Gli occhiali lilla

di Lavinia Mannelli

© Carolina Bottacin

Alle medie capii che per essere goffa e misteriosa avrei dovuto incurvare le spalle come Joey Potter di Dawson’s Creek. Lo feci, e in effetti divenni abbastanza goffa. Alle superiori si aggiunsero gli occhiali. Non che non ci vedessi: sapevo che li avrei dovuti indossare. Punto. 

Lo sentivo così forte che un giorno semplicemente presi a strizzare gli occhi verso la lavagna. Senza averne affatto bisogno, imitavo una mossa tipica di chi avrebbe tratto beneficio da una visita oculistica, e però: non ci vedevo in effetti meglio? Tra quelle palpebre strizzate, le lettere e i numeri, i grafici disegnati dalla supplente di matematica di cui oggi non ricordo nemmeno il nome non uscivano effettivamente più nitide?

Il giorno della visita ne ero certa: avrei strizzato più che potevo, avrei finto di non riconoscere le lettere sulla tavola luminosa. Sarei diventata intelligente.

Nella mia famiglia tutti erano intelligenti perché tutti indossavano gli occhiali e tutti mi dicevano che presto o tardi sarebbe toccato anche a me: si trattava solo di affrettare la cosa, togliersi il pensiero e trarne un po’ di beneficio. Non mi ero mai posta il problema del costo inutile che avrebbero potuto rappresentare perché – lo dico con un bel po’ di antipatia verso quella vecchia inconsapevolezza – per me allora non avevamo evidenti problemi di soldi. Di fronte al prezzo di quelle due lenti da miope che volevo inforcare a tutti i costi, non mi sarei sentita dire e ripetere da mia madre o da mia zia: “Ventimila lire vive vive”, come la protagonista del racconto più bello del Novecento italiano, firmato Anna Maria Ortese e intitolato Un paio di occhiali

Lì Eugenia è una bambina sensibile e completamente cecata, che vive in un basso napoletano con la zia Nunziata e il resto della famiglia. Ha bisogno di occhiali, ma gli occhiali costano caro (“ventimila lire vive vive”), e allora il racconto gravita attorno al desiderio di vedere finalmente il mondo, e a quale prezzo. Quando inforca per la prima volta due lenti costosissime nel negozio dell’ottico (sono due lenti di prova), la realtà le appare nitida, colorata, affascinante: le persone, i vestiti eleganti, le automobili, le vetrine, il caffè, i lampadari. È un momento di gioia e meraviglia. Sembra quasi un sogno o, per usare un termine leopardiano caro all’autrice, una visione: perché “nella visione”, scrive Ortese, “l’uomo esce dalla superficie del mondo”.

Ma questa gioia dura poco. Nei giorni successivi, Eugenia aspetta gli occhiali trepidante, eppure in qualche modo già spaventata, come se intuisse che cosa l’aspetta. Quando può finalmente indossarli, gli occhiali suoi, quelli veri, quelli che sarà obbligata a portare per tutta la vita perché sono costati cari e certi acquisti non si sprecano, si indossano fino a morirne sennò sei un’ingrata; ecco, quegli occhiali le restituiscono non il mondo delle vetrine, ma il suo: il cortile, i muri, i vicini, la miseria. Eugenia vede tutto con una precisione insostenibile: i volti diventano grotteschi, i suoni assordanti, il cortile un imbuto vischioso e opprimente. E lei? Cos’è lei in mezzo a quel marciume? Vedendo davvero il suo mondo per la prima volta, Eugenia ne subisce il trauma. Il suo corpo reagisce: trema, barcolla, e infine vomita. 

© Carolina Bottacin

Appunto. 

Io non abitavo in uno scantinato, ma in un quadrilocale al secondo piano di un piccolo condominio appena fuori dalla città di Pistoia (in Toscana), tra due parchi immensi e lo stadio da calcio che, come noi, era l’ultimo discreto baluardo prima delle villette dei ricchi; dunque non avrei vomitato: avrei avuto una montatura adatta al mio tipo di viso o al tipo di velleità che volevo (credevo di voler) abitare. Insomma, sarei stata proprio come tutte le persone che, nella mia famiglia e nella mia porzione di realtà, indossavano lenti tra gli occhi e il mondo. 

Il giorno della visita, però, un attimo prima di mentire spudoratamente al dottore sulla mia miopia credo di avere attraversato uno di quei momenti di terribile ragionevolezza, o così ci illudiamo, che poi ci portano verso un insopprimibile disprezzo di noi stessi. Insomma, per farla breve, mi accorsi che ero una cretina. Cioè, non che era assurdo mentire, ma proprio che gli occhiali non mi avrebbero aiutato a diventare intelligente.

