, pp. 147-148.

The attention

«To be attentive is to be waiting: it is not the struggle, the tension or the reminding of what one knows about something one is worried about. Attention waits. It waits with no hurry keeping what is empty and it avoids that our hastiness, our impatient desire and, moreover, our terror of the void fill it before due time. Attention is the void of the thought which is oriented by a feeble force and kept in balance with the empty intimacy of time. Attention is impersonal. It is not me to be attentive: attentione has already detached me from me, by the means of an extreme delicacy and with incessant, subtle contacts. It makes me available to the attention I become for an instant. In the impersonal attention, the center of the attention and the central point around which perspective, sight and the distinguishing order between personal and impersonal attention arrange themselves, disappear. The average and personal attention organizes everything seen and known around the object of attention […]. In this case, attention is just a tool. The other attention is idle, so to speak, inactive. It is always empty and it is the light in the emptiness». 

Translated from Maurice Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere», trad. Roberta Ferrara, Torino, Einaudi, 1977, pp. 147-148.

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