All’ultimo piano starai meglio

di Anahí Flores

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Dammacco

© Cristina Cassanmagnago, Le parole rimangono impigliate

Lascio che il trasloco si dissolva come una febbre.
Fabio Morábito

Lucia percorre le rampe di scale fino al sesto piano, ansimando si ferma davanti alla porta di casa. Sente squillare il telefono fisso. Si affretta ad aprire ma infila la chiave sbagliata, cerca di estrarla e le si incastra nella serratura. La forza nel tentativo di sbloccarla e il campanellino attaccato al portachiavi risuona nel pianerottolo: poco le importa. È stanca dei vicini che si lamentano del rumore del suo portachiavi invece di pensare alle cose davvero importanti: è più di un anno che l’ascensore si blocca ogni due per tre e nessuno che si muove per risolvere la cosa. È per questo che a Lucia risulta strano non incrociare gente per le scale, sembra l’unica del condominio a utilizzarle. Riesce a sbloccare la chiave e apre la porta, corre dritta verso il telefono. È l’agenzia immobiliare, la segretaria le comunica che a partire dal mese successivo l’affitto verrà triplicato. Lucia sente un nodo stringerle il petto, manca una settimana all’inizio di marzo. Dall’altra parte del telefono la segretaria continua a parlare. Lucia vorrebbe che smettesse per un attimo, che la lasciasse pensare. Pagare il triplo o cambiare casa. La prima opzione non è pensabile, con il suo stipendio non ce la farebbe. La seconda la preoccupa: come affrontare un trasloco, sola e in così poco tempo? E soprattutto, dove? La pancia inizia a gorgogliare, suda e la pelle del viso le si inumidisce. Gli occhi le si riempiono di lacrime. Ha bisogno d’aria, si avvicina alla finestra ma il filo del telefono non le permette di raggiungere l’apertura.

La segretaria le chiede se rinnoverà il contratto al nuovo prezzo ma Lucia non risponde: le manca la voce. Ha un conato di vomito e riattacca. Apre la finestra ma di aria poco e niente. Si sporge. Cosa fare?

Retrocede di qualche passo fino a sedersi di nuovo sulla sedia accanto al telefono che squilla un’altra volta.

Pensa di non rispondere ma la mano solleva la cornetta in automatico.

© Cristina Cassanmagnago, Benvenuto

Ancora la segretaria dell’agenzia. Le dice che è preoccupata e che vuole aiutarla, che è un’eccellente inquilina. Lucia è sorpresa da queste sue parole: tutte le volte che chiamava in agenzia per lamentarsi dell’ascensore, la stessa segretaria le aveva risposto in modo evasivo come se volesse togliersela di torno. Diffida. La segretaria, con tono entusiasta, le dice che oggi è il suo giorno fortunato: c’è una possibilità per evitare l’aumento di prezzo dell’affitto ma dovrà essere disposta ad adattarsi un po’.

Lucia, sa quanti millimetri di pioggia cadono ogni anno qui? Dopo la domanda a bruciapelo, si zittisce. Lucia pensa alle frequenti interruzioni di acqua, alla secchezza della sua pelle da quando si è trasferita in questa regione, che non ha nemmeno un ombrello in caso di necessità. Non trova però nessun legame tra la pioggia e l’affitto. La segretaria riprende il discorso: dice che cadono pochissimi millimetri di pioggia all’anno, che hanno il privilegio di vivere in una delle città più aride del mondo e che è arrivato il momento di trarne vantaggio. Lucia si alza ancora una volta e va verso la finestra ma di nuovo il filo del telefono la blocca prima di arrivarci come se avesse una catena legata alla caviglia. La segretaria continua a parlare. Dice che nello stesso palazzo, all’ultimo piano, c’è un monolocale simile al suo ma con un grande balcone. 