Così non finsi, ma, a quanto pare, di un paio di occhiali avevo davvero bisogno. 

Da quel giorno li indosso sempre.

***

Due anni fa ho comprato una nuova montatura con le lenti da sole clip-on: mi sembravano una divertente curiosità che prima non avevo potuto permettermi. Nonostante la casa-pre-villetta in cui abitavo da piccola, non avevo mai avuto soldi per un paio di occhiali da vista e anche un paio da sole graduati. Questi con il clip-on li avevo fatti fare, invece, si potrebbe dire persino per capriccio: costavano così poco! E poi non volevo più quegli occhiali tondi piccolini alla Harry Potter che mi aveva comprato mia madre; non volevo più sembrare a tutti i costi intelligente. Volevo sembrare un po’ più donna e un po’ meno bambina. 

La verità è che nel frattempo ogni cosa era cambiata. Per esempio, avevo scoperto che quell’appartamento in quel piccolo condominio, che mi pareva bello, luminoso, con le piante gigantesche curate da mia madre e un bel terrazzino su cui avevo imparato (male) a tradurre dal greco e dal latino e da cui due gatti erano precipitati e sopravvissuti (uno no, ma perché poi era stato investito) era in affitto, mentre i miei compagni di classe, per esempio, erano tutti proprietari. Di case, ville e villette. Alcuni persino di un B&B rinomato sulle montagne della mia città: non su una collinetta, cioè, ma proprio là, in alto. Medici, avvocati, giudici: i genitori dei miei compagni con cui adesso non parlo più per altri motivi – ma forse un po’ di classismo c’entra pure lì, chissà – non erano come mia madre, che era insegnante alle medie. Avevo scoperto che loro avevano macchine di lusso, e le avrebbero sempre avute, mentre lei aveva venduto la sua vecchia Twingo su cui mia sorella aveva imparato a guidare per comprarsi una Panda a metano che ha tuttora e su cui, invece, ho imparato io a guidare. 

E, infatti, a un certo punto i figli della nostra padrona di casa ci avevano sfrattate e noi, io, mia madre e mia sorella, ci eravamo dovute trasferire in un immenso brutto condominio di fronte alla stazione. Che era poi la casa in cui era cresciuto mio padre, che mia madre dovette comprare alla fiera dell’est, ma questa è un’altra storia.

© Carolina Bottacin

Ho dunque goduto della forza d’acquisto dei miei primi, bassi stipendi da insegnante precaria (lo stesso lavoro di mia madre, sì) comprandomi un paio di occhiali da vista e da sole, insieme. Ero in un piccolo paesino della provincia di Messina e costavano pochissimo. Col tempo, purtroppo, ho scoperto che mi facevano male alla testa. Cioè, che se avevo così spesso mal di testa poteva dipendere dal fatto che mi dessero fastidio loro, e non l’eccessivo studio, la pessima postura, lo stress, la vita. Era per questo che non li portavo mai in casa. Così, è stato quasi un sollievo quando le lenti da sole si sono rotte. 

Avevo bisogno di un nuovo paio di occhiali, o almeno di altre clip-on che, speravo, costavano meno – visto che nel frattempo mi ero trasferita in una Grande Città del Nord Italia (no, non quella che pensate, ma Quell’Altra) – e il prezzo di molte cose era troppo alto per me. Così, nei giorni successivi, ho girato per alcuni negozi di ottica nella speranza di captare in qualche modo rocambolesco la gradazione precisa di cui avevo bisogno per comprare un paio di occhiali da vista su uno dei siti sponsorizzati dai social, dove le montature costano pochi euro e i modelli sono così numerosi che devi per forza caricare una tua foto e le misure del tuo viso per capire se è quello che fa per te oppure no. Nel frattempo, insomma, la mia precarietà di donna indipendente mi aveva reso più dipendente dalla bassa qualità delle cose che compravo.

Ma perché sto raccontando tutto questo anziché di quel giorno sull’autobus?

Perché mi sono vergognata di avere parlato così a un signore che mi ricordava mio nonno. 

© Carolina Bottacin

Perché quel giorno ero andata, per la seconda volta nella mia vita, a misurarmi la vista. Mi ero arresa all’evidenza: per comprare un nuovo paio di occhiali, anche sul sito online, avrei avuto bisogno di una ricetta dell’oculista. Non mi aspettavo una gioia come quella di Eugenia, e nemmeno un disgusto paragonabile, poi. Ero semplicemente pronta ad avere una diagnosi completa e soddisfacente per indossare un nuovo paio di occhiali, e, anche, per scoprire quante diottrie avevo perso con le mie scelte a ribasso e uno stile di vita da talpa. Quante? Nessuna, anzi. Ma ci arrivo tra un attimo.

