Carne

Testo di Valentina Ramacciotti | Immagini di Hernan Chavar e Tito Ghiglione

[ITA] [ENG]

© Hernan Chavar – Tito Ghiglione

L’uomo non è un animale
è una carne intelligente,
anche se a volte malata.
Fernando Pessoa

Vedo la sua pelle, il solco incurvato della spina dorsale, la testa che scompare oltre le due colline delle spalle, la muscolatura soda delle natiche… penso alla mia carne dentro la sua, al rumore ridicolo che ne viene fuori, clap clap, i nostri corpi uniti fanno il rumore di un applauso.  

Incido l’osso con lo scalpello e poi sferro il colpo decisivo alla colonna vertebrale, si spacca in due con un rumore secco che lacera l’aria.  

La carne risponde con una piccola scossa, si divarica mostrandomi l’interno concavo e pieno, rivestito dal costato simmetrico. Sento l’eco della vibrazione scorrere sulle mie dita.

Il suo corpo si muove libero sotto le luci danzanti, provoca occhi impreparati e affamati. 

E io, umiliato, schiacciato dalle scosse isteriche di questa musica che mi sovrasta, non vorrei trovarmi qui, accanto a sconosciuti bramosi e immorali che sviliscono il corpo confondendolo con pratiche oscene. Resisto ancora, ma il bagliore delle carni lisce e compatte è insostenibile, la curva del ventre che emerge dalla maglietta, l’arco della schiena che si tende come un serpente, le lunghe cosce, piene e tornite di muscoli saldi, saturi di sangue, sono frustate insostenibili. 

Devo chiudere gli occhi. Fuggire, tanto è il desiderio. 

© Hernan Chavar

Scavo con le mani dentro il cadavere, raccolgo il grappolo degli organi interni. Sono caldi, pulsano tra le mie mani, il loro colore è bruno come quello delle cellule sofisticate e intelligenti che trattengono.

Lei mi chiama. La faccia sorpresa, labbra nude che si allargano in una risata, poi una smorfia. Le mucose aprono il suo interno verso l’esterno. Irrorate da milioni di capillari, spugnose e sensibili, l’alito le attraversa, migra carico di flussi rubati alle interiora e regalati all’aria. Mi trattiene sulla pista, in mezzo a corpi agitati come larve brulicanti nel secchiello del pescatore. Mi sussurra nell’orecchio un tiepido invito. Mi spinge fuori dalle anatomie attorcigliate e convulse. Le sue mani calde premono sulla mia schiena, lasciano un’impronta profonda. La pelle ha la sua memoria, anche la più piccola pressione lascia una traccia invisibile nella fibra della carne, un vuoto di membrane schiacciate, di tessuti assottigliati, di energie trattenute. Sento i suoi polpastrelli in profondità accarezzarmi le costole. Immagino le file bianche, allineate sui profili concavi, rivestite di carne rosa, le cancellate irte del cuore che sta lì e risponde ai sussulti dell’anima con un movimento involontario. Sterile simulacro del sentimento che non esiste.

© Tito Ghiglione

Taglio il recinto di ossicini bianchi. Li riduco in un set per barbecue. Strappo lo strato sottile di pelle bianca, il grasso aggrappato come una resina gialla. Dall’angusta caverna che cela il meccanismo propulsore, estraggo il muscolo che muove la vita iniettandola nelle arterie, nei loro gorghi misteriosi, nei nervi che innescano il guizzo.

La musica lisergica si spegne dietro di noi con rimbombi scarichi che liberano i timpani dall’assedio. Adesso la sua voce è squillante, rimuove il torpore e le difese uditive, spalanca l’agguato che arriva soave come una promessa. 

L’incisione scivola sulla pelle pallida e glabra, apre lo strato superiore con una V che svela il rosso striato delle fibre sottostanti. Le lesioni nervose, il sanguinamento, sono smottamenti da evitare. Mi aggiro scaltro per i rilievi dell’anatomia, per le distese di carne, i rivoli scuri e ferrosi, le frane smerlate dell’epitelio gemmato di ghiandole. Lascio spurgare la carne, in modo che il taglio sia chirurgico e pulito. Procedo con ordine, dalle mezzane ottengo i quarti, quelli anteriori e quelli posteriori.

Il mio bisturi non incontra resistenza, la carne è burro.