A questo punto la voce all’altro capo del telefono cambia tono, diventa più intima. Dice che la proprietaria di questo monolocale che casualmente è anche la proprietaria dell’appartamento dove attualmente Lucia vive, lo utilizza come studio. Trascorre i pomeriggi lavorandoci ma sul balcone non ci esce nemmeno. Tutto quello spazio inutilizzato è davvero uno spreco. E poi, qual è la necessità di un tetto in una città dove non piove quasi mai e non fa freddo?  Lucia non capisce dove voglia andare a parare la segretaria, cosa che inizia a spazientirla. Aggiunge che l’idea di offrirle ospitalità è stata della proprietaria che tra l’altro si occuperà di installare un tendone per proteggerla dal sole. È già tutto risolto. Lucia può sistemarsi sul balcone e vivere in uno spazio appena più piccolo del suo attuale, allo stesso prezzo e con una vista migliore. E risparmiando anche il costo del trasloco. Inoltre la proprietaria che naturalmente continuerà a lavorare lì il pomeriggio, è una dottoressa. Avrà quindi il vantaggio di poter disporre di un medico personale direttamente a casa propria. 

© Cristina Cassanmagnago, Se me ne liberassi

Lucia è particolarmente interessata alla questione, da quando vive sola in affitto non riesce a sostenere la spesa di un’assicurazione medica. Vorrebbe conoscere la specializzazione della dottoressa ma la segretaria non la prende bene e irrigidisce i toni. Dice che è una domanda fuori luogo e che lei, per una questione etica e professionale, deve tutelare la privacy dei suoi clienti. Lucia le comunica che ci penserà ma che trasferirsi all’ultimo piano con un ascensore che funziona a singhiozzi non la convince del tutto: non vuole rimanere bloccata un’altra volta e poi non è di certo la stessa cosa salire le scale fino al sesto piano come fa adesso e salirle fino al ventesimo. La segretaria le dice che dovrebbe essere grata per questa opportunità, che non si sta rendendo conto di quanto è fortunata. Che Dio dà il pane a chi non ha i denti. Poi aggiunge qualcosa sulla dottoressa che Lucia non riesce a capire e mette giù prima che possa risponderle.

Il giorno seguente riceve un’altra chiamata dalla segretaria. La voce sprizza entusiasmo. Le dice che la dottoressa, una donna particolarmente attiva, ha già installato un tendone sul balcone che potrà allungarsi o ripiegarsi a seconda delle esigenze di Lucia. La segretaria assicura che è pratico ed emozionante come avere una decappottabile. Lucia vorrebbe capire come funzionerà l’utilizzo del bagno e della cucina. La segretaria le spiega che la dottoressa è disposta a condividerli con lei.

La smetta di pensarci e salga subito: la sta aspettando.

Lucia esce di casa con le chiavi in mano. Le sembra piuttosto strano che tutto sia stato organizzato da un giorno all’altro. Inoltre lei non ha ancora confermato nulla. Ma quale sarebbe l’alternativa? Andarsene deve andarsene. In effetti converrebbe questa soluzione così pratica, pochi piani più su. Il campanellino del portachiavi tintinna mentre sale le scale.

Raggiunge l’ultimo piano, respira profondamente e riprende fiato. Ci sono quattro porte oltre quella automatica dell’ascensore. Non ha la minima idea di quale sia quella giusta. Una delle porte si apre, appare una donna magra, capelli lisci, poco più alta di lei, forse della stessa età di sua madre. 

– Così tu sei Lucia Terranova – chiede passandosi una mano tra i capelli brizzolati e perfettamente ordinati.

– Lei invece è…?

– Hansen. Dottoressa Hansen. Puoi darmi del tu – dice sorridendo. – Entra e fai come se fossi a casa tua.

Lucia rimane immobile al suo posto. La risata della dottoressa le ricorda quella di una iena. Perché questa donna che nemmeno conosce le sta proponendo di vivere sul suo balcone?

– Sei salita dal sesto piano a piedi facendo le scale e adesso resti lì impalata? Dimmi, perché fai su e giù per le scale se l’ascensore funziona benissimo?

– L’ascensore… – Lucia guarda la porta automatica chiusa e la indica come se la stesse accusando. – Da che vivo qui, non ha mai funzionato come dovrebbe.

La dottoressa Hansen alza gli occhi al cielo e sbuffa.

