di Mario Emanuele Fevola

© Jasmine Barri
È sufficiente che il Me sia contemporaneo del mondo e che la dualità, puramente logica, di soggetto-oggetto sparisca
definitivamente dalle preoccupazioni filosofiche. Il mondo non ha creato il Me, il Me non ha creato il Mondo; il Mondo e il
Me sono due oggetti per la coscienza assoluta, impersonale ed è grazie a essa che essi si trovano connessi.
[Jean Paul Sartre – La trascendenza dell’Ego]
Primo circolo. Il dottor Salamandra e Margot. Bologna. Evocazione.
Un sabato mattina di Bologna, come possono essere certe mattine dell’ultimo giorno di novembre, con l’aria di un freddo azzurro chiaro che entra dalla finestra e che ti fa sentire vivo. La mattina cosa si fa? Colazione, dicono Margot e il dottor Salamandra, e al pomeriggio si scende per fare quei quattro passi in centro e andare a bere.
Così avevamo fatto noi. Avevamo passato la mattinata a mangiare e a parlare. Ero ospite di Margot e del dottor Salamandra, per una notte, dopo la presentazione del libro. Li aspettavo seduto al tavolino del salotto, con la finestra semiaperta, mentre fumavo una sigaretta. La prima a svegliarsi fu Margot. Aveva gli occhi chiusi come quelli di un micetto addormentato, il corpo nobile avvolto in una vestaglia damascata. Volteggiò per la cucina e chiese se il caffè lo preferivo corto o doppio. Normale, risposi io. Mi guardò con uno sguardo strano, di disapprovazione. Cosa significa normale? Sembrava dire. Te lo faccio doppio, aggiunse. Poi si svegliò il dottor Salamandra. Sorridente, capelli sciolti. Come si fa a essere così felici la mattina? Gli domandai. Perché il mondo può passare un altro giorno con me e io con lui, mi rispose. Facemmo colazione.
Un’abbondante, gustosa e ricca colazione.
Caffè doppio e seconda sigaretta. Il dottor Salamandra mi parlò di Freud e Jung e di come la differenza sostanziale tra i due fosse solo da un punto di vista prospettico: Freud guardava l’Io come involucro in osmosi col mondo; Jung, invece, guardava l’Io come un nodo di energia nel mondo. La differenza tra l’inconscio individuale e l’inconscio collettivo, mi spiegò il dottor Salamandra, era che l’Io nell’inconscio individuale era condannato in una danza senza senso, se non quello di rimandare la morte e cercare il piacere, mentre l’Io nell’inconscio collettivo poteva almeno dire di partecipare alla danza del mondo. Era come un triangolo inscritto in un quadrato che si proiettava su di sé per formare un cerchio. Come un mandala, aggiunse.
Banana a pezzetti, pesca a dadini e mela a fette sottili. Spensi la sigaretta. Raccontai al dottor Salamandra che c’era un libro di Antonio Tabucchi, che si chiamava Per Isabel (un mandala), uscito postumo. La trama era basata sulla ricerca di Isabel da parte del poeta polacco Slowacki. Un testo costruito a cerchi concentrici. Tabucchi, a proposito di questa narrazione a forma mandalica, ne aveva scritto già in Si sta facendo sempre più tardi. Il titolo pensato era “Cercando di te”, sottotitolo “Un mandala” e Tabucchi ne scriveva come il suo ultimo libro che non aveva scritto, «il capolavoro di tutti i suoi romanzi non scritti, l’opera maestra del silenzio che aveva scelto per tutta la vita1». Al dottor Salamandra illustrai come la ricerca del personaggio fosse concentrica, uroborica, e come il movimento fra l’Io interno e l’Io esterno camminasse su una scacchiera fatta di sensazioni e di continuo scambio e comunicazione tra Slowacki e il mondo, mondo che gli portava pezzetti e frammenti di Isabel attraverso il dialogo con persone a lei vicine, che ne avevano sentito parlare, animato da fantasmi o manifestazioni oniriche che prendevano vita e orientavano, assorbivano, reintegravano, immaginavano, comunicavano, restavano, dilatavano, realizzavano e ritornavano. «E cerchio dopo cerchio, mentre i cerchi si facevano sempre più stretti, proprio come nel mandala, lui riusciva ad arrivare al centro, che poi era il significato della sua vita e cioè ritrovarla2». Accennai a come finiva il romanzo e gli confessai che da anni avevo in mente di scrivere una storia basata su una trama a forma mandalica. Non ci ero mai riuscito, qualche immagine mancava, ma gli promisi che ci avrei provato. Il dottor Salamandra ne sembrò compiaciuto. Penso che lo leggerò, rispose. Ritrovare Isabel come rappresentazione dell’Altro in un percorso del Sé in cerchi concentrici, sostenne, mi sembra un’ottima rappresentazione di quello che siamo abituati a fare.

