di Daniel M. Lavery
Traduzione di Marella Fasano

© Michelangelo Rossato, Biancaneve, ARKA edizioni, 2021
Una ricca dirigente aveva tre figli; in realtà aveva anche altre cose, ma ai fini di questa storia il resto del suo inventario non c’interessa. Essendo una donna di buon senso che sapeva gestire il denaro con prudenza, non fece loro mai mancar nulla, teneva sempre d’occhio il profitto degli investimenti. I due figli minori erano di bell’aspetto; la maggiore aveva problemi di vista. Da bambina, per scherzo, la chiamavano “piccola Bella”, ma lei sembrava non accorgersi dell’insulto e rispondeva a quel nome. Adesso rispondeva solo a quello. Non si rendeva conto di quando la adulavano o la insultavano. Leggeva libri, che non le servivano proprio a nulla.
Aveva ventotto anni ed era praticamente un’incapace.
I due fratelli minori percepivano d’istinto il proprio valore e sapevano come divertirsi. Uscivano di casa quasi tutti i giorni per andare a scuola, per fare piccoli acquisti usando i loro conti discrezionali, per andare a trovare gli amici, alle feste, ai concerti, agli impegni civili e via discorrendo, e per questo erano felici. Anche loro leggevano libri, ma solo quando gli andava e non perché non avessero scelta; venivano chiamati col proprio nome. Non gli importava che Bella fosse praticamente un’incapace. A loro piaceva lo stesso.
All’improvviso, la dirigente perse la maggior parte delle attività – investimenti negoziabili, titoli e disponibilità liquide e mezzi equivalenti – insieme a gran parte dell’inventario. Perse quasi tutto tranne una casa di villeggiatura che affittava a una certa distanza dalla città; mise alla porta gli inquilini, che non avevano letto attentamente il contratto di locazione prima di firmare, e si riappropriò della casa per mezzo di uno sfratto.
Forse vi sorprenderà, ma Bella era più irritata per la perdita del patrimonio di famiglia rispetto ai fratelli minori, che senza dubbio ne avevano fatto un uso maggiore e migliore. A loro interessava soprattutto la felicità che il denaro gli aveva comprato, e chi vuol essere davvero felice riesce a esserlo ovunque. Ma Bella aveva sempre capito che meno si faceva trovare tra i piedi, meno grane avrebbe avuto, perciò iniziò ad alzarsi alle quattro del mattino per pulire salotto e soggiorno e preparare la colazione per tutta la famiglia. Nessuno ebbe nulla da dire, così poco alla volta Bella smise di considerarlo un lavoro e cominciò a credere che facesse parte della sua indole. Dopo aver finito di lavorare leggeva, continuando come sempre a non trarne alcun beneficio. Come al solito rispondeva solo al nome di Bella e anzi, si ostinò a farsi chiamare così anche dopo che i fratelli avevano smesso di farlo per prenderla in giro.
“Quindi ci tieni proprio a sgobbare,” disse una sera suo fratello Sylvia quando lei insistette per lavargli a mano la tazza da caffè. Erano tutti seduti nella stessa stanza dove avevano cenato; ormai nessuno in famiglia faceva quasi più caso a quell’abitudine. “Abbiamo una lavastoviglie,” continuò Sylvia, “e so che sai usarla benissimo.”
“Lasciala stare,” disse Catherine senza alzare gli occhi dal giornale. “Bella ci tiene a non sbocciare, e se le togli le sue tazze da caffè potrebbe assassinarci tutti nel sonno solo per averci qualcosa da pulire.”
“Ma a me piace farlo,” disse Bella. “Lavare le tazze, voglio dire, non assassinarvi nel sonno.”
“Inizi ad annoiarmi,” disse la madre. “Se proprio devi mentire, vorrei che t’inventassi qualcosa di nuovo, cara. Ma se ci tieni tanto, puoi prendere anche la mia tazza, comunque.”
Andarono avanti così più o meno per un anno, finché la madre, che aveva fatto economia lavorando da casa e rischiando i guadagni da freelance nella speculazione, scoprì che molti dei recenti investimenti avevano dato ottimi frutti e che la famiglia poteva sperare di riabituarsi alla vita agiata. Quando la madre si preparò a rimettere piede negli uffici in città, i fratelli minori di Bella quasi non stavano più nella pelle per l’emozione.
“Voglio sperare che sputerai in faccia a tutti i nostri vecchi amici che ci hanno voltato le spalle quand’eravamo poveri, altrimenti farò qualcosa di scandaloso e ti metterò in imbarazzo,” disse Sylvia.
“Non siamo mai stati poveri; abbiamo la lavastoviglie,” osservò pacatamente la madre. “E nessuno ci ha voltato le spalle. Solo negli ultimi due mesi hai avuto cinque ospiti per il weekend.”