– Ancora con questa storia? Magari racconti anche di essere rimasta bloccata una volta e che hanno dovuto liberarti? Lucia, nessuno ci crede. Inoltre ti comunico che il portinaio è stanco di ricevere le tue continue lamentele a riguardo. – La dottoressa esce dall’appartamento, le si avvicina e le afferra un braccio. – Il portinaio è stufo delle tue proteste per l’ascensore e anche quelli dell’agenzia lo sono.

Lucia si libera dalla presa e indietreggia, chi si crede di essere questa donna per afferrarla in quel modo? All’improvviso sente di nuovo il fastidio allo stomaco del giorno prima, le viene la nausea, vorrebbe sedersi o almeno appoggiarsi al muro.

– Sono tutti molto pazienti con te – continua la dottoressa.

– Avanti, finiamola con questa storia. Chiamiamo l’ascensore insieme così vedrai che funziona alla perfezione. – Io non entro in nessun ascensore – dice Lucia decisa ad andarsene. Si volta e scende il primo gradino ma lo stomaco torna a darle fastidio e le viene un conato di vomito. Ha come una sensazione di svenimento, teme di finire faccia a terra e di ruzzolare giù per le scale. La dottoressa l’afferra per un braccio, lo stesso di prima ma con più forza. Lucia sente una pizzicotto sull’altra spalla e un formicolio freddo diffuso. È possibile che quella donna l’abbia punta? No, si dice Lucia, sta esagerando. Deve essere un crampo o qualche altro fastidio fisico come quelli che avverte tutte le volte che è sotto stress. 

© Cristina Cassanmagnago, Guarda in su

La pervade una forte agitazione: sente cedere collo, schiena, gambe, esattamente in questo ordine. Guardare verso il vuoto della tromba delle scale le dà le vertigini ma la dottoressa la regge con forza e l’aiuta a risalire il gradino che aveva appena sceso. Lucia si lascia portare nell’appartamento come un prigioniero intontito da qualche veleno. – Niente di grave, Lucia… – dice la donna mentre l’accompagna. – Ti aiuterò a superare questa cosa. Con me starai bene. Dentro l’appartamento sembra notte. Una tenda spessa copre la parete sul fondo fino al pavimento e c’è solo una lampada accesa su un comodino. Lucia non ama il buio ma questa volta non le dà fastidio. Al contrario: le dà l’impressione che sia un buon posto per riposare. La dottoressa Hansen l’accompagna fino a un divano e l’aiuta a sedersi.

– E il balcone…?

– È dall’altro lato della tenda – dice la dottoressa mentre sistema un paio di cuscini. – Ma puoi dormire sul divano se vuoi, non c’è bisogno che tu esca sul balcone –.

Lucia è rimasta alla frase “dall’altro lato della tenda”. Continua  a ripensarci come se la dottoressa avesse detto “dall’altro lato della luna” o “della montagna”. Ha voglia di camminare, attraversare valli e campi fioriti. Da quanto tempo non si trova in un posto con fiori e prati? Le mancano, le manca l’umidità del mondo. Dove vive adesso è tutto secco e aspro. Non sa da dove nasce questo impulso a camminare ma tanto è inutile, non ha un filo di forze.

Nonostante il buio le sembra di vedere fiori traslucidi nell’aria. Fissa lo sguardo sui petali, hanno minuscole gocce di rugiada che brillano. È meraviglioso riuscire a distinguerli così nel dettaglio come se i suoi occhi si fossero trasformati in lenti d’ingrandimento. Vorrebbe toccare quei fiori o passare la lingua su quei petali per poterne bere la rugiada ma la stanchezza è troppa. Forse ha la febbre. Sbatte le palpebre qualche volta e i fiori si dissolvono come se non fossero mai stati lì. Da quando vede fiori nell’aria? Avverte come un movimento ai piedi, li osserva come se non le appartenessero: la dottoressa le sta togliendo le scarpe, le solleva le gambe distese sul divano e la inclina fino ad adagiarla su due cuscini messi uno sull’altro. Neppure sua madre la tratta con tanta delicatezza. – Ma io un letto ce l’ho. – Sente la sua stessa voce impastata. – Un letto con lenzuola bianche.

– Lo so, guarda verso la porta.