© Hernan Chavar

L’auto è lontana, la camminata richiama almeno dieci litri di sangue nelle mie gambe stanche. Lei mi si appoggia dolcemente, con una mano sfioro la pelle che le riveste le gambe, oltre la gonna troppo corta. È così liscia, così tenera…vorrei toccarla ancora, ma la mia mano è un artiglio rigido adesso, dove non scorre più linfa.

È facile per voi. La carne arriva nelle vostre case direttamente nelle vaschette in polistirolo, una fetta adagiata sull’altra. Ma il lavoro che c’è dietro, quello non lo sapete… l’odore della carne resta dentro, intacca le membrane più spesse e refrattarie, contamina le difese interne oltre i guanti sterili, apre invisibili ferite, passaggi sottili e nervosi, e dopo non è più lo stesso: la sua essenza perseguita, impregna, inquina con la matrice ferrosa e dolce.

Lei si spoglia, la pelle s’increspa in un brivido superficiale, minuscole bocche spalancate sul buio, le difese spinose di un corpo svestito. 

Sento la temperatura crescere dentro di me, avvampare i polmoni e ridurre il respiro a un rantolo vuoto. 

I nostri aliti appannano i vetri dell’auto e rendono la realtà esterna un’ombra sfatta nella retina, senza vigore, ordine o confini. 

Sulla sua faccia la scintilla di un sorriso, sul suo corpo il riflesso pallido della luna. Prende la mia mano. E io la lascio andare a sfiorare quei brividi innocui. Chiudo gli occhi sul corpo nudo, il corpo celato dalle vesti, occultato ai nostri occhi mortali per millenni di false promesse e costruzioni astratte. Il corpo nudo che ho spiato sotto altre mentite forme, è abbacinante, per me adesso insopportabile. 

© Tito Ghiglione

Guardo la gente china sulle confezioni sigillate dalla pellicola trasparente, le loro mani accarezzare i muscoli recisi, tastarne la consistenza, bramosi del morso, attizzati dal gusto del sangue come vampiri autorizzati. Una pornografia lecita, comprata a poco prezzo. E io li spio oltre la vetrata, nella mia guaina verde di polipropilene, sotto l’orlo della mia cuffietta bianca, protetto dai guanti, perché il contatto con la carne è un privilegio di pochi coraggiosi e richiede un rituale scrupoloso per limitare fattori di rischio. Rischi materiali, batteriologici… ma esistono altre minacce per chi si avventura ogni giorno nelle interiora di cadaveri, per chi li appende al gancio e li scuoia. Non importa a nessuno di quel danno immateriale e individuale, fa parte del mestiere, del fegato di chi lo svolge, del contratto sottoscritto, di clausole fittizie e secondarie. L’importante è che la fettina sia integra, con un bel colore rosso, non troppo sanguinosa, perché il sangue si ingerisce, ma non si deve vedere, anche i tossici e i vampiri preferiscono farsi la dose senza troppi sgocciolii: potrebbero ricordargli la propria natura, il proprio appetito bestiale.

Sento arrivare le scariche. Elettricità immateriali che innescano immagini nella materia grigia. I riflessi dell’esterno, di ciò che i miei occhi non possono ancora vedere, ma che riescono ad anticipare. È qui che nasce il desiderio, la spinta dei sensi, il richiamo della carne verso la carne.

© Tito Ghiglione

Le frattaglie sono le parti meno nobili, quelle che nessuno vuole, il quinto quarto, lo scarto, la carne più servile che si ammorba di cascame e tossine. Così difficili da pulire e da cucinare, ma così intense e gustose per gli intenditori. Pancreas, ghiandole salivari, ghiandole endocrine, cervello, fegato, lingua, rognone… consistenze, proprietà e gusto diversi: ruvido, striato, liscio, calloso, smerlato, bianco, scuro, porpora, rosa, ferro, proteine, fosfolipidi, zinco e vitamine, salato, dolce, amaro… 

Quell’ombra scura che invade al centro lo spazio ellittico che hai di fronte, lo squarcio visibile del tuo spettro elettromagnetico, sono io. L’uomo che taglia e che squarta, l’uomo sempre imbrattato di sangue, con le mani screpolate che puzzano di candeggina, rimedio sterile per cancellare l’odore della carne, della morte… che però resta sotto, annidato nelle creste e nei solchi cutanei, nelle unghie. Tenace e persistente. 

Labbra aperte, occhi socchiusi, il rossore dello sforzo sul viso, l’umidità della tensione sulla pelle… sono io.