“Lo so,” disse Sylvia. “Ma ho sempre desiderato poter sputare in faccia a qualcuno per avermi voltato le spalle per la perdita del patrimonio, e chissà quando ci ricapiterà un’occasione simile.”
“Se proprio ci tieni, posso provare a perdere anche questi soldi,” disse la madre.
“No,” disse lui, dopo averci pensato su un istante, “però apprezzo che tu voglia aiutarmi a realizzare il mio sogno. Preferisco che mi porti qualcosa di esorbitante, di superfluo e terribilmente costoso.”
“Va bene.”
“Esorbitante da fare schifo. Volgare.”
“Farò quel che posso.”
“Osceno.”
“Sylvia,” disse la madre.
“Osceno,” ripeté con fermezza, e agitò le sopracciglia finché lei non gli sorrise.
“Io mi accontenterò di una Packard,” disse Catherine, posando il giornale. “O anche di una Citroën.”
“Solo una?” scherzò Sylvia, continuando ad agitare le sopracciglia.
“Non accumulare tesori sulla terra, Sylvia,” disse Catherine in tono compassato, “dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano1. Una me la prendo ora, l’altra me la riservo per il compleanno.”
“E tu cosa vuoi, Bibì?” chiese la madre, che da tempo aveva smesso di assecondare l’assurda ostinazione della figlia maggiore di farsi chiamare Bella. “Meriti un premio, visto che non agiti le sopracciglia come un folletto e non spiegazzi il giornale prima che lo legga io come fanno certi figli.”
“Dov’è questa prole insolente?” disse Sylvia. “Le insegnerò io a comportarsi come si deve.”
“Sylvia, per cortesia, potresti disattivare le sopracciglia?” disse sua madre.
“Visto che sei così buona a pensare a me,” disse Bella, “mi porteresti una rosa?” Quella che sembrava una semplice richiesta in realtà si rivelò una grossa seccatura; cercando di non pensare a sé stessa, come spesso faceva, finì col gravare su tutti.

© Michelangelo Rossato, La sirenetta, ARKA edizioni, 2017
La madre partì per la città. C’erano i soldi da destinare alle tasse, i debiti da onorare e parecchie controversie con gli altri soci su cosa di dovesse fare col resto del denaro; dopo molte discussioni – che avrebbe tanto voluto risolvere venendo alle mani – tornò a casa solo un tantino più ricca di com’era partita. Mancavano poche ore alla fine del viaggio quando si ritrovò sperduta su una strada raramente trafficata e per di più a secco. Dovette lasciare la macchina parcheggiata sul ciglio e andare alla ricerca di una casa che avesse un telefono. Pioveva forte, e il vento soffiava con tale intensità che non riusciva a camminare diritta. Scese la notte, e sentì alle spalle dei passi felpati e un respiro caldo provenire da qualcosa accanto a lei.
A un certo punto, vide una luce tra gli alberi e si diresse in quella direzione, ritrovandosi all’entrata di una grande casa. Ogni stanza era inondata di luce da cima a fondo, ma l’ingresso era buio, senza neanche una lampada a illuminarlo. Il cancello della casa si aprì abbastanza facilmente, ma nessuno venne alla porta quando bussò. Non era chiuso a chiave e così si avventurò all’interno, dove venne accolta da un ampio salone, un fuoco che ardeva vivo nel caminetto, una tavola perfettamente imbandita e nessun’altra anima. viva. Gridò un allegro ehilà ma non ricevette risposta, quindi si spinse nel corridoio alla ricerca di un telefono che potesse usare senza disturbare nessuno, ma non trovò nulla. Aspettò molto tempo, ma non arrivò
nessuno.
Aveva dimenticato che bisogna diffidare dell’ospitalità in assenza del padrone di casa e si avvicinò al fuoco per scaldarsi, pensando a come si sarebbe giustificata se il proprietario l’avesse trovata così. Perché, pensò, certo non si aspetterà che torni alla macchina a quest’ora, e decise che avrebbe sfoderato tutto il suo savoir-faire nel caso l’avesse trovata, per rimediare all’insolenza.
Visto che aveva già cominciato a comportarsi da maleducata, pensò poi tra sé e sé, dal momento che era entrata in casa e si era seduta accanto al fuoco senza essere stata invitata, non c’era nulla di male se assaggiava la cena disposta sulla tavola. Prese un pezzo di pollo e lo mangiò, e solo dopo averlo fatto si stupì della propria sfacciataggine. Poi pensò che forse avrebbe gradito un calice di vino, e smise di stupirsi; a quel punto nulla della sua situazione le sembrò particolarmente insolito. Dopo qualche calice, pensò che forse le sarebbe piaciuto esplorare il giardino circostante. Così, armandosi di bottiglia e di coraggio, uscì dal corridoio, attraversò varie sale sontuose, tutte splendidamente arredate, finché non arrivò a un cortile chiuso con un giardino interno. Passando sotto un grappolo di rose da serra si ricordò della richiesta di Bella e staccò un ramo con diversi boccioli; subito alle sue spalle sentì un rumore sgradito e si voltò.