La dottoressa mi aveva dato delle gocce per dilatare la pupilla e bloccare l’accomodazione dell’occhio: per osservare meglio, insomma, le mie diottrie (per vedere se mentivo?). Per cui ogni cosa che mi stava di fronte era filtrata da una specie di macchia di opacità: ero immersa in infinite possibilità di visioni e solo concentrandomi davvero riuscivo a osservare le cose nei loro innumerevoli dettagli. In ogni caso, questo è quello che ho visto.

Ero sul bus di ritorno dalla dottoressa e a una fermata è salito l’anziano che somigliava a mio nonno. Aveva il suo stesso modo di salire sui mezzi pubblici, con prudenza e fastidio insieme, come se ogni gradino fosse progettato apposta per umiliarlo o come se in fin dei conti non si fidasse affatto di quel trabiccolo senza sospensioni che girava per la Grande Città Inquinata Ma Elegante In Cui Mi Trovo A Vivere. Anche il giacchetto era da nonno: appena imbottito, di quel beige scuro e cremoso che è forse il colore dei nonni – cioè della coppa del nonno che mangiavo sempre al Giardino degli Anziani, quando mia madre lavorava anche di pomeriggio e io andavo a vederlo giocare al biliardo. I suoi compagni avevano l’alitosi e quando, di solito d’estate, li accompagnavo a Firenze sulla Panda di mia madre e mi dicevano di girare qui o lì, tra gli spazi della dentiera e lo schienale del guidatore mi buttavano addosso tutto quello che avevano mangiato a pranzo. “Giiiiraaaa”, mi alitavano con forza, come se la ventata del loro fiato potesse aiutarmi a girare il volante.

E poi aveva gli occhiali da sole anche lui con le lenti viola sfumate, in certi punti quasi trasparenti. Mi piacciono tutti gli anziani o quasi, soprattutto quelli che somigliano ai miei nonni. Così gli avevo sorriso quando era salito sul bus. 

Accanto a lui e davanti a me, seduta nello spazio per quattro passeggeri, c’era una donna africana incinta. Aveva ai piedi quattro o cinque sacchi neri della spazzatura, gonfiati male come i suoi piedi (le stavano strette le infradito di plastica puzzolente), alcuni tenuti chiusi coi lacci, altri invece strabordavano di oggetti. Sembravano trasportare tutta la sua vita: coperte, vestiti, forse pentole perché c’era un certo din-don alle curve a gomito; sicuramente contenevano anche altre buste più piccole e forse qualcosa che, a sua volta, puzzava. Ogni volta che l’autobus frenava bruscamente o prendeva una rotonda (“Giiiiraaaa!”), lei allungava una mano per impedire a tutte queste cose di rotolare via. La sua sagoma, quindi, oscillava continuamente avanti e indietro, tra lo schienale della seduta e i sacchi dell’immondizia. Era una specie di campana di ottone, lasciava una scia più pigra dopo ogni movimento.

A un certo punto il signore che somigliava a mio nonno ha detto qualcosa tipo: “Che schifo, traslocare così”.

© Carolina Bottacin

Poi ha aggiunto altro. Cose sui neri, sugli stranieri, sui rom, sul fatto che ormai era diventato impossibile persino prendere un autobus in pace. Parlava piano ma abbastanza forte da voler essere sentito dalla donna incinta e dai passeggeri che avevamo attorno. Io mi ero girata verso di lui proprio nel momento in cui un’altra signora lo guardava senza sapere bene cosa commentare. La donna intanto guardava fuori dal finestrino senza rispondere, forse non capiva nemmeno l’italiano (ma il tono sì), mentre quei sacchi neri si muovevano ai suoi piedi come animali stanchi.

Allora ho pensato davvero a mio nonno. Alle sue mani piene di macchie, alle caramelle all’orzo nel cruscotto di una macchina pagata troppo (una Ford Focus grigio metallizzata di cui era molto orgoglioso) e che poi, poco dopo, ha smesso di guidare. Pensavo anche ai miei occhiali con clip-on, alla visita specialistica appena fatta, ai centocinquanta euro spesi per sentirmi dire che sì, la dottoressa ci credeva che mi davano fastidio e che volessi rifarmeli: le lenti erano troppo graduate per me, continuare a usarle mi avrebbe fatto sicuramente male. “Ma dove li hai fatti?!”. “In un paesino del Su-”. “Ah, lascia stare, ho capito”. E intanto che pensavo a mio nonno morto da anni e ripetevo le frasi di quel mio nuovo nonno redivivo e disgustoso, colato nella mia vita quel giorno in mezzo a una goccia paralizzante nei miei due occhi stanchi, immaginavo che forse l’ascensore sociale nel mio caso non era affatto rotto: io ero scesa per bene e, dalla casa in affitto in un quartiere verde di una cittadina toscana, d’un colpo ero diventata come Eugenia. Sul bus della mia Grande Città Inquinata Con La Mia Nuova Realtà Oculistica piantata nel cervello e nelle pupille, mi veniva solo da vomitare. Mi sentivo piccola come Eugenia. E il signore che sembrava mio nonno era la via deformata del racconto di Ortese. E io ne facevo parte.