© Jasmine Barri
Secondo circolo. La febbre con Nadia e Tabucchi. Umbria. Orientamento.
Avevo letto Per Isabel tra Natale e Capodanno del 2016. Io e Nadia eravamo in casa rifugio per cucinare ai bambini. Durante le pause dal lavoro in cucina, me ne restavo a leggere fuori. Quasi verso sera, improvvisamente, cominciò a nevicare. Non rientrai, solo perché stavo fumando e soprattutto la neve al mio sguardo diventava un sogno a occhi aperti a cui volevo assistere. Mi emozionava essere lì fuori, a ridosso del bosco, essere un corpo caldo toccato dal gelo della natura. La sera salì la febbre. Nel delirio onirico sognai i mandala. La notte io e Nadia facemmo l’amore. Ogni nostro centro era un fuoco che bruciava.
Terzo circolo. Il simbolo. Assorbimento.
Un triangolo su un cartello stradale è un segno: un’informazione chiara, convenzionale, immediatamente comprensibile. Ma se lo stesso triangolo appare in un sogno, diventa simbolo, capace di evocare l’ignoto. Il primo rappresenta ciò che è noto, il secondo ciò che è sconosciuto o solo parzialmente compreso. Jung definisce il simbolo come «la migliore espressione possibile in quel determinato momento per un dato di fatto sconosciuto3» o «conosciuto solo in parte». Diversamente da Freud, per il quale il simbolo maschera i contenuti rimossi dell’inconscio personale, Jung vede in esso una funzione rivelatrice. Il simbolo non solo dissimula, ma permette l’accesso ai contenuti inconsci, portandoli alla coscienza e innescando un processo trasformativo.
Il simbolo opera su due livelli. Nel primo, rappresenta i contenuti dell’inconscio personale: esperienze, memorie, conflitti che appartengono alla storia individuale. Nel secondo, agisce a un livello più profondo, universale, dando forma agli archetipi, le strutture innate e collettive dell’inconscio. Gli archetipi non hanno contenuti specifici finché non trovano espressione nei simboli, i quali assumono significati sovrapersonali e metastorici. In questa doppia natura, il simbolo è contemporaneamente personale e collettivo, contingente.
Jung chiama “funzione simbolica” il meccanismo attraverso cui i contenuti inconsci si proiettano nella coscienza sotto forma di simboli. Questo processo non è automatico, ma richiede un atteggiamento specifico da parte della coscienza, che deve essere disposta a vedere negli eventi e negli oggetti un senso più profondo. È una funzione che permette alla psiche di costruire sé stessa, unendo coscienza e inconscio in un dialogo continuo. Questa unione, o coniunctio oppositorum, è il cuore del processo di individuazione. La funzione simbolica non richiede solo oggetti adatti, ma anche il coinvolgimento della coscienza, solo «un’incondizionata partecipazione dell’Io a tesi e antitesi4» attiva la funzione simbolica e le conferisce qualità trascendente, di conoscenza del Sé.
Il simbolo vivo non è un significato, ma un senso operante, attua il Sé, dà un’immagine alla somma di tutte le contraddizioni che ci portiamo dentro.

© Jasmine Barri
Quarto circolo. Fatina e Salamandra. Bologna. Reintegrazione.