“È molto sgarbato da parte sua,” le disse l’uomo – se era un uomo. “Accogliendola in casa mia l’ho salvata da una notte sul ciglio della strada estremamente spiacevole e pericolosa, e non solo lei ha bevuto vino per parecchi ospiti, ma la trovo a rubare ciò che mi appartiene. Dovrei spararle per violazione di domicilio.”
Lei aveva un tale senso del dramma che non poté fare a meno di lasciar cadere la bottiglia. “Non ci sono scuse per quello che ho fatto,” disse.
“Stia attenta a non rendersi ridicola.”
“La offenderei troppo se cercassi di scusarmi?” “Temo proprio di sì.”
“Una spiegazione sarebbe ugualmente offensiva?” “Dipende dalla spiegazione, signora.”
Ora si sentiva su un terreno un po’ più sicuro, visto che l’uomo sembrava disposto a permetterle di sfoderare il suo savoir-faire. Spalancò gli occhi e inclinò la testa con aria provocatoria, ricordandosi che aveva superato la quarantina. “Era per mia figlia,” disse, sperando di sembrare un’eccentrica signora facoltosa piuttosto che una disperata e alquanto decaduta. “Aveva espresso il desiderio di avere una rosa.”
“Ha molte rose in mano,” disse lui.
“Lei ha di fronte una madre indulgente,” disse, “buon uomo.”
“Non sono né uno né l’altro,” rispose l’uomo-che-non-era-un-uomo, “ma può chiamarmi signor Beale, e si risparmi altre smancerie. Però ha detto di avere una figlia che è appassionata di rose, e lei mi sembra una donna disposta a negoziare. Sorvolerò sulla violazione e non le sparerò” – e questo le fece decisamente calmare le ginocchia, cosa che la imbarazzò – “a patto che sua figlia venga qui al posto suo di sua volontà e che resti qui con me.”
“Che cosa orribile,” disse lei senza pensare.
“Già,” disse lui. “Ma non parliamone più, piuttosto vada a occuparsi delle sue faccende. In fondo al corridoio alla sua destra troverà una camera da letto che farà a caso suo, e domattina davanti al vialetto troverà una macchina pronta a portarla a casa.”
Lei aveva un tale senso del dramma che non poté fare a meno di lasciar cadere la bottiglia. “Non ci sono scuse per quello che ho fatto,” disse.
“Stia attenta a non rendersi ridicola.”
“La offenderei troppo se cercassi di scusarmi?”
“Temo proprio di sì.”
“Una spiegazione sarebbe comunque offensiva?”
“Dipende dalla spiegazione, signora.”
Ora si sentiva su un terreno un po’ più sicuro, visto che l’uomo sembrava disposto a permetterle di sfoderare il suo savoir-faire. Spalancò gli occhi e inclinò la testa con aria provocatoria, ricordandosi che aveva superato la quarantina. “Era per mia figlia,” disse, sperando di sembrare un’eccentrica signora facoltosa piuttosto che una disperata e alquanto decaduta. “Aveva espresso il desiderio di avere una rosa.”
“Ha molte rose in mano,” disse lui.
“Lei ha di fronte a sé una madre indulgente,” disse, “buon uomo.”
“Non sono né uno né l’altro,” rispose l’uomo-che-non-era-un-uomo, “ma può chiamarmi signor Beale, e si risparmi altre smancerie. Però ha detto di avere una figlia che è appassionata di rose, e lei mi sembra una donna disposta a negoziare. Sorvolerò sulla violazione e non le sparerò” – e questo le fece decisamente calmare le ginocchia, cosa che la imbarazzò – “a patto che sua figlia venga qui al posto suo di sua volontà e che resti qui con me.”
“Che cosa orribile,” disse lei senza pensare.
“Già,” disse lui. “Ma non parliamone più, piuttosto vada a occuparsi delle sue faccende. In fondo al corridoio alla sua destra troverà una camera da letto che farà a caso suo, e domattina davanti al vialetto troverà una macchina pronta a portarla a casa.”
Lei cominciò a desiderare di non aver fatto cadere la bottiglia.
“È una Packard,” aggiunse lui prima di scomparire. “Non ho avuto il tempo di trovare una Citroën. Ha una macchia di vino rosso intorno alla bocca.”