© Hernan Chavar

Il vapore ci avvolge, bagna la nostra pelle, le tue mani e la disobbedienza del mio muscolo flaccido che non si solleva verso le stelle, verso di te. 

Ci sono Paesi in cui non si scarta neppure il pene dell’animale. Il membro del cervo in Cina è un piatto ricercato nelle diete degli sportivi. Il pene dello yac migliora la virilità. In Italia Artusi proponeva nel suo pregiato ricettario i testicoli di puledri fritti. In Spagna e altrove i coglioni del toro sono una prelibatezza.

Chiudo gli occhi sulle morbide promesse, sulle distese di pelle, l’involucro esterno dell’uomo mortale, nascosto dalle vesti per troppo tempo verso cui non provo che angoscia. Forza cupa e opprimente, istinto selvaggio del possesso e della distruzione, impulsi ancestrali che vincono sulla foga e il panico, sull’estasi e la violenza, per ricondurmi a un ordine pulito, di tagli e cuciture, obbedienza e austerità.

È un istinto di sopravvivenza, la forza cieca che mi spinge fuori, lontano, mentre la faccia di lei si spegne nel cruccio affranto della delusione. 

Torno al mio mattatoio, ai miei corpi nudi di bovini e suini. A cadaveri immobili e inoffensivi, che non si aspettano reazioni e impulsi, ma tagli e precisione. Dove gli ormoni non accendono fantasie, ma restano confinati nell’ipofisi e nella ghiandola pineale senza far danni, senza accendere frustrazione e tormento dopo l’onda calda del piacere.

Valentina Ramacciotti. Nata a Lucca, vive in Versilia dove insegna agli studenti del liceo artistico l’arte del cinema e della fotografia. Laureata in Storia dell’arte contemporanea, da oltre un ventennio porta avanti la sua personale ricerca e produzione di immagini. Nel 2018 pubblica il romanzo Piovono ragni, Eretica edizioni. I suoi racconti appaiono su diverse riviste letterarie (Inutile, Narrandom, Spore, Tre racconti, Bomarscé) e nella raccolta di autori vari Faccia non mente dia.Foria editore, 2014. Già finalista nel 2020, vince l’ottava edizione del Premio Hypnos 2021 col racconto Chiaro di Luna. Il suo romanzo Essere Umano è segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino 2021. Moscabianca Edizioni nel settembre del 2021 pubblica il suo racconto Luce nell’antologia Human.

Hernan Chavar è un artista nato a Buenos Aires e arrivato in Italia nei primi anni Ottanta. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Macerata in pittura e tecniche dell’incisione, ha cominciato a esporre le sue opere in diverse città, nazionali e estere. Attualmente vive e lavora a Porto Recanati e collabora con diverse case editrici e quotidiani.

Tito Ghiglione (Genova, 1979). Da sempre interessato alla sperimentazione e ai linguaggi artistici inizia a scattare, sviluppare e stampare dal 2010 scoprendo, nella pellicola, una materia in grado di rivelare sensibilmente ciò che gli occhi non riescono a vedere. Concentrato dunque sulla materia/pellicola e sulle sue possibilità visivo-percettive, pone al centro della sua ricerca la luce in ogni sua manifestazione e accadimento. Oltre alle tecniche classiche (35 e 120 mm) apre la sua sperimentazione a tecniche come la fotografia stenopeica, la pseudo-solarizzazione e altri processi alternativi in camera oscura. Nel corso dell’ultimo anno le sue fotografie sono state pubblicate su diverse riviste on-line e, nel luglio del 2021, gli è stato dedicato il n°23 della rivista Nudeartzine. Attualmente sta collaborando con La Bestia collective per il progetto Uncertainty e con le gallerie InArteOff e Traumfabrik.

Flesh

by Valentina Ramacciotti

translated by Aurora Dell’Oro

Man is no animal
Is an intelligent flesh
Even though sometimes it feels sick.
Fernando Pessoa

I’m looking at her skin, the bending furrow of the spine, the head hidden by the two hill-like shoulders, the tight musculature of his bottom… I’m thinking of my flesh inside her own. The ridiculous noise, clap clap, made by our bodies together, is like an applause. 

I engrave the bone with the chisel and then I unleash the conclusive blow to the spine. It opens in two with a harsh noise which cuts the air. The flesh answers with a feeble shock, it spreads apart showing the concave and full inside, coated by the symmetrical ribs. I hear the echo of the vibration running through my fingers.