© Cristina Cassanmagnago, Ricco Bagaglio

Lucia obbedisce e vede due uomini in tuta da lavoro che entrano trasportando il suo letto già rifatto, illuminati dall’alto come se fosse un palcoscenico sotto il fascio di luce di un faro. Sembrano allegri, attraversano il monolocale scandendo il ritmo con i passi sollevando le ginocchia in modo esagerato. Gli uomini arrivano alla tenda e poi svaniscono portando con sé il letto.

Subito dopo entra un altro uomo vestito allo stesso modo che trasporta la sua cassettiera con i vestiti, con quello stesso passo esagerato come se volesse essere notato da lontano. Anche lui si perde dietro la tenda.

– E la sedia accanto al telefono? – domanda con la voce ancora più impastata di prima. Sussulta nell’ascoltare la sua voce che non riconosce.

– Devi avere pazienza – dice la dottoressa Hansen dandole una leggera pacca sul capo. – Sii paziente.

La dottoressa indica la porta del monolocale da cui appare un quarto uomo in tuta blu con la sedia sotto braccio. Sopra c’è il tavolino su cui c’era il telefono e, sopra tutto il resto, come la ciliegina sulla torta, il telefono con il filo che pende e oscilla. Il fascio di luce lo accompagna dall’ingresso fino a quando non scompare dietro la tenda.

Lucia sospira: tutte le sue cose sono lì, non dovrà nemmeno preoccuparsi di imballarle. Questo le dà un grande sollievo, era sopraffatta dall’idea di affrontare il trasloco. Sicuro che è questo il motivo per cui ha avuto la febbre. Poi all’improvviso un pensiero: come hanno fatto questi uomini a entrare in casa sua? Muove le mani e non sente il tintinnio del campanellino. Si accorge di non avere più le chiavi. – Mi sono presa la libertà – dice la dottoressa Hansen come se le avesse appena letto nel pensiero mentre la copre fino al petto con una coperta leggera – di chiedere ai ragazzi del quinto piano di portare qui tutte le tue cose così da non dover fare su e giù dalle scale con queste chiavi che fanno rumore e infastidiscono i vicini.

Lucia sfiora un palmo contro l’altro, le mani vuote. Quando le hanno preso le chiavi? Le si chiudono gli occhi.

– Non addormentarti, mi senti? Dimmi, perché hai un campanellino attaccato al portachiavi?

Lucia apre gli occhi ma fatica a mantenere il peso delle palpebre, si sfrega di nuovo le mani come se potesse ritrovare le chiavi tra i meandri delle dita. Pensa con nostalgia al tintinnio del campanellino.

– Mi piace il suono del campanellino – dice. La voce continua a uscire lenta e impastata. – mi ricorda qualcosa…

– I campanellini si mettono ai gatti – la interrompe bruscamente Hansen. – Chi ti ha messo lì quel campanellino?

© Cristina Cassanmagnago, Canali

Lucia si sforza di ricordare come quel campanellino sia finito attaccato al suo portachiavi. Non ne ha la minima idea. Fa un salto indietro nei suoi ricordi come se andando a ritroso potesse raggiungere quel momento. Ma non riaffiora nulla. Né quel ricordo specifico né altri. Glielo avrà forse messo qualcuno senza che se ne rendesse conto? Questo significa che è un gatto? Non si era mai soffermata su questa possibilità eppure non le sembra così assurda. È stupita di non essere affatto stupita da questa eventualità. I gatti sono infastiditi dai campanellini, sarà forse per questo che è sempre così irrequieta?

Sente dei rumori provenire dal balcone, sicuramente quegli uomini stanno sistemando il suo letto, la cassettiera, il tavolino con il telefono. I suoni la raggiungono come fossero colori saturi, ricorda i fiori e le gocce di rugiada e le immagini riappaiono improvvisamente nell’aria. Con lo sfondo scuro della tenda i fiori sono più nitidi e definiti di prima. Ha voglia di allungarsi per toccarne uno, prova a sollevarsi ma la dottoressa Hansen la trattiene con una mano e lei non ha la forza di opporsi.

– I gatti stanno molto bene sui tetti – la dottoressa riprende la conversazione. – Sono i padroni dei tetti della città. E dove ci troviamo noi adesso…? All’ultimo piano, sul tetto! Questa cosa non ti dice niente? Tutti pensiamo che all’ultimo piano starai meglio.