Non era disposta a offrire uno dei suoi figli, persino Bella, a qualcosa di così mostruoso e gentile, ma era ancora meno disposta a farsi sparare, e non era la prima volta che una madre dava i propri figli a un mostro.
Il solo pensiero le causava grande dolore, ma non abbastanza grande da spingerla a fare qualcosa; il mattino dopo, sparito ogni senso di colpa grazie al lungo sonno tranquillo, si mise al volante della Packard e guidò fino a casa senza guardarsi indietro. La macchina rispondeva ai comandi che era una bellezza.
Una volta a casa, i figli si strinsero attorno a lei, e scoppiò subito in lacrime.
“Non piangere, Madre. Non m’importa se è solo il modello twenty-seven,” disse Catherine. “Una Packard è sempre una Packard.”
“Ecco le rose,” disse la madre a Bella soffiandosi il naso. “Temo che costino più di quanto credessi.” Così raccontò quel che era successo dopo che la macchina si era fermata, della grande casa inondata di luce, della tavola imbandita e senza commensali, e di quello che le aveva detto il padrone di casa quando l’aveva trovata nel suo giardino.

© Michelangelo Rossato, La favola di Amore e Psiche, ARKA edizioni, 2022
“Cosa potrebbe volere da lei?” bisbigliò Catherine nel letto dopo aver spento le luci.
“Non c’è bisogno che bisbigli,” disse Sylvia. “Non è mica un segreto, e poi Bella è in camera sua. Probabilmente sta già dormendo. Scommetto pure che dormirà per tutta la notte.”
“Mi sembrava una cosa da bisbigliare,” bisbigliò Catherine.
“Devo bisbigliare anch’io?”
“No se non vuoi.”
“Beh, è un tipo esigente, solitario e ricco come il Diavolo se tutte le sere può permettersi di imbandire una tavola per una cena immaginaria casomai un’automobilista disorientata sbuchi per caso dalla strada. E Bella è brutta e non sa parlare con le persone. Quindi posso solo supporre che si tratti di una specie di sofisticato gioco erotico di società.”
“Sii serio, Sylvia.”
“Si sono sposate donne ben più brutte di Bella, sai.”
“Sylvia.”
“Non che lui le abbia proprio chiesto di sposarlo. Ma quasi.”
“Sylvia.”
“Beh, le cose stanno così e lei è così. Quindi è vero.”
“Se è vero, non c’è bisogno di dirlo, no?”

© Michelangelo Rossato, Biancaneve, ARKA edizioni, 2021
Passò del tempo senza che nulla accadesse e la madre di Bella, a cui non piaceva sentirsi spaventata, cominciò a credere che forse dopotutto non sarebbe successo niente.
Poi: “Alla porta c’è un uomo coi baffi che vuole vedere Bella,” disse Sylvia un pomeriggio. “Sembrava che stesse per parlarmi in tedesco.”
“Io non parlo tedesco,” disse l’uomo, stizzito.
“Beh, sembrava di sì,” disse Sylvia, “e non è certo colpa mia, no? Non che sia sua,” aggiunse gentilmente.
“Ma chi – con o senza baffi – verrebbe fino alla nostra porta d’ingresso solo per vedere uno dei miei figli, che sono a malapena adatti a mostrarsi in pubblico?” gridò la madre dallo studio. “Rimandalo indietro, da qualsiasi parte provenga.”
“Sono qui per conto del signor Beale,” disse l’uomo, nonostante nessuno gli avesse rivolto la parola.
“È qui per l’appuntamento di Bella,” disse Sylvia, a voce abbastanza alta perché tutti lo sentissero. “Dove lo porto, Madre?” Ma sua madre non rispose.
“La manderei alla rimessa delle barche per vederla,” disse Sylvia con tono solenne all’uomo sull’uscio, “solo che non abbiamo più una rimessa delle barche.”
Dopo che Sylvia fu costretto a scusarsi – “Non sembra affatto che parli tedesco,” aveva detto, “ha il permesso di entrare e rapire mia sorella, ma non si aspetti altre gentilezze da parte mia” – l’uomo fu sistemato al tavolo della cucina con una tazza di caffè, che non bevve, con la famiglia riunita intorno.
L’uomo spiegò cosa sarebbe successo a Bella. Aveva un contratto nella ventiquattrore.
“Il suo uomo, questo signor Beale, le farà qualcosa di scandaloso?” chiese Sylvia speranzoso.
“No,” disse l’uomo. Sylvia prese a calci le gambe del tavolo.
“Non so se voglio appartenere a qualcuno,” disse Bella. “Ho accettato di andare, ma questo è un altro discorso.”
“Vedila in questo modo,” disse Catherine. “Tutti appartengono a qualcuno. Non ti è permesso appartenere a te stessa. Non hai più soldi e non hai mai saputo come usarli, ed è inutile fingere il contrario. Non puoi star lì ad spettare che arrivi il tuo momento. Dovrai agire, e più rimanderai, più la tua situazione peggiorerà.”