Fette di pane abbrustolito con burro e marmellata di ciliegie. Terza sigaretta. Il dottor Salamandra si alzò dal tavolo e prese alcuni saggi dalla sua libreria. Mi mostrò L’Io diviso, il capolavoro di Ronald Laing, per il quale ogni uomo costruisce falsi Io per non affrontare la realtà. L’io soffre nello spazio sottile tra la speranza di una vita vera e il terrore dell’annientamento. La sua lucidità interiore lo condanna a distruggere ogni bellezza che lo circonda. Sembra spietato, forse lo è, ma è pur sempre meglio che annoiarsi, concluse. Poi poggiò il libro sul tavolo, davanti al caffè di Margot. Lo teneva aperto con la mano ferma sulle pagine. Appena hai finito di leggere, dammi un bacio. Le lasciò il libro e andò a fare la doccia. Margot lesse la pagina senza guardarmi e quando ebbe finito si sistemò al pianoforte. Margot suonava. Ero convinto che sarebbe diventata una grande musicista e scriveva canzoni bellissime. Canzoni ballabili, canzoni jazzate, canzoni con accordi blues e funky, oppure ninne nanne e nenie melodiose, lente, accorate. E non ci metteva mai parole. Quando ebbe finito di suonare, tornò a finire la sua colazione.
Succo di frutta ACE, albicocca e mirtilli. Spensi la sigaretta. Feci un sorso. Mi rinfrescò e dissetò, tolse il sapore di cenere e nicotina dalla lingua. Margot si spalmò un’altra forchettata di marmellata, poi addentò con il morso di un gattino. Il balcone della finestra era aperto e l’aria di Bologna entrava a ricordarmi che era bello essere al caldo, sentirsi accolto tra amici. Se con il dottor Salamandra avevo parlato dei massimi sistemi, con Margot cominciai a parlare di me. Le dissi di Nadia, di quel che era venuto dopo, di come nei cerchi della vita si poteva essere sballottati all’esterno e di come a volte si era fagocitati dentro. Le parlai dei miei sogni di bambino. Della mia esperienza di premorte. I fiori infuocati invece degli angeli e Dio come un grande uovo tuonante. Le raccontai delle notti in ospedale e del sangue. Mentre stava per finire la sua fetta di pane e il bicchiere di succo era quasi vuoto, le confessai che la morte era un paesaggio straordinario e che ci si arrivava attraversando una botola situata lassù, precipitando per lo spazio infinito, in una caduta senza direzione, vuota. La caduta si fermava e alla fine c’era l’Io, proprio l’Io, al centro della geometria dell’abisso. «Si viveva allo scopo di fare cerchi concentrici, dissi io, per arrivare finalmente al centro5». Poi la botola si chiudeva e si apriva un mandala sull’altrove.
Il dottor Salamandra tornò dalla doccia, raggiunse Margot in accappatoio. Lei lo baciò. Ho finito di leggere, disse. Lui sorrise, mi guardò. Andiamo a mangiare? Mi domandò.

© Jasmine Barri
Quinto circolo. Il mandala. Immagine.
Il termine “mandala” significa letteralmente “cerchio”. Tuttavia, la sua iconografia va oltre la semplice forma circolare. Enfatizza tre elementi fondamentali – la circonferenza, il centro e una struttura quadrangolare che incornicia l’insieme. È, in effetti, un’immagine circolare a simmetria quadrangolare, con il centro come punto focale. Per Jung, il mandala rappresenta uno dei simboli più universali e completi del Sé.
«Totalità», afferma Jung, «è l’essenza del simbolo mandalico6». Questo concetto emerge in molteplici forme: la circonferenza può includere i dodici segni zodiacali, i quattro elementi fondamentali o una gamma completa di colori. Come cerchio per eccellenza, il mandala agisce come un antidoto al caos interiore. La sua circonferenza non è solo una forma: è un confine, un cerchio magico che protegge l’interno, escludendo il disordine esterno.
Questa funzione di delimitazione è cruciale per contenere la dispersione psichica e favorire la coesione. Successivamente, una volta che l’Io raggiunge una sufficiente stabilità, emerge il bisogno di andare oltre il limite, di espandere gli orizzonti psichici. Mentre la circonferenza delimita e protegge, è il centro che dà senso e direzione al mandala. La centralità, sia simbolica che concreta, rafforza la coscienza e qualifica il Sé come archetipo dell’integrazione psichica. Il mandala diventa così un simbolo operativo della totalità, in grado di contrastare la frantumazione e rinsaldare l’unità interiore.