Her body is moving freely under dancing lights, it provokes unprepared and hungry eyes.

And I, humiliated, squeezed by the hysterical shocks of this raging music, I don’t like being here, next to greedy and immoral strangers who are demeaning and confusing the body with obscene practices. I’m enduring, but the glow of the smooth and firm flesh is unbearable, the roundness of the belly under the shirt, the arc of the back tight as a snake, the long thighs, shaped by turned muscles, full of blood, are unsustainable lashes. 

I have to close my eyes. To escape, so overwhelming is the desire.

I’m digging with my hands into the corpse, I’m picking up the bunch of the internal organs. They are warm, they are pulsing in my hands, they are brown as the sophisticated and smart cells they are holding back. 

She is calling me. The face is surprised, the bare lips burst into laughter and then into a grimace. The mucous membranes turn the inside into the outside. Sprinkled by millions of capillaries, spongy and sensitive, the breath goes through them, it is heavy with the fluxes stolen to the entrails and given to the air. She makes me stay on the track, among nervous bodies like wiggling larvas into a fisher’s basket. She whispers into my ear a tepid invitation. She pushes me out of the twisted and disjointed anatomies. Her warm hands press on my back, they leave a deep print. The skin has its own memory, even the slightest pressure makes an invisible mark in the fiber of the flesh, a void of squashed membranes, of thinned tissues, of restrained energies. I feel her fingertips caressing my ribs down deep. I imagine the white rows, aligned on concave profiles, coated by pink flesh, the spiky gate of the heart dwelling and answering with soul’s tremors as if unintentionally. Barren appearance of a feeling which doesn’t exist.

I cut the enclosure of white little bones. I grind them to a barbecue set. I rip off the thin layer of white skin, the fat is like a yellow resin. I extract the propulsive mechanism from the tiny cave, I extract the muscle which injects life into the arteries, into their mysterious eddiy, into the nerves triggering the flash. 

The lisergic music turns off behind us freeing our eardrums. Now her voice is pitch high, it removes the numbness and the hearing defenses, it opens the attack coming as sweet as a promise.

The engraving slips on the pale and hairless skin, it opens the superior layer into a V revealing the stripped red of the fibers underneath. The nervous wounds and the bleeding are to be avoided. I’m going around the anatomical reliefs, I’m going through the flesh expanses, the dark and ironic rivulets, the gaped landslide of the glandular, gem-like, epithelium . I let the flesh purge, so that the cut is surgical and precise. I have a method. I cut out the quarters from the middle parts, the anterior and posterior ones.

My scalpel isn’t fought by any resistance, the flesh is like butter. 

The car is far away, the walk requires at least ten litres of blood in my tired legs. She is bending on me sweetly, I am touching lightly the skin of her thighs, under the all-too-short skirt. It is so smooth, so tender…I wish I could touch it again, but my hand is a stiff claw now. No lymph runs through it.

It is so easy for you. The meat gets into your houses into polystyrene arrays, layers upon layers. But you don’t know how much work is required… The smell of the meat stays inside, it affects the thicker and refractory membranes, it pollutes the internal defenses beyond the sterile gloves, it opens invisible wounds, thin and nervous passages, and after that nothing is the same anymore.

She is undressing. The skin ripples in a superficial thrill, tiny mouths wide open in the darkness, the thorny defenses of a naked body. 

I feel the temperature rising inside me, the lungs are in flames and the breaths become an empty rattle.  

Our breath is fogging up the car windows and they turn the outside into a shadow, strengthless, chaotic and with no boundaries. 

On her face sparkles a smile, on her body the pale reflex of the moon. She takes my hand. And I let it go caressing those innocent thrills. I close my eyes on her bare body, the body shrouded in the clothes, hidden to our mortal eyes for millennia of false promises and abstract schemes. The naked body in disguise I spied on is dazzling, and is unbearable for me, now. 

I’m looking at people bent over the sealed transparent packaging, their hands are caressing the severed muscles, they are feeling the consistency, eager for the bite, excited by the taste of the blood like authorized vampires. A legal pornography, bought for a cheap price. And I am spying on them outside the stained glass window, in my green sheath of polypropylene, under my white bonnet, protected by gloves, as coming into touch with the flesh is a thing for brave men and it requires a scrupulous ritual to contain the risks. Material risks, bacteriologic risks… but there are other dangers for the ones who get into the animal corpses, for the ones who hang them up and they skin them. Nobody cares for the intangible and individual damage, it is a part of the job, it’s up to the bravery of the employees, it depends on the subscribed contract, on the false and secondary provisions. The slice has to be whole, nicely reddish, not too bloody, because you eat the blood but you don’t have to see it, even junkies and vampires prefer to have their shots without any leaking: otherwise they can remember their nature, their beastly appetite. 