Bella non rispose.
“Allora vedila in quest’altro modo,” disse Catherine. “Ora appartieni a tutta la famiglia, e lo vedi anche tu che pasticcio si è creato. Almeno così apparterrai solo a una persona. È già qualcosa. Non è molto, ma è già qualcosa.”
“Va bene,” disse Bella. “Ci andrò. Ma non mi divertirò.”
“Nessuno te l’ha chiesto,” disse Catherine. “Sei stata tu a insistere fin dall’inizio per andarci, perciò quando sarai lì potrai deprimerti quanto vorrai.”
“Posso portare i miei libri con me?” chiese Bella, e nessuno obiettò, il che equivaleva a un sì.
“Chiama quando puoi,” disse sua madre, scoppiando di nuovo in lacrime, anche se era già stato stabilito che avrebbe potuto accompagnare Bella fino alla casa per controllare che fosse accolta con tutti i riguardi.
“Ti ho messo in valigia tutte le calze e le camicette che non ti fanno sembrare smorta,” disse Catherine. “Il resto lo brucerò. Hai un pessimo gusto per le camicette, Bella.” Catherine baciò prima Bella, poi sua madre e spinse la valigia in fretta e furia in macchina insieme a loro.
“Torni pure quando vuole, uomo del signor Beale,” gridò Sylvia mentre si allontanavano. “Dopo è libero di oltraggiare la mia virtù, ma se non si decide non le prometto di trovare qualcosa.”
Dopo di che, la casa fu molto silenziosa.

© Michelangelo Rossato, La sirenetta, ARKA edizioni, 2022
Presero la strada principale diretti alla casa del signor Beale, e verso sera la videro brillare all’orizzonte come una fornace. La casa emanava un tale calore dagli enormi focolai attizzati in ogni stanza che aveva sciolto tutta la neve, creando un grande cerchio intorno.
L’uomo del signor Beale parcheggiò la macchina in garage, mentre Bella e sua madre tornarono nel grande salone, dove la tavola era stata di nuovo sontuosamente imbandita, come per una cerimonia fastosa.
All’inizio sua madre non ebbe il coraggio di mangiare, ma poi Bella cominciò a servirla come fossero a casa, così finì col rendere ben poca giustizia a una costoletta e a un po’ di brodo. Poco lontano si sentirono dei passi pesanti e un respiro che proveniva da qualcosa sull’uscio, ed ecco unirsi a loro una Bestia. Bella non si voltò. Sua madre fece cadere il cucchiaio.
“È venuta da me di sua volontà?” chiese la Bestia, che era il signor Beale. “Sei venuta di tua iniziativa, ragazza?”
“Credo di sì,” disse, il che andò benissimo a tutti quelli coinvolti in quella faccenda.
Il signor Beale disse, “Bene.” Si girò verso sua madre. “Donna, tornatene a casa, e finché vivrò non pensare mai più di rimettere piede qui dentro. Prima di andartene, ti concedo il dessert.”
Poi il signor Beale si voltò, e poi si sentì un respiro che proveniva da qualcosa sulla soglia, e poi si sentirono dei passi pesanti sulle scale, e poi non ci fu più nulla.
“Credo,” disse la madre di Bella, tremando un pochino, “che in fondo faresti meglio a tornare a casa, fa’ restare me qui, anche se vuole spararmi.”
Bella non disse niente, e sua madre un po’ si detestò perché non credeva a una sola parola di quello che aveva detto. “Mi dispiace,” disse. Questo, almeno, lo disse con sincerità.
“Me la caverò,” disse Bella.
Mentre andava via, sua madre non poté fare a meno di rimettersi a piangere, ma chi può piangere o dispiacersi in eterno? Chi è che alla fine, se vive abbastanza a lungo, non si sbarazza dei propri sensi di colpa? Non era affatto dispiaciuta, tant’è che non provava che sollievo per essersi liberata di quella dimora, e poi le restavano altri due figli. Così se ne tornò a casa.
Dopo la partenza di sua madre, Bella prese uno dei suoi libri, lo fissò e si mise a girare le pagine – quasi come se lo stesse leggendo. A causa della vicinanza del fuoco si sentì male per il calore, ma decise che non le importava, visto che la Bestia (che non era solo un uomo che non-era-proprio-un-uomo, era proprio una Bestia) nel giro di poco tempo le avrebbe probabilmente sparato, o divorata in un sol boccone. Anche se non tutte le Bestie divorano le fanciulle in una sola notte.