Il centro è aggregazione. Esso esercita una forza centripeta che raccoglie e armonizza i diversi aspetti della personalità. Questa funzione non è solo simbolica: il centro del mandala rappresenta l’essenza dell’equilibrio, un punto di coerenza che tiene insieme la molteplicità dell’Io e la trasforma in un sistema coeso.
Intorno a questo centro, il Sé si manifesta e si trasforma. Così come il punto è un luogo geometrico senza superficie e quindi indivisibile, il Sé è pura essenza individuante.
Sesto circolo. La Torre dell’Orologio. Padova. Comunicazione.
Ero arrivato a Padova per la presentazione del libro. In anticipo di quattro ore dall’evento in libreria e di due ore dall’aperitivo con gli altri autori. Percorsi a piedi la città, arrivai a Piazza dei Signori e mi fermai di fronte alla Torre dell’Orologio. Al di sopra dell’arco di trionfo, l’orologio astronomico più antico del mondo era rappresentato in un cerchio con i segni zodiacali. Scattai una foto ricordo, la pubblicai su Instagram. Bisu, che era padovano, dopo aver visto la fotografia mi mandò un messaggio dicendo che a Padova si fa un gioco: sul muro dell’orologio sono rappresentati undici segni zodiacali, non dodici. Il segno escluso bisogna cercarlo. Nel mentre che attendevo lui e gli altri autori per bere, potei almeno giocare. Girai per la piazza, ci misi un po’. Ma alla fine lo trovai. Il segno mancante. Mandai la foto a Bisu. Si fece orario e ci vedemmo tutti al locale dell’appuntamento. Bevemmo, ci avviammo in libreria e in un’oretta e mezzo la presentazione fu conclusa. Come souvenir, comprai un libro, uno qualsiasi, pescato a sentimento da uno degli scaffali, lo sentii chiamarmi. Il libro era Salvo il crepuscolo che conteneva le poesie postume di Julio Cortázar.

© Jasmine Barri
Settimo circolo. Il merlo e la sincronicità – Cortázar. Firenze. Temporalità.
Dopo essere stato a casa loro, il dottor Salamandra e Margot mi accompagnarono alla stazione. Avevo sulla lingua ancora il sapore del gin tonic, molto buono, che avevamo bevuto insieme. Erano stati due giorni intensi, vivi. Salii sulla carrozza del ritorno, mi guardai intorno e il vagone era quasi deserto. Appena il treno partì, decisi di aprire il libro di Cortázar che avevo comprato il giorno prima, con le cuffiette e il volume della musica al massimo. Dopo mezz’ora, una sincronicità intercettò la mia esperienza.
«Presenza, una trovata del mio mandala nelle alte notti spoglie, le notti scorticate […] Lancette dalle rotte inevitabili mi hanno fatto entrare in turbinii di tempo, di volti, nella danza dei morti e dei vivi che si confondono in un’unica febbre fredda mentre invisibili lacchè cedono il passo a nuove maschere e sorvegliano la porta […]7». Ero arrivato a Firenze Santa Maria Novella. Scesi dal vagone, presi un caffè alla macchinetta, fumai una sigaretta davanti a un merlo che sulla banchina stava beccando delle patatine cadute per terra. Dopo un po’, tornai al mio posto. Ripresi a leggere: «Forse non mi meritavo il mandala, forse per questo ha tardato ad arrivare. Non l’ho mai cercato, come cercare altro vuoto nel vuoto; non fa parte delle mie lugubri strategie difensive, è arrivato come arrivano gli uccellini a una finestra, una notte era lì e ci fu una pausa ironica, tutto un dirmi che tra due figure di esumazione o nostalgia si frapponeva una graziosa costruzione geometrica, altro ricordo una volta tanto inoffensivo […]». Lessi qualche altra pagina, completamente avvolto nelle parole di Cortázar. Poi mi addormentai e mi svegliai a Roma, la musica era sempre ad alto volume.
Ottavo circolo. Geometr-Io. Stazione di Napoli. Dilatazione.