“Non c’è bisogno di essere così stronzi”, ho detto allora. 

Nemmeno tanto forte, con la semplice stanchezza per tutto quel rimuginare. E poi ancora la nausea, e le curve e quel “Giiira” che mi rintrona continuamente a distanza di tutti questi anni. Era possibile che quello fosse davvero mio nonno?

Per un secondo mi è sembrato ferito: da me, sua nipote, come dagli scalini del bus pochi minuti prima. Mi è parso abbassare gli occhiali viola sul naso e guardarmi da sopra le lenti con un’espressione incredula, umiliata. Mi sono chinata a terra credendo davvero che avrei vomitato ma per fortuna nel frattempo l’autobus era arrivato alla mia fermata. Quando sono scesa, l’aria fresca è servita a farmi riprendere un po’ di lucidità – ma di vederci ancora non se ne parlava. L’effetto delle gocce sarebbe durato ancora qualche ora.

Una settimana dopo, a scuola era ponte. Ho lasciato La Grande Città Dove Gli Occhiali Costano Troppo e sono scesa a Pistoia, Dove Gli Occhiali Costano Più O Meno Uguale Ma Qui Almeno C’È, ed è questa la differenza, Mia Madre: purché non li prendessi online, dove tutto è di plastica e poi “si rovinano gli occhi”, ha deciso di comprarmeli lei. Hanno la giusta gradazione, senza clip-on. La montatura è lilla. Viola no, mi sarebbe sembrato troppo.

Editing di Livia Del Gaudio

Lavinia Mannelli (Firenze, 1991) ha pubblicato per 66thand2nd i romanzi L’amore è un atto senza importanza (2023) e Storia dei miei peli (2025). Ha conseguito un dottorato di ricerca in filologia e critica all’Università di Siena con una tesi sui personaggi femminili artificiali nel Novecento italiano. Scrive su “Tuttolibri”, “Il Tascabile”, “Snaporaz” e altre testate.

Alimentata dall’operazione di marketing di Edwin Land, fondatore dell’omonima azienda, la Polaroid esplode negli anni Sessanta. Da istantanea pensata per casalinghe diventa oggetto di culto tra i più grandi fotografi dell’epoca. Ansel Adams, Walker Evans, Andy Warhol e il giovane Robert Mapplethorpe ne fanno loro mezzo espressivo: i limiti imposti dalla macchina diventano sfida per aggirarli. Il cineasta russo Andrei Tarkovsky ne colleziona di memorabili, raccolte nella serie Instant Light, elevandole a narrazione dell’attimo, in bilico tra fotografia e cinema, sorta di diapositive per addetti ai lavori.

L’uso che Bottacin fa della polaroid è controintuitivo: attraverso uno strumento nato per registrare l’istante intesse una poetica metacognitiva che riflette sulla natura dello sguardo. Senza ricorrere direttamente al collage ne registra le fasi: sovrapposizione, taglio, specchiamento. Il risultato è un’immagine ridotta a forma, privata di ogni messaggio emotivo, che non attinge al ricordo. Sotto questo aspetto è dunque vero ritratto dell’istante poiché può essere letto solo come superficie, quasi si trattasse di una fotogrammetria dell’atto stesso di guardare. Se è vera la leggenda che Edwin Land abbia inventato una macchina fotografica istantanea per compiacere la figlia di cinque anni che voleva impossessarsi immediatamente della fotografia scattatale dal padre, le polaroid di Bottacin sembrano chiudere un immaginario cerchio: da ritratto fedele di un capriccio a scomposizione del momento frammentato dalle infinite possibilità dello sguardo.

Livia Del Gaudio

Carolina Bottacin è una fotografa brasiliana che vive e lavora in Portogallo. Specializzata principalmente in autoritratti e fotografia istantanea, crea immagini costruite che esplorano l’identità, la percezione e il rapporto tra il sé e la propria immagine. Attraverso specchi, riflessi e semplici interventi fisici, il suo lavoro trasforma oggetti comuni in metafore visive, dando vita a fotografie che si collocano a metà strada tra realtà e immaginazione.

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