A ogni modo pensò che finché nessuno la mangiava o le sparava, poteva comunque dare un’occhiata in giro alla casa, perché non poteva fare a meno di ammirarla. Era stata progettata – cosa insolita per una dimora chiaramente costosa come quella – per avere il massimo del comfort. Forse fu meno stupita del dovuto quando vide una porta sormontata dalla scritta “Biblioteca di Bella”. Aprì la porta e trovò una sala di grandi dimensioni con centinaia di scaffali incassati nelle pareti che correvano lungo tutto il perimetro, ognuno stipato di libri. C’era anche un pianoforte, con dozzine di libri di musica, ma quello che attirò l’attenzione di Bella fu che i libri che lei stessa aveva portato erano già stati sistemati negli scaffali insieme agli altri, anche
se non era stata lei a metterli lì.
Se Sylvia fosse stato lì, forse avrebbe detto: “Se il signor Beale avesse voluto uccidermi, prima non si sarebbe mai preso la briga di costruirmi una biblioteca, a meno che non gli piaccia confondere le idee quanto uccidere, il che è probabile.” Ma Sylvia non era lì, e Bella non pensava nessuna di quelle cose. Prese un libro a caso da uno degli scaffali e lesse queste parole:
La biblioteca è tua.
I libri sono miei.
Gli occhi appartengono a te.
Quel che leggi dipende da me.
Bella rimise il libro sullo scaffale e uscì dalla sala. Trovò la camera da letto (la porta era sormontata dalla scritta “Camera da letto di Bella”) e si sedette sul letto. Non uscì dalla stanza fino alla sera del giorno seguente. Nel grande salone trovò la cena pronta, e mentre mangiava sentì un ottimo concerto, ma non riuscì a vedere i musicisti che lo eseguivano. Ebbe la strana certezza che sarebbe stata spesso lasciata sola ma mai completamente sola. Le tremavano talmente le mani che quasi non riusciva a portare la forchetta alle labbra senza far cadere tutto, così la poggiò. Poi senza volerlo scoppiò a ridere.
Più tardi, mentre era seduta di nuovo lì per la cena, sentì il signor Beale scendere le scale, ed eccolo seduto lì accanto a lei. “Bella,” disse, “mi permetti di guardarti mangiare?”
“Questa è casa sua,” rispose.
“Non proprio,” disse, “non proprio. Può darsi che sia casa mia, ma sei tu la padrona qui – l’ho deciso io, quindi è legale – e se ti do fastidio, devi solo dirmi di andarmene e io me ne andrò.”
“Se qui sono io la padrona” – disse senza guardarlo – “perché ho una biblioteca piena di libri che non posso leggere?”
“Perché, Bella,” disse sorpreso il signor Beale, sollevandole il mento in modo da costringerla a guardarlo, “si tratta solo di una divisione dei compiti. Tu sei la padrona della casa” – e mostrò un sorrisetto – “mentre io sono il padrone di tutto quel che c’è dentro.” Le lasciò andare il mento e le posò la mano sul grembo.
“Quanto mi trovi brutto?”
Bella non disse nulla.
“Avanti, sei padrona della tua voce; parla,” disse il signor Beale.
Bella aprì la bocca.
“Ma prima ricorda che sono il padrone di tutte le parole dette in questa casa,” disse, premendole delicatamente le mani. “Ricordatelo.”
“Non penso nulla del genere,” disse.
“Puoi andare a letto,” le disse, sorridendo. “Finirò io la tua cena.”
Bella si alzò per andarsene. “Ti prego, cerca di divertirti in casa tua,” le disse mentre andava via, “perché appartiene a te, e così sempre sarà, e sarei molto a disagio se non fossi felice.”
Bella non seppe cosa rispondergli. Andò in camera sua e si coricò.

© Michelangelo Rossato, La favola dei Tarocchi o Il meraviglioso viaggio di Chisono, L’ippocampo edizioni, 2025
Bella rimase seduta tra i libri per tutto il pomeriggio del giorno seguente, ma non aprì i libri. Non aprì le tende. Lasciò che le ore le scivolassero addosso. Quella sera, a cena, il signor Beale fu particolarmente gentile. Controllò ogni ostrica prima di lasciarne finire una nel suo piatto, e lei le mangiò tutte. Dopo di che, le chiese: “Bella, vuoi diventare mia moglie?”
Ci mise un po’ prima di rispondere, perché ancora non capiva quali fossero le parole proibite in casa sua.
Alla fine, tuttavia, rispose, “No, grazie.”
Lui subito si alzò e spense il fuoco che ardeva nel focolare. “Buonanotte, Bella,” disse, cordiale come sempre. “Sogni d’oro.”
Quella notte, molto tempo dopo essersi coricata, Bella sentì i passi circospetti fuori dalla porta. Quando al mattino si svegliò, tutti i caminetti della casa erano anneriti, e i tappeti e le tende erano carichi di fumo.