I can feel the discharging coming. Impalpable electricity triggers images into the brain. The outside reflexes, something my eyes cannot already see but they can foresee. The desire borns from here, the pull of the senses, the call of the flesh toward the flesh.

The offals are the least noble parts. Nobody wants the fifth quarter, the  entrails, the groveling flesh full of toxins. They are so hard to clean and cook, but their taste is so intense and tasty according to the connoisseurs. Pancreas, salivary glands, endocrine glands, brains, liver, tongue, kidney…consistence, properties e taste are different: coarse, striated, smooth, insensible, scalloped, white, dark, purple, pink, iron, proteins, phospholipids, zinc and vitamins, savory, sweet, bitter… 

That’s me, the dark shadow coming into the elliptical space you see, the visible gash in the electromagnetic spectrum. The man who cuts and quarters, the man soaked into blood, with the cracked hands smelling bleach, trying to wash away the stink of flesh and death… anyway it remains hidden in the cutaneous crests and furrows, under the nails. Stubborn and persistent. 

Lips open, eyes ajar, the redness of the struggle on my face, the wet tension on my skin… this is me.

The steam surrounds us, it soaks our skin, your hands and the disobedience of my flabby muscle that doesn’t rise towards the stars, towards you. 

In certain countries the animal’s penis isn’t thrown away either. 

In China the deer penis is considered to be a delicious dish by sportsmen. Virility improves thanks to the yak penis. In Italy Artusi suggested to fry the foal testicles. In Spain and elsewhere the bull’s ones are a delicacy.

I close my eyes on the soft promises, on the landscape of skin, the external envelope of man, hidden by clothes for so long that I can’t help but to feel distress. 

Dark and overwhelming power, wild instinct to possess and destroy, ancestral impulses winning over enthusiasm and panic, ecstasy and violence, as to get me back to the tidiness of cutting and sewing, obedience and austerity. 

It is the instinct of survival, the blind force pushing me outside, far away, as her disappointed face is turning off. 

I’m going back to my slaughterhouse, to the naked bodies of cows and pigs. To the still and quiet corpses. They don’t expect either reaction or impulse, nothing but cuts and preciseness. The hormones don’t fantasize, but they remain within the hypophysis and the pineal gland and they do no harm. They don’t ignite any frustration or torment after the warm wave of pleasure.

Valentina Ramacciotti Born in Lucca, she lives in Versilia where she teaches the art of cinema and photography to art school students. Graduated in History of Contemporary Art, she has been carrying out her personal research and production of images for over twenty years. In 2018 he published the novel Piovono ragni, Eretica Edizioni. Her stories appear in various literary magazines (Inutile, Narrandom, Spore, Tre racconti, Bomarscé) and in the collection of various authors Faccia non mente dia.Foria editore, 2014. Already finalist in 2020, she wins the eighth edition of the Hypnos 2021 Award with the tale Chiaro di Luna. Her novel Essere umano is recommended by the jury of the Italo Calvino 2021 Award. Moscabianca Edizioni in September 2021 publishes her short story Luce in the anthology Human.

Hernan Chavar is an artist born in Buenos Aires and arrived in Italy in the early eighties. After graduating in painting and engraving techniques from the Academy of Fine Arts in Macerata, he began to exhibit his works in differents cities, nationally and abroad. He currently lives and works in Porto Recanati and collaborates with differents publishing houses and newspapers.

Tito Ghiglione (Genoa, 1979). Always interested in experimentation and artistic languages, he began shooting, developing and printing in 2010, discovering, in film, a material capapble of sensitively revealing what the eyes cannot see. Concentrated therefore on the material/film and on its visual-perceptive possibilities, he places light in all its manifestations and occurrences at the center of his research. In addition to classical techniques (35 and 120 mm) he opens his experimentation to techniques such as pinhole photography, pseudo-solarization and other alternative processes in the darkroom. Over the past year, his photographs have been published in differents online magazines and, in July 2021, issue n°23 of Nudeartzine magazine was dedicated to him. He is currently collaborating with La Bestia collective for the Uncertainty project and with InArteOff and Traumfabrik galleries.

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