La dottoressa Hansen le accarezza una guancia, a chi si riferisce con “tutti”? Lucia sente i polpastrelli di quelle dita sulle sue palpebre, chiudendogliele. Le sembra sensato: ciò che più desidera in questo momento è dormire anche se allo stesso tempo ha una gran voglia di morderle le dita. Da dove arriva questo impulso? È un istinto che non si concretizza, è così stanca che il corpo non le risponde, non riesce nemmeno a socchiudere le labbra. Si lascia trascinare in un sogno febbrile, si gira sul divano e si raggomitola di fianco su sé stessa mentre la mano della dottoressa Hansen le gratta la schiena e lei emette un suono lieve simile a delle fusa.

Anahí Flores è nata a Buenos Aires nel 1977. È autrice di diverse raccolte di racconti tra cui Lo más natural del mundo (2019) e Criaturas (2018). Ha inoltre pubblicato diversi libri di poesia. In Por encima del agua (2023) analizza l’iniziale superficialità di un incontro e il desiderio, a volte assente, di immergerci nella profondità dell’altro e di noi stessi. Oggi vive nella città di Florida (Argentina) con sua figlia e la sua gatta.

In Di chi sono le case vuote? Ettore Sottsass scrive:

«Qualunque destino insegua il potere e qualunque forma il potere finisca per assumere non può fare a meno di sventolare bandiere gigantesche, innalzare campanili, templi e cattedrali altissime, torri, zigurat, piramidi: non può fare a meno di impossessarsi di spazi vasti, di dimensioni esagerate, non può fare a meno di segnalare la propria presenza, la propria potenza, la propria ineluttabilità, la propria eternità.» 

Architetture di carta, il progetto grafico di Cristina Cassanmagnago, ribalta il concetto. Proponendo città vere solo sul foglio, acquerelli che strizzano l’occhio al Novecento – portandolo però a una dimensione puramente illustrativa – rifiuta la dimensione monumentale e restituisce l’abitato alla forma della fiaba.

Qui tutto diventa piccolo, a misura di abitanti di carta: il potere di cui parla Sottsass, quello dell’architettura che diventa urbanistica, è reso innocuo dal disegno privato della funzione di progetto. Le strade, i quartieri, gli interni di Cassanmagnago non sono propedeutici a nulla se non a se stessi. L’architettura dissolta in immagine è finalmente priva di scopo: si dispiega ai nostri occhi come il sogno di qualcosa che, chissà, un giorno potrà essere raccontato.

Livia Del Gaudio

Cristina Cassanmagnago. Nasce in Brianza nel 1973, dove vive e lavora tuttora. La sua formazione accademica inizia all’Accademia di Belle Arti di Brera in cu si diploma in Scenografia, per poi proseguire al Politecnico di Milano, dove si laurea in Architettura. Lavora parallelamente in ambito creativo e nella didattica, collaborando con studi di architettura e design e insegnando. Nel 2018 apre la pagina Instagram Architetture di Carta, che le consente di far conoscere le sue illustrazioni. Grazie a questa visibilità, nel 2021 realizza una rappresentazione della facciata del Museo d’Arte Paolo Pini per The Milaneser, segnando così l’inizio della sua presenza nel mondo dell’illustrazione. Il suo lavoro viene pubblicato sull’Annual di Autori di Immagini negli anni 2020, 2022, 2023, 2024, 2025 e 2026. Nel 2023, viene selezionata tra i 30 finalisti del concorso Bo-it, International Illustration Contest e partecipa alla conseguente mostra itinerante. Le sue opere appaiono anche sui numeri 102 e 103 della rivista Territorio, curata dal Dipartimento di Progettazione del Politecnico di Milano, e nel 2024 realizzo la copertina del libro di Ferruccio Osimo, La cura Musicale. Nel 2025 vengono pubblicate quattro sue illustrazioni su Esquire Italia di Maggio le stesse sono presenti ne catalogo Annual Illustri 2025. Disegna per curiosità e per consolazione, la sua ricerca è profondamente influenzata dagli studi di Aldo Rossi sull’architettura e la città.


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