Quando entrò nella biblioteca, vide che tutti i suoi libri erano stati inceneriti.
Durante la cena della sera seguente, il signor Beale non entrò nella sala ma restò sull’uscio. “Bella,” disse gentilmente, “queste sedie sono per mia moglie. Tu sei mia moglie?”
“No, signor Beale,” rispose.
“Allora che diritto hai di sederti sulla sedia di mia moglie?”
“Nessuno, signor Beale,” rispose.
“Secondo te dove dovresti sederti, Bella? Ricorda, voglio che qui ti senta come a casa.”
Bella prese il piatto e si sedette sul pavimento.
Bella trascorse tre mesi nella casa del signor Beale. Ogni sera lui andava a trovarla, la guardava mangiare e parlava con lei. Ogni notte prima di andare a letto le chiedeva di sposarlo. Una sera lei gli disse, “Forse dovrebbe smetterla di chiedermelo.”
“Dici che dovrei?”
“Dico che forse sarebbe – più felice – se non sentisse più la stessa risposta, almeno per un po’. Resterò qui con lei, lei mi piace, e le sono grata per tutto quello che mi ha dato, ma non posso sposarla. Non posso sposare nessuno.”
“Allora dovrò disperarmi,” disse il signor Beale. “Come sono sfortunato, l’amore che provo per te è senza speranza.”
“A dire il vero,” disse lei, “il nostro matrimonio non faceva parte delle condizioni iniziali.”
“È vero,” disse semplicemente il signor Beale. “Sono stato uno stupido.”
“Forse non le piacerebbe avermi per moglie,” disse Bella. “Non so parlare con la gente, e ho un pessimo gusto per le camicette.”
“Se non mi sposerai,” disse il signor Beale, “forse morirò di disperazione.”
L’espressione di Bella non cambiò. “Non sono per niente abituata ai complimenti. Temo di prenderli troppo sul serio.”
“Se non mi sposerai,” continuò il signor Beale, “potrei morire, e poi questa casa non avrebbe più un padrone, e tu non apparterresti a nessuno, e nessuno apparterrebbe a te. Perché, Bella, io ti appartengo già. Questo non significa nulla per te?”
Quando Bella non rispose, si alzò e le premette un pollice sulla fronte. “Buonanotte, Bella.”
Quella notte, Bella tirò via le coperte e dormì sul pavimento sotto il letto. Per tutta la notte il signor Beale si aggirò per le sale, chiamandola, ma non riuscì a trovarla.
“La tua povera Bestia morirà di dolore,” disse. “Non vorrei fare di te un’assassina, cara Bella.”
Bella non uscì da sotto il letto.
“Però sarei disposto a morire,” disse, “pur di non causarti un solo istante d’inquietudine. Desideri che io muoia, Bella? Se lo desideri dimmelo. Dimmelo se vuoi che io muoia e io lo farò, Bella, Bella, Bella.
“Oppure posso supplicarti di risparmiarmi la vita,” disse. “Potrei supplicarti, Bella.” Lei si premette le mani sulle orecchie e aspettò. Poi il rumore dei passi svanì e venne inghiottito dal gran silenzio della dimora.
Dopo tre giorni, Bella uscì dalla stanza. Il signor Beale era disteso da qualche parte della casa, o era già morto o era rimasto perfettamente immobile. Come prima cosa andò in cucina e bevve direttamente dal rubinetto per due minuti e mezzo. Poi andò a cercare il signor Beale. Lo trovò disteso a faccia in giù davanti alla porta d’ingresso. Gli diede un colpetto col piede, ma lui non si mosse.
Bella entrò nel salotto e chiamò sua madre. “Mamma, il signor Beale ha qualcosa che non va,” disse. Poi, a voce più alta: “Credo che il signor Beale abbia qualcosa che non va. È meglio che tu venga subito.” Poi Bella entrò nella biblioteca e si sedette. Non toccò i libri, perché per quanto il signor Beale potesse essere morto, continuavano a non appartenerle; non era mai stata sua moglie. Cominciò a scrivere una cartolina a Sylvia.
Il racconto qui tradotto, The Merry Spinster, è tratto dalla raccolta The Merry Spinster: Tales of everyday horror di Daniel Mallory Ortberg, oggi Daniel M. Lavery, (Little, Brown Book Group, 2018). In allarmata radura ringrazia l’autore, l’editore e l’agente, Heather Shapiro, che ha fatto da tramite rendendo possibile la traduzione.
Daniel M. Lavery (nato Mallory Ortberg il 28 novembre 1986) è uno scrittore ed editore statunitense. È noto per aver co-fondato il sito web The Toast e per aver scritto i libri Texts from Jane Eyre (2014), The Merry Spinster (2018), Something That May Shock and Discredit You (2020) e Women’s Hotel (2024). Dal 2016 al 2021, Lavery ha curato la rubrica di consigli “Dear Prudence” per Slate. Dal 2022 al 2023, ha condotto un podcast su Slate intitolato Big Mood, Little Mood. Nel 2017, Lavery ha lanciato una newsletter a pagamento intitolata Shatner Chatner, rinominata The Chatner nel 2021.
Marella Fasano (1986) è traduttrice letteraria dall’inglese e dal russo, attualmente docente di lingua e letteratura russa e inglese a Bari. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in Lingue e Letterature Moderne, nel 2016 segue il corso di specializzazione di traduzione letteraria dall’inglese presso Oblique Studio a Roma, che le permette di tradurre tra il 2016 e 2017 due manuali di storia del cinema, ovvero L’arte del cinema di Lev Kulesov e Dirigere la macchina da presa di Gil Bettman per Dino Audino Editore. Da sempre appassionata di traduzione letteraria e cinema, ha di recente tradotto dal russo alcune poesie sull’assedio di Leningrado del poeta sovietico Gennady Gor.
- Catherine sta citando una parte del discorso della montagna di Gesù rivolto ai suoi discepoli, riportato nel Vangelo secondo Matteo nel versetto 6,19-24. (N.d.t.) ↩︎
- John Berger, Sul disegnare, il Saggiatore, Milano 2017 ↩︎






«Disegnare riguarda il divenire, proprio perché non possiamo semplicemente essere, essere un bambino, un pazzo, un animale, una montagna. Possiamo però diventare una montagna. Se siamo fortunati, possiamo perfino diventare l’aria che circonda la montagna o la poiana che volteggia sopra e attorno a essa.2»
Disegnare è un processo differente dallo scolpire o dal dipingere una tela. Il disegno è la documentazione di una scoperta, l’immagine raccolta alla fine di un viaggio. Attraverso memoria e osservazione prende forma un mondo nuovo, qualcosa che riguarda il divenire, così come nelle parole di John Berger.
La fiaba, nelle illustrazioni di Michelangelo Rossato, è l’orizzonte, il foglio bianco dal quale si dipana l’immaginario dell’artista. Biancaneve, la Sirenetta, Amore e Psiche sono gli inneschi da cui sprigiona un segno che ha trovato nel colore la sua forma espressiva. Le campiture si distendono su tutta la pagina, saturandola. In un universo privo di profondità tutto è riportato a un costante primo piano in cui i dettagli si moltiplicano. Rossato è un demiurgo; quello che si prefigge è fissare ogni elemento, descrivere ciò che ha immaginato con ossessione fiamminga. Anche quando lavora sugli sfondi moltiplica le stesure, porta la trama emergere, arricchisce il supporto di una rete damascata dentro la quale si raccontano infinite nuove fiabe.
Livia Del Gaudio
Michelangelo Rossato è un illustratore e autore nato a Venezia nel 1991. Ha studiato presso la scuola di illustrazione Ars in Fabula e l’Accademia di Belle Arti di Macerata, diplomandosi con una tesi riguardante le radici matriarcali delle fiabe. Attraverso l’illustrazione e la scrittura, dà vita a mondi onirici e surreali, indagando il legame simbolico tra mito, fiaba e archetipi o approfondendo la psiche di personaggi leggendari. Realizza i suoi albi illustrati con tecniche pittoriche manuali, intrecciando tradizione e storia dell’arte ad elementi contemporanei. I suoi libri sono editi in Italia, Cina, Spagna, Argentina, Germania, Slovenia. È tra le venti Eccellenze italiane dell’illustrazione scelte da Bologna Children’s Book Fair e Accademia Drosselmeier (2021). Le sue opere sono tra quelle scelte per la Triennale di Illustrazione di Tallin (2023). Il libro Il cuore di Giovanna d’Arco ha vinto il premio Soligatto 2021. È stato candidato al Premio Strega 2022 con il libro La favola di Amore e Psiche. Nel 2025 Il giardino di Rita riceve il premio Anna Osti; La favola dei Tarocchi vince la menzione speciale al Premio Gianni Rodari per la categoria albi illustrati ed è tra i libri italiani scelti per la mostra internazionale IBBY Italia Choice 2025. Al lavoro autoriale affianca l’insegnamento: è docente di Letteratura e illustrazione per l’infanzia presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, e insegna Illustrazione per l’editoria presso la Scuola di Illustrazione Ars in Fabula. Tiene incontri e laboratori con bambini e ragazzi in tante scuole italiane e straniere (Albania, Messico, Turchia), in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura e l’Ambasciata Italiana. Vive e lavora nella provincia di Venezia. https://www.michelangelorossato.com