Sceso dal treno, la stazione mi richiamò alla realtà. La vita quotidiana a volte concedeva alcune fratture, che lasciavano intravedere un po’ di sicurezza; ma la frattura si riparava subito e tutto tornava nell’ordinario. Era tornata prepotente come simbolo, quell’immagine del mandala, dopo tanti anni dalla prima volta da quando la sognai. Fui preso da una necessità fisica di scrivere un racconto che avesse questa forma, dal bisogno di darmi un senso nei simboli che il mondo mi spiattellava davanti al naso. Ero io quel mandala, ed era il mondo intorno a me. E così mi misi a ripensare a tutti i giri a vuoto, i cerchi concentrici, la forza verso l’esterno e l’affondare verso l’interno, cominciai a ripensare alla geometria del mio abisso e al mio equilibrio proprio lì, al centro, un equilibrio difficile ma necessario, che a volte poteva scaturire in una sorta di leggerezza, un amore indiscriminato verso il mondo e ciò che contiene. E per lo stesso motivo e con lo stesso amore, di conseguenza, mi ero messo a ripensare a Nadia nel tragitto a piedi verso casa. Erano passati otto anni da quando ci eravamo lasciati, ne avevo dimenticato voce, odore, inclinazione del sorriso, calore della pelle. Nell’orbita del mio cerchio personale non c’era più traccia della sua presenza, eppure a distanza di anni l’immagine del mandala riportava alla mia mente la sensazione di una rete che intrappolava un’altra rete. Il mondo era all’interno del cerchio e di ciò che lo sguardo era capace di contenere. In metropolitana, chiusi gli occhi e tirai un respiro profondo. L’aria di Napoli era fredda e umida. Cos’era quella strana sensazione? In quale parte del cerchio si era?
Nono circolo. Nadia. Realizzazione. Ritorno.
Fui a casa. Posai la borsa, feci una doccia, mangiai una piadina volante, fumai un po’ di marijuana e prima di mettermi a letto, ripescai dalla libreria Per Isabel. Aprii e dentro trovai una busta da lettera con la scrittura di Nadia. Avevo dimenticato anche questo. Due fogli formato lettera, cartonati. Una dichiarazione d’amore di fine anno. Banale e ingenua, vera perché illusa, come ogni lettera d’amore. Poi alla fine un P.S.: «Appena finisci di leggere, dammi un bacio».
Editing di Viola Carrara
Mario Emanuele Fevola (1992) Dottore in Psicologia Applicata ai Contesti Istituzionali, è esperto di fondi europei e tecniche di progettazione. Legge, fuma e crede nella parola e nell’immagine come altissime forme di tecnologia. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie.





La fotografa Jasmine Barri muove l’obiettivo della macchina dentro uno sguardo circondato da calcio, minerali, sali, cemento. L’elemento pietra ci appare nella sua perennità rispetto alla vulnerabilità umana, eppure vi è in noi un’eredità minerale, depositata nelle ossa. Lo scheletro muto ci apparenta alla pietra mentre mutiamo dentro e fuori, come fu nel passaggio dall’esistenza acquatica a quella terrestre. In questi scatti Barri cerca l’atemporalità utilizzando l’archetipo della gravità: la sabbia che si lascia tracciare, i muri che si lasciano scalfire, l’acqua che si lascia impastare. La traccia è una porzione di mondo che dal mondo si stacca e gira per le strade dure, ora rumorose ora silenziose, in attesa di assumere un significato per qualcuno. Non puoi più dire se è il rosa dell’aria, della pietra, della pelle, a diventare colore. Il colore che ha ormai tinto la polvere che vuole entrare nell’occhio.
Maria Teresa Rovitto
Jasmine Barri Artista visuale italo-palestinese di seconda generazione nata nel 1997, studia Arti visive presso l’Università IUAV di Venezia. La sua ricerca si concentra sull’archivio fotografico come forma di preservazione e memoria della cultura palestinese.
- Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi: romanzo in forma di lettere, Feltrinelli, Milano, 2001 ↩︎
- Antonio Tabucchi, Per Isabel (un mandala), Feltrinelli, Milano, 2013 ↩︎
- Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli, Longanesi, Milano, 1964 ↩︎
- Carl Gustav Jung, Gli archetipi dell’inconscio, Bollati Boringhieri, Milano, 1964 ↩︎
- Antonio Tabucchi, Per Isabel (un mandala), Feltrinelli, Milano, 2013 ↩︎
- Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli, Longanesi, Milano, 1964 ↩︎
- Julio Cortázar, Salvo il crepuscolo (poesie), SUR, Roma, 2023 ↩︎
1